Chissà, magari questo potrebbe
essere l’inizio della trilogia sugli intellettuali che sto maturando
con astio da tempo. Ho troppo da dire sull’argomento, quindi, onde evitare
di scrivere l’ennesimo papiro (ma chi mi paga? vabè che tanto poi lo faccio lo stesso), abbasso il tiro e mi limito a
quella sottocategoria di intellettuali – uso in questa sede il termine in senso
dispregiativo* - che scrive in modo oscuro: d’ora in poi,
gli "oscuristi" (parenti stretti degli oscurantisti?). Sono
quelli che mi rendono simpatico persino l’odiosissimo detto nazionalpopolare nonché gastro-linguistico,
“parla come mangi”. Pensa tu come siamo messi.
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giovedì 4 dicembre 2014
venerdì 13 settembre 2013
Le parole sul corpo. Merleau-Ponty, Judith Butler
Appunti
Leggevo le pagine, molto interessanti e suggestive, della Fenomenologia della percezione, in cui Merleau-Ponty accenna alla dimensione corporea che assume, talvolta, la comprensione delle parole. Una corporeità che non riguarda l'atto di proferimento delle parole - l'apparato fonatorio, la loro "consistenza materiale", ecc. - bensì l'effetto che esse provocano talora sul corpo.
Quando non si abbia il tempo di decifrare 'intellettualmente' un significato, c'è una sfera di comprensione che afferisce prima di tutto al corpo, di modo che le parole sono percepite fisicamente prima che intese mentalmente. I suoi esempi ricordano parole come "umido", "caldo", "freddo", "rosso", "duro". Prima di tradurle in immagini, in rappresentazioni, esse sono sentite sul corpo.
Leggevo le pagine, molto interessanti e suggestive, della Fenomenologia della percezione, in cui Merleau-Ponty accenna alla dimensione corporea che assume, talvolta, la comprensione delle parole. Una corporeità che non riguarda l'atto di proferimento delle parole - l'apparato fonatorio, la loro "consistenza materiale", ecc. - bensì l'effetto che esse provocano talora sul corpo.
Quando non si abbia il tempo di decifrare 'intellettualmente' un significato, c'è una sfera di comprensione che afferisce prima di tutto al corpo, di modo che le parole sono percepite fisicamente prima che intese mentalmente. I suoi esempi ricordano parole come "umido", "caldo", "freddo", "rosso", "duro". Prima di tradurle in immagini, in rappresentazioni, esse sono sentite sul corpo.
lunedì 21 maggio 2012
"Razzisti a parole (per tacer dei fatti)" di Federico Faloppa
Scritto per terrearse.it
In tempi di semplicismi linguistici trasmessi a colpi di titoloni nei giornali e acquisiti dal linguaggio corrente, c’è grande bisogno di libri come quello di Federico Faloppa, Razzisti a parole (per tacer dei fatti), Laterza 2011, presentato venerