Appunti di Storia moderna

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venerdì 20 dicembre 2013

Quei film che "minchia quanto sono profondo"

Non è che se nei film ostentiamo depressione siamo per forza profondi, eh.

Molti film italiani* hanno questo approccio della recitazione recitata del dolore lacrimestrappa.
Gli attori sono molto accigliati, didascalicamente pensierosi, sempre  dolorosamente conturbati nella turba postesistenziale e relazionale fatta a tavolino. Fanno la caricatura atteggiata della depressione, ed è come se a un certo punto apparisse sullo schermo una didascalia tutta fluorescente:
"Ecco, vedi, io mi sto struggendo. Mi sto molto struggendo baby, guarda che faccia addolorata che ho. Vedi, c'è che se hai questa faccia sei uno profondo, uno esistenziale. Non come i bimbiminkia,  non come i piccoloborghesi tutti integrati e cerebrolesi: io sto dalla parte della kultura che c'ha il male di vivere. No, cccioè".  

giovedì 7 novembre 2013

È online il documentario Sud Altrove

Segnalo che il documentario Sud Altrove è finalmente visibile online per intero. Realizzato da un gruppo di ragazzi e ragazze calabresi (Ass.ne Terrearse LAB, già LiberaReggio LAB), che all'idea di un'emigrazione "fatale" non poteva proprio rassegnarsi, il documentario parla dell'emigrazione attuale dal Sud - e non genericamente "italiana all'estero" (benché con questa abbia diversi punti in comune), perché riteniamo che abbia una sua specificità e continuità, all'interno di un contesto che vede ancora oggi l'Italia letteralmente spaccata in due nell'indifferenza generale.
Volevamo andare più a fondo alla questione e abbiamo posto a tanta gente diversa le stesse domande che ponevamo a noi stessi/e. 

sabato 12 ottobre 2013

Razzismo e odio di classe

"Sottoproletari dell'identità" (A. Sayad).
Che talvolta il razzismo si combini, fra le altre cose, con un odio di classe, è un fatto che bisognerebbe non stancarsi mai di sottolineare ed esplorare. Questa sinistra combinazione fra classismo e razzismo (e non solo) è approfondita dagli studi intersezionali, che cercano di analizzare le dinamiche delle discriminazioni considerando le categorie sociali non isolatamente, ma appunto nelle loro intersezioni (genere, razza, classe, ecc.). Si tratta di una prospettiva che sembra riuscire a superare il limiti del discorso antidiscriminatorio tradizionale, tendente a ipostatizzare una categoria a scapito di altre (benché qualcuno rifiuti la nozione stessa di "categoria") e non riuscendo in tal modo a cogliere del tutto la complessità delle situazioni sociali. La trovo molto interessante e opportuna e intendo approfondirla.
Ho trovato illuminante e decisamente attuale la riflessione di Renate Siebert in Il razzismo. Il riconoscimento negato, Carocci 2004, che ho letto da poco, che dedica un sottocapitolo all'intersezione razzismo/classismo e che voglio perciò ripostare qui.

mercoledì 2 ottobre 2013

I ruoli e le persone

Il giorno e la notte delle persone.

[Avvertenza: in questo post mescolerò discorsi molto diversi e che meriterebbero riflessioni a sé stanti e certo più approfondite. Si tratta solo di appunti sparsi: come sempre, del resto.]

Molto spesso, mi capita di trovare le persone estremamente banali, e mi serve molta immaginazione per rendermele interessanti. Questa cosa mi fa pensare: possibile che certa gente sia così vuota e poco interessante? Sui cretini e sulle antipatie personali glissiamo, e proviamo a spostare un attimo il piano del discorso. Io credo che si possa evitare di rispondere semplicemente "dipende", prestando attenzione a un fatto magistralmente messo in luce anni fa dallo spot di Bacardi Breezer. Sì, insomma, quello spot in cui un ragazzo, a un colloquio di lavoro, rievocava mentalmente le sue usuali nottate di sfrenato giubilo in certi locali. L'espediente retorico era perfettamente riuscito: si contrapponeva retoricamente la scena di cravatte, impettimenti, brillantina e serietà, alla scena di godimento sfrenato in discoteca. Il giorno e la notte delle persone, insomma. Lo spot toccava un nervo scoperto, in cui ci si attendeva, probabilmente con successo, che vi si sarebbero riconosciuti più o meno tutti.

giovedì 25 luglio 2013

'Esotismo coloniale' nell’ultimo Pasolini

Qualche settimana fa sono andata a un incontro su Pasolini nel quartiere alessandrino. Ammetto che di solito evito accuratamente incontri su autori conclamati, perché in essi generalmente si tende a un incensamento collettivo poco utile ai fini della conoscenza. A quell’incontro, dunque, ci sono andata solo per accompagnare un’amica, sicura che avrei sentito le solite cose. 

Bene, contrariamente alle aspettative, ho scoperto una cosa molto interessante. E cioè che l’ultimo progetto cinematografico di Pasolini era fortemente contrassegnato da un certo esotismo coloniale, per dirla con Viviana Gravano, che appunto ne ha dato una chiara lettura in tal senso. Mi riferisco a Appunti per un’Orestiade africana.

martedì 25 giugno 2013

Dubbi sul queer: risposta alla risposta

Purtroppo ho difficoltà a commentare direttamente sul blog Intersezioni nel quale Mina ha risposto al mio precedente post sul queer. Quindi, beccateve il pippone qui. Purtroppo sono una persona prolissa e noiosa, ergo il post è ahimè prolisso e noioso. Del resto chi mi legge di solito è preparato psicologicamente; ammesso e non concesso che qualcuno mi legga "di solito". Grazie!
Cara Mina, ho letto con molto interesse la tua risposta. Ma devo contraddirti: non hai controbattuto a tutti i punti, come dici nell’incipit. Perché? Perché hai saltato i vari passaggi in cui riconosco al queer molti aspetti positivi!
Per il resto, voglio sottolineare che i miei dubbi sono scaturiti essenzialmente da due fattori, rispetto ai quali mi limito a porre dei problemi, dato che io stessa non ho risposte: 1) l’impressione di grande astrattezza rispetto a sessualità/relazioni/libertà/soggettività 2) l’impressione che si facesse tutto troppo facile.

giovedì 20 giugno 2013

Alcuni dubbi sul queer

Intorno alla normatività del legame tra precarietà economica e precarietà relazionale.
[Aggiunto: Questo post è  non esaustivo, non lineare, senza pretese e in fieri perché frutto di poche fonti "movimentiste". Si tratta di semplici appunti su un argomento che mi accingo a scoprire e che intendo in futuro approfondire in modo più serio e articolato].
Allo Sfamily Day, si paventava – in modo piuttosto accennato e sfuggente – la possibilità di un legame tra la precarietà del lavoro e quella delle relazioni. Ho letto e seguo con interesse l’approccio queer non solo alla sessualità ma anche all’esistenza in generale. Il “modello” queer, che per quanto rifiuti la definizione di modello lo è in qualche modo anch’esso, prende - fra l'altro - atto della precarietà strutturale di tutte le relazioni. Quello che mi chiedo è se tale legame vada inteso in senso normativo, o si tratti semplicemente di una constatazione. A primo impatto, sembra che prevalga la prima ipotesi.

lunedì 27 maggio 2013

Esercizi di autostima/1

- L'inferno sono gli altri, diceva Sartre. Sì, se glielo permetti.
- E' possibile che quel che si prova abbia sempre, in un certo senso, ragione.
- Mai sottovalutare a priori le proprie capacità di solitudine. 
- Le relazioni sono possibili se c'è un io più o meno coeso che si vuol bene a significarle. 
- Il principio di realtà non deve schiacciare il principio di piacere.

lunedì 8 ottobre 2012

Reggio, periferia della modernità nel film "Corpo Celeste" di Alice Rohrwacher

Scritto per terrearse.it

Alice Rohrwacher ha detto che con il suo film, Corpo Celeste, rivelazione del 2011 già premiata a Cannes, non intendeva veicolare un messaggio puramente anticlericale, ma raccontare che ne è oggi della vita di comunità. Reggio Calabria, periferia per eccellenza, è l’ambientazione prescelta per raccontare lo sclerotizzarsi della vita comunitaria in formule rituali stereotipate e relazioni sociali divenute quasi autistiche.

Con grande sensibilità narrativa, questa piccola comunità prende forma nello sguardo di Marta, 13enne che dalla Svizzera torna a Reggio Calabria con la famiglia. Nel suo sguardo si tocca con mano la contrizione, l’ostilità, la durezza di un percorso di crescita già difficile, quello della transizione dall’infanzia all’adolescenza - di una bambina che aspetta il seno e le mestruazioni, per una ufficiale sanzione d’ingresso nel mondo degli adulti. La vedi così, spaesata, con gli occhi pieni di domande, camminare fra gli scheletri edilizi di Reggio, le fiumare sporche e i ragazzi col berretto nero che caricano sulla lapa i rifiuti della Sorgente. Il brutto è lo sfondo di questo romanzo sospeso in una specie di mondo a parte, in questo relitto della globalizzazione, epilogo estetico di un contesto maledetto, strano, violentemente reale, incastrato fra tradizione involuta e una modernità kitsch.

lunedì 21 maggio 2012

"Razzisti a parole (per tacer dei fatti)" di Federico Faloppa

Scritto per terrearse.it
In tempi di semplicismi linguistici trasmessi a colpi di titoloni nei giornali e acquisiti dal linguaggio corrente, c’è grande bisogno di libri come quello di Federico Faloppa, Razzisti a parole (per tacer dei fatti), Laterza 2011, presentato venerdì presso l’International House di Reggio Calabria. Il suo obiettivo è quello di promuovere un uso critico e vigile delle parole in virtù della consapevolezza del carattere politico del linguaggio. Fra i tanti modi in cui le parole veicolano rapporti di potere radicati e rappresentazioni discriminanti di gruppi sociali, l’autore riflette in particolare sul razzismo latente radicato nel linguaggio quotidiano e mediatico.  
L’illusione che il razzismo si sia estinto è denunciata dallo studioso (Università di Reading, UK) con la lente del sociolinguista che sonda le parole scorgendone la sostanza tutt’altro che neutra. Il lavoro che Faloppa realizza, e di cui auspica l’estensione a docenti, allievi, giornalisti, consiste infatti in un “esercizio di smontaggio delle parole” che aiuti a individuarne criticamente il contenuto spesso ambiguo e inavvertitamente razzista. Tuttavia, la lingua la fa l’uso, essa “si evolve da sé”, perciò poco senso avrebbe, sottolinea Faloppa, intendere il libro come un “manualetto normativo”, come un insieme d’istruzioni sul politically correct nella lingua. Piuttosto, si tratta di riflettere e di stimolare l’uso di strumenti intesi a “interrompere quella cinghia di trasmissione tra il linguaggio e il potere” di cui il lessico dell’ordinario razzismo è preoccupante esempio.

mercoledì 14 dicembre 2011

"Terroni"

Durante la lettura. Cenni in fieri.

Tendenzialmente qualunquista, almeno quanto i leghisti criticati. Ma il tema mi è caro, e spesso solo un approccio indulgentemente narrativo-emotivo avvicina le masse ai libri. Si spera che la reazione dei più non si fermi alla sterile opposizione al Nord, ma all'approfondimento degli spunti offerti dal libro presso altre fonti, direzione autocoscienza storica. 
Con questo genere di libri, facilmente dicotomici, banalmente oppositivi, di solito sono molto cattiva. Ma glielo perdono, perché - non nascondo - provo una specie di rabbia irrazionale per la subalternità coatta del meridione e il senso di inferiorità che provano i meridionali, per l'emigrazione di massa e per le lezioni di civiltà che giungono non richieste ogni giorno da molti settentrionali. Il libro asseconda e fomenta la mia rabbia, e se non avessi le cautele dello spirito critico cadrei in preda a un facile antisettentrionalismo.

La verità è che la ricchezza del Nord - Pino Aprile o non Pino Aprile - ha geneticamente molto a che fare con l'arretratezza del Sud. Proprio come avviene su scala mondiale con tutti i sud del pianeta.

sabato 1 ottobre 2011

Del problematico rapporto tra scartoffie e vita

L'impiegatuccia.

Già riuscire a conciliare i miei cosiddetti "sogni" con la maternità fu un lavoraccio. Trovare, poi, un impiego, inizialmente a progetto, quindi diventato "a tempo indeterminato", fu qualcosa di psicologicamente irrecuperabile. Già prima dissi che l'associazione tra tempo indeterminato e lavoro sarebbe stata impossibile per me. In tempi di martirio precario può sembrare un paradosso, al massimo un vezzo da jeune fille rangée. Ma c'è qualcosa di più profondo. 
La scrivania nera. Le crepe sui muri così bianchi, impersonali. L'umidità. Il sorriso forzato ai clienti. Le formule di cortesia. Più computer che persone. L'odio che striscia sulle scrivanie. I dispetti camuffati con le buone maniere. Gli sguardi sinistri, il rancore non ulteriormente interpretabile. E quell'entità metafisica, onnipresente, sinistra protagonista del tutto: la scartoffia. Infiniti formulari da compilare, scrivendo, con ipocrisia, che la proposta è straordinariamente funzionale alla produttività dell'azienda X. Scrivendo, utilizzavo con un ghigno misto di disprezzo e nera ironia la terminologia che poi, qui e altrove, mi affrettavo a criticare. Lo facevo con coscienza. Ero un consapevole e dissociato strumento nelle mani del linguaggio capitalista. 

domenica 29 agosto 2010

Appunti sull'idiozia

Gli altri ridono.

La prima connotazione dell'idiozia consiste nella diversità, in un'alterità radicale. Semplificando, l'idiota  comunemente è considerato tale perché usa un linguaggio diverso dai più; con linguaggio intendiamo anche gli atteggiamenti, la forma mentis, insomma l'approccio globale della persona alla vita.
Il modo in cui il senso comune concepisce l'idiozia, se rapportato alla rappresentazione che ne dà Dostoevskij, apre la via a diverse considerazioni. Per il senso comune il giudizio di valore negativo è già contenuto nella parola diverso; in Dostoevskij l'aggettivo è semanticamente più aperto, cioè tendenzialmente ambiguo: non sottende giudizi di valore ma contrassegna un profilo umano particolare, il cui tratto distintivo consiste sempre nella diversità. La diversità che emerge dal romanzo è però tragica: un tragicità che scaturisce dall'attrito con gli altri e non dalla condizione in se stessa.

Se l'associazione di idee che istintivamente vi si accompagna richiama il campo semantico della stupidità, dell'ottusità, ecc, il senso in cui Dostoevskij usa il termine è ben più originale, ma non per deviazione dal significato originario - che non consiste in effetti nella stupidità come noi la intendiamo - bensì per il modo radicale con cui lo riprende. La scienza etimologica ci dice che idiota deriva da idiotès che significa "privato", probabilmente nel senso di "sottratto" ovvero di "particolare, non pubblico, non universale"; qualcuno ha suggerito il concetto di "straniero", in linea con la connotazione della diversità.

martedì 3 agosto 2010

Gioco al massacro




La visione del film L’inquilino del terzo piano (R. Polanski) mi ha colpita profondamente, anche in virtù delle ultime riflessioni sul dispettuccio. (Quella che segue non è una recensione).

Riassunto della puntata precedente
Dicevamo, che c’è un gioco al massacro quasi connaturato al vivere sociale. L’odio per gli altri e per se stessi, l’odio per questa vita che non può essere esternato, prende le forme della persecuzione più o meno velata e della distruzione sistematica dell’altro per vie verbali e comportamentali controverse e non direttamente codificabili. L’odio è a un tempo represso e generato dalla civiltà, ma deve sopravvivere in essa, perciò si esprime adottando le sue stesse forme: quelle dell’argomentazione, del discorso, della ragione. Dicevamo, del dispettuccio. Non ci si colpisce con le armi, con la bruta violenza fisica, ma attraverso il discorso adattato alle regole civili. Nel film questo gioco al massacro assume un’evoluzione incalzante, diventa un vortice di violenza di crescente intensità perpetrata nel quotidiano in un tragico insieme di voyeurismo e odio. 
Un odio normale.
L’ansia crescente diventa disagio soffocante, poi mania di persecuzione e il gioco al massacro prima subìto viene in seguito a propria volta perpetrato. Il condominio è il terreno fertile del gioco, che è tale perché si esercita nel semplice quotidiano, nella pretesa leggerezza della vita di tutti i giorni, ma è pesante poiché porta alla morte e passa per una costante lotta latente. Nel condominio coesistono diversi fattori chiave: la quotidianità, dunque l’intimità, l’isolamento del singolo appartamento e al contempo la convivenza con gli altri, il pianerottolo come crocevia e, nel film, come sede di scambio e di controllo. Il fatto che Polanski lo abbia scelto come ambiente predominante del film è dunque mirato.
In questo film convergono 1984 e Kafka. Il controllo sociale, il voyeurismo spregiudicato, si fondono con l’assurdità dell’espiazione di una colpa non identificabile. Come Joseph K. del Processo, il protagonista del film deve arringare e giustificarsi per una colpa non specificata, e per essa deve anche morire.

sabato 19 giugno 2010

L'orologio del femminismo gira all'indietro

La brava Marsia si esprime sulle opinioni illuminate di Susanna Tamaro sul femminismo: un condensato aberrante  di semplificazione e qualunquismo, con picchi di moralismo grezzo misto a ignoranza storica - all'interno di un  quadro argomentativo irrazionale. E', infatti, nel caso di Tamaro, il sentimentalismo della prima impressione del cuore (o "core") a dirigere le opinioni, come si potrà constatare leggendo il suo articolo. 
Si dà spazio a Tamaro sul Corsera, come si è dato spazio alla talaltra Scaraffia sul Riformista, che non lesina exploit semplificazionisti per lo stesso giornale, e se non fosse che in contemporanea l'editoria sembri rivivere un periodo di rifiorente riflessione femminista, post-femminista o semplicemente critica nei confronti della moda dello stereotipo della gnocca scema operata da industria culturale & co., sarebbe non impossibile credere: oddio, che è successo, l'orologio della concezione femminile è stato riportato indietro di più di mezzo secolo. 

domenica 14 marzo 2010

Come diventare Antonella Boralevi in venti semplici mosse

In tempi di crisi, è importante aguzzare l'ingegno e crearsi da sé le opportunità di successo. Qui troverete consigli semplici e pratici per farlo. Abbiamo scelto come paradigma una donna di fama nazionale: Antonella Boralevi. Ecco come diventare lei - fino in fondo e senza pietà.

1) Non mettetevi mai in discussione. Tenetevi sempre le stesse opinioni, e abbiate la sensazione che la loro genesi lontana, la loro immobilità strutturale, sia una forma di garanzia della loro qualità.
2) Abbiate pregiudizi, nutriteli sino a dar loro la foggia di dogmi ben saldi, fate di questi l'unica scaturigine di pensiero. Il dogma porta al successo perché fa presa sullo spettatore inerme, smarrito com'è in un'epoca così nichilistico-relativista. Egli si sente come rassicurato dal vostro dogma, ne ha bisogno.
3) Fate dell'avere siffatte opinioni la cifra della vostra carriera. Cercate, cioè, di trasformarle in una fonte di reddito e visibilità.
4) Fatevi invitare in televisione, dove i requisiti di cui al punto 1, 2, 3 sono essenziali ed esclusivo motivo di plauso e popolarità.
5) Prediligete, in particolare, i media più mediocri. Per la carta stampata, valga Donna Moderna, per la televisione, L'Italia sul 2 o Pomeriggio 5. 
6) Nei talk show, usate parole forti e piene di buoni sentimenti. Pronunciate queste parole con rabbia e, possibilmente, accompagnate i sorrisi con cui le pronunciate con dei ruggiti. Questo sarà il segreto delle vostre capacità persuasive.

giovedì 24 settembre 2009

Lo sborone.

A distanza di lungo tempo, dopo L'Asociale e Il Tirchio, torna a grande richiesta su questo blog la sezione antropologia a spizzichi e bocconi, la rubrica che getta luce sui tipi umani senza però mai illuminarli del tutto.
Oggi parliamo dello Sborone, di cui mi riservo di omettere le eventuali etimologie per motivi strettamente pudici, anche e forse meglio noto come lo spaccone, lo spocchioso, il vanitoso, il saccente, l'egocentrico, ecc ecc.
Lo Sborone è un tipo umano interessante da analizzare, perché è fondamentalmente un bizzarro. Tale bizzarrìa deriva dall'esasperazione di alcune caratteristiche che presso altri soggetti, comunemente, sono presenti in formato ridotto; vale a dire: l'autoesaltazione, il narcisismo. Ciascuno di noi, infatti, ha una certa dose irrinunciabile di narcisismo, presente in vari gradi e intensità, ma in genere limitato all'autocompiacimento per un presunto o reale o attribuito ma non verificabile successo, alla soddisfazione nell'udire un complimento, al desiderio di mostrare agli altri, eventualmente anche a mezzo finzione, la parte migliore di sé, al mostrarsi, come si dice, tendenzialmente splendidi in società, e al cercare moderatamente l'approvazione altrui. Qui, forse, siamo nella norma.

Lo Sborone invece, ha la mente pressoché del tutto ingombra da un solo pensiero: io sto apparendo. L'idea che qualcuno gli stia di fronte, eventualmente nell'atto di interloquire o di guardarlo, gli procura un' incontrollata libidine, un'autentica eccitazione che probabilmente porta anche all'erezione o al suo corrispettivo femminile, ma questo non so confermarlo dato che non è mia abitudine scrutare nei pantaloni delle persone che ho di fronte, men che meno degli sboroni.

giovedì 30 luglio 2009

Gioco e realtà

Considerazioni sparse sul libro di D.Winnicott

Trovo geniali le intuizioni di Winnicott sulla genesi delle esperienze culturali. Esse sarebbero il naturale prolungamento di quello che, nei primi anni di vita, è stato il gioco.
Nel gioco rintraccia una sorta di area intermedia tra il soggetto e il mondo esterno. A suo avviso, focalizzare, come si è sempre fatto, solo sull'uno o sull'altro porta a ignorare quella sorta di terzo luogo in cui si sviluppano delle dinamiche decisive per la vita futura; questo luogo, dice, non è il soggetto ma non è neanche l'oggetto. "Se noi guardiamo alle nostre vite probabilmente scopriamo che noi passiamo la maggior parte del nostro tempo né nell'agire né in contemplazione, ma in qualche altro posto".
Quello che genericamente chiamiamo gioco rappresenta, per semplificare, la libertà di essere creativi, di essere se stessi e interi, che è il frutto di un lungo e faticoso processo ove l'interazione mamma-bambino è protagonista.

La dinamica fra i due sin dai primi giorni di vita del lattante, è improntata a sua volta al complesso meccanismo della illusione/disillusione, o fusione/separazione: la "madre sufficientemente buona" saprebbe gestirlo in modo da permettere la creatività.
L'illusione consiste nella convinzione preverbale di onnipotenza nel bambino, per cui egli non sa ancora di essere qualcosa di separato dalla madre, dato che la percepisce come una sua naturale creazione al bisogno. Essa esiste perché il figlio onnipotente la crea: qui l'illusione. La madre, per parte sua, deve illuderlo, salvo in seguito disilluderlo. E' infatti necessario che "la legittima esperienza di onnipotenza da parte del bambino, non venga violata".

martedì 28 luglio 2009

Pudori

Non sono rari gli episodi di "intolleranza" per donne che allattano in pubblico, come nel caso di facebook che censurò una foto che ne ritraeva una. E' accaduto di recente che una donna nell'atto di allattare in un ristorante è stata invitata ad allontanarsi, per un presunto fastidio suscitato negli altri clienti.
Non è difficile scorgere una contraddizione in questo atteggiamento, benché per me sia solo apparente. La donna che allatta è sconveniente, la donna che mostra i seni nelle pubblicità, in televisione, ecc non desta alcuno scandalo. Il senso intimo della mentalità che sottende a queste reazioni mi sembra di poterlo rintracciare in un certo retaggio culturale maschilista.
(Ho riscontrato che l'uso di parole come "maschilismo" e "femminismo" suscita irritazione e fastidio, forse per l'abuso che se ne fa. Per me sono parole che hanno un senso, e in qunto tali le uso).
Questo retaggio può essere reso dalle rappresentazioni dell'immaginario collettivo impregnato di maschilismo, che associano la donna ora all'etereo, alla perfezione ultraterrena, all'immaterialità divina, ora alla seduzione, alla sensualità. Mi verrebbe da semplificare bruscamente pensando che la storia ci ha lasciato prevlentemente due immagini di donna: la madonna (madre) e la puttana. Sempre in modo approssimativo e sicuramente retorico, penso anche alle immagini cristiane del femminile, nelle quali la dicotomia si materializza rispettivamente nelle figure di Maria e di Maddalena, le figure simbolicamente più forti di donne che il cristianesimo ci ha lasciato.
Ad ogni modo, che le donne mostrino il loro corpo per scopi seduttivi, per il maschio, rappresenta la normalità, è accettato ad oggi come una prassi consolidata su cui il senso comune non manifesta il bisogno di discutere. Tanto che protestare contro questa specie di nuovo asservimento di cui ho già parlato in quest'articolo, è ritenuto anacronistico se non addirittura espressione di un certo bigottismo - reazione questa che fraintende spesso il senso della contestazione.
Là dove invece il corpo femminile manifesti la sua naturalità non per fini sessuali ma per quelli legati alla procreazione, esporlo può suscitare dei fastidi che non sono giustificati se non da una mentalità che associa il materno all'immateriale, ad un' immaterialità precisa: quella cristiana, propria della madonna, madre vergine e pudica.
A ciò si aggiungano le rappresentazioni della madre che per secoli hanno dominato, definendolo, il senso dell' essere donne. (Non escludo che queste siano il frutto di un forte condizionamento da parte del cristianesimo, ma non ho strumenti storici né teorici per affermarlo senza incertezze, quindi si tratta solo di un'intuizione).
La madre è buona, è simbiosi, istinto, dedizione, cura, famiglia, casa. Tutte rappresentazioni contenute nel senso più intimo che attribuiamo generalmente all'aggettivo "materno": una persona è materna quando è protettiva, amorevole, oblativa, quando si dà totalmente agli altri. In una parola, la madre non esiste per sé, la madre cioè non è, o, meglio, è in quanto fa essere l'altro. Questo la rende preziosa agli occhi della società, non in quanto persona, ma in quanto appunto funzione.
Resta difficile associare la madre, il cui concetto è impregnato di contenuti semanticamente rinviabili al pudore e alla riservatezza, alla corporeità. Il binomio donna-corpo è direttamente associato a quello donna-seduzione. La donna che è madre, invece, non ha corpo: è un'inconsistenza materiale che rinvia a quella essenziale, perché come si è detto essa non esiste - se non in rapporto agli altri, siano essi figli o mariti.
La donna se è madre non ha corpo, è eterea bellezza, è puro darsi, è perfezione. Oppure, se ha un corpo, esso è solo sensualità-per-lui, non pertiene alla persona ma all'oggetto sessuale. Ecco perché il rapporto che molte donne hanno col proprio corpo risulta problematico, pieno di ombre irrisolte e di ambiguità indecifrabili: forse anche questo è un derivato di quel retaggio, che troppo a lungo ha intrappolato i corpi femminili in categorie sempre improntate a una funzionalità, come se l'alterità non desse luogo a un'interazione ma a una semplice univocità (maschio figlio/marito da curare, maschio da sedurre).
Ecco dunque che, allora, mostrare i seni per un'operazione così strettamente materna come quella di allattare, è ritenuto sconveniente perché smuove le dicotomie consolidate sul femminile e sul materno. La sovrapposizione di questi contenuti, corpo femminile=sessualità e materno=incorporeo, crea come una confusione agli occhi di chi ha ereditato il loro concetto e la loro divisione, una confusione che risulta inaccettabile. Ovviamente, so che questa reazione non è diffusa in modo preoccupante, tant'è che fa notizia per la sua eccezionalità. Quel che intendo dire, è che c'è un sostrato ideologico profondo dietro che è diretta espressione di un "passato" ancora presente del tipo che ho tentato di descrivere.
La contraddizione di cui si parlava all'inizio, è allora solo apparente: essa è in realtà coerente con millenni di rappresentazioni del femminile fortemente polarizzate. Ciò non toglie che per noi sia una clamorosa contraddizione, con cui la "società" dovrebbe fare i conti. Se solo provasse ad ascoltare i suoi disagi senza assecondarli ciecamente, se solo cercasse di spiegarseli piuttosto che asservirsi ad essi senza averne prima saggiata la razionalità, sarebbe civile.

venerdì 10 luglio 2009

Le donne in tv: una falsa emancipazione

Scritto per liberareggio.org

Oggi nel corpo delle donne si condensano i modi dell’oppressione femminile. Esso è segregato nelle gabbie di un marketing massmediatico improntato al sessismo, ultimo insospettato erede della secolare cultura maschilista e patriarcale. Negli anni ‘60 il corpo era la sede della liberazione, quel crocevia ideale e reale a partire dal quale avviare l’emancipazione; le donne cominciavano a cercare il proprio piacere, a renderlo autonomo da quello dell’uomo, a conoscere il proprio corpo prima monopolizzato dai fini cui questi aveva deciso di destinarlo, come la procreazione e la seduzione; oggi torna ad essere la sede della mercificazione, della reificazione delle donne, ridotte ad appendici erotiche da annettere ad ogni trasmissione televisiva perché il pubblico maschile non venga perduto.

Cosa resta oggi, nelle immagini televisive, nei cartelloni publicitari, nelle idee del femminile che circolano presso il senso comune, delle voci femministe – che avrebbero guardato con orrore a un simile fraintendimento, a una tale degenerazione del concetto di libertà femminile? Non indossiamo il burqa, da queste parti, ma forse pesa su di noi una patina più pesante, perché meno evidente ma decisiva: la patina del corpo inteso come insieme preconfezionato di forme aderenti al modello di bellezza femminile che l’industria culturale promuove assolutizzandolo, e quindi in qualche modo impone nel costume e nell’immaginario collettivo; ciò che a livello individuale si traduce nel rapporto alienato che molte donne bombardate da tanti imperativi estetici hanno col proprio corpo, nel senso di ansia e di inadeguatezza là dove ci si discosti da essi, nel ricorrere a correzioni d’ogni sorta per aderirvi con più successo.

E’ come se le donne facessero di tutto per nascondersi e così negare se stesse, e l’industria televisiva usasse tutte le sue energie per incoraggiarle in questa direzione: è, evidentemente, una vincente strategia di marketing. Forse molte accettano un tale stato di cose perché quella della seduzione è stata l’unica vera forma di potere che sia stata loro mai riconosciuta, l’unico modo con cui possono tenere il maschio sotto un giogo e così reagire all’oppressione facendone una specie di riscatto, o perché ancora durante la loro formazione non hanno conosciuto alternative a partire dalle quali costruire la propria identità, dei modelli altri di donna in cui ritrovarsi – ipotesi questa a mio avviso più che probabile. Lungi da me, però, dipingere le donne come mere “vittime”; esse sembrano rivelarsi infatti insospettabili complici ( inconsapevoli?)del sistema che le opprime.

Una seduttività così intesa, una seduttività erta a modello normativo del femminile, diventa il luogo dell’alienazione: lei esiste solo per lui, in funzione del suo godimento, della sua approvazione, sino ad interiorizzarne lo sguardo e perdere così definitivamente se stessa, replicando dei paradigmi che si credevano definitivamente sepolti con la rivoluzione femminista. Ma dietro il gioco seduttivo, dietro la dinamica duale si nasconde un terzo artefice, il mercato televisivo e pubblicitario, che sfrutta gli stereotipi sessisti per fini commerciali. Il corpo delle donne è al suo servizio. Sembrerà retorico ricordare che mai come adesso la vecchia massima kantiana per la quale gli esseri umani andrebbero trattati come fini e mai come mezzi, pena la ricaduta nella barbarie, ha subito un radicale rovesciamento. Il mezzo del corpo femminile ridotto a strategia d’intrattenimento, a criterio privilegiato di attrazione del consumatore, funziona perché fa leva sulla parte più animale, primordiale, degli uomini; esso evoca – neanche allusivamente, ma in modo pornografico – il coito per far presa sulla parte più debole del maschio, gli promette un piacere che però, come diceva Adorno, è frustrazione, spingendolo così a dimenticare la sua dimensione civile, esistenziale, viva, e in definitiva reificando anche lui, attraverso una specie di ipnosi a sfondo sessuale che sembra cancellare le mediazioni della coscienza, e va dritta all’istinto, onde assicurarsi la fedeltà al programma.

La deformazione dell’idea di bello, ridotto alla semplice adesione al modello mediatico femminile della presunta perfezione, al possesso di un paio di curve e di un sorriso sciocco, la sua subordinazione tanto alle logiche di mercato e alle statistiche dell’audience, quanto a un concetto di sessualità senza relazione, deformato e imperialista, morbosamente insistente e sempre decontestualizzato, forse non renderebbe l’idea dell’oppressione, se non si tenesse conto anche solo di alcuni aspetti importanti: in tv è quasi sempre l’uomo a parlare mentre la donna gli fa da contorno decorativo; se è la donna a condurre la trasmissione deve essere necessariamente bella, requisito che sembra non risultare essenziale per un uomo; la tv non propone modelli alternativi di donna, non c’è diversificazione, ma è come bloccata nella proposta della sempre uguale polarità: bellaemuta/bellaeparlante (dove ovviamente la prima supera quantitativamente la seconda); abitualmente si fa slittare il discorso sugli attributi fisici anche quando il contesto non lo richieda affatto, per criticare o approvare una donna; le regie delle più disparate trasmissioni preferiscono labbra, gambe, seni di una donna che magari in quel momento sta parlando della fame nel mondo, alle inquadrature del volto, in una sorta di sineddoche visiva incompiuta, perché la parte non rinvia al tutto, ma semplicemente lo ignora.

Queste e altre realtà reintroducono nel presente una sfilza di dicotomie a suo tempo aspramente contestate dalle femministe, ove l’uomo è il discorso, il pensiero, la cultura, e la donna istinto, natura, ma non già emozione, dato che l’attrazione sessuale che si vuole suscitare mediante l’esposizione bruta del suo corpo imbalsamato è ben anteriore alle emozioni: è pura e semplice brutalità. (Per farsene un’idea basta, non solo fare zapping in tv durante un qualunque pomeriggio della settimana, ma anche dare una scorsa a questo blog interamente dedicato al rapporto autocoscienza femminile/donne nei media, sondato anche attraverso l’analisi critica di alcuni famosi programmi televisivi).

Gli uomini sono più rappresentati dai media, c’è, per così dire, più democrazia quando si tratta di loro. Al contrario, manca un pluralismo femminile, una rappresentanza adeguata delle donne: tutte le diverse donne esistenti vengono ridotte al solo monolitico stereotipo della belloccia senza cervello in balìa del maschio, dal quale è non di rado espressamente ridicolizzata suscitando magari presso di lei una per noi ributtante risata. Quella risata è il simbolo del “fallimento” del femminismo, in essa si condensa l’ignoranza, la totale mancanza di autocoscienza femminile e di spirito critico, l’adesione passiva al diktat estetico e caratteriale di turno, la subordinazione cieca a logiche di mercato sessiste scambiata per libertà.
Basta guardare 5 minuti di Sarabanda, quel grottesco programma che va in onda ad un orario diurno senza che nessuno abbia da ridire, in cui risulta impossibile trovare un nesso tra l’insistenza ossessiva delle inquadrature del corpo della velina e il format della trasmissione, che dovrebbe consistere in un quiz musicale: qui la decontestualizzazione.

Le differenze vengono azzerate, in un caparbio esercizio di semplificazione e di uniformizzazione della realtà che si pretende di rappresentare e che a un tempo si crea. Così uno degli assi teorici portanti del pensiero femminista, la rivendicazione di identità femminili diverse e individuali contro le categorie essenzialiste d’ogni sorta e le facili equazioni che per secoli hanno dominato, vedi donna=madre, donna=sensualità, donna=debolezza/emotività, ecc. subisce l’ennesima dissoluzione: in questo caso è la categoria donna-corpo, donna-oggetto erotico a sopraffare, cancellandola, ogni individualità femminile.

Considerando l’enorme potere educativo e di orientamento del costume della televisione, tutto ciò fa presto a tradursi nell’imbarbarimento generale delle nuove generazioni sin dalla tenera età educate a disprezzare le donne, mentre persiste il senso di umiliazione di quelle che non si riconoscono in quel modello, che non si sentono affatto rappresentate dalla tv, che provano un fastidio indicibile, segnato dalla mortificazione e dal disgusto, nel vedere così trattato il proprio sesso con l’approvazione di tutti e che – pensano – già da tempo avrebbe dovuto muoverci a un dissenso intransigente.

Ne risulta un’alienante condizione per cui da un lato chi non ha gli strumenti per criticare il sistema vi aderisce ciecamente così contribuendo al suo ulteriore successo , dall’altro chi questi strumenti li ha non trova altre possibilità che ripiegare verso se stesso/a, estraniandosi.

Una società così pervasivamente dominata dai media non fa nulla per promuovere nelle donne (e in tutti, aggiungerei, ma nelle donne in particolare dato lo stato di cose) l’intelligenza e lo spirito critico, dal momento che il suo scoraggiarli è proporzionale alle possibilità di guadagno; evidentemente la complessità non fa audience perché costringe le persone a pensare, a trascendere la pura animalità che invece ha una presa immediata sullo spettatore inerme. Pongo l’accento sull’aggettivo “immediato” non a caso, perché un aspetto cruciale è proprio quello dell’assenza di mediazioni culturali, le stesse che dovrebbero distinguere l’essere umano dall’animale. Dal momento che questa animalità viene evocata con la monopolizzazione dei modelli, attraverso la drastica decurtazione di tutte le alternative normative possibili, mi chiederei quanto spazio ci sia per la libertà, quel concreto e attuale poter scegliere fra più alternative, specie in fase di formazione, quando per la prima volta ci affacciamo al mondo e in modo ineluttabile ne assorbiamo i caratteri normativi?

E’ come se ci fosse stato rubato il corpo, come se non fossimo più padrone delle nostre vere facce, come scrive Lorella Zanardo, in una parola delle nostre identità: come se non ci fosse più permesso di essere noi stesse.
Ne parla meglio di me questo video andato in onda su La7 qualche mese fa, molto efficace e incisivo, perché va al nocciolo della questione, che fra le altre cose ha ispirato questo articolo e consiglio vivamente di guardare a tutti. Esso si conclude con un quesito cui non riesco a rispondere che con incertezza e confuse congetture: perché non ci arrabbiamo?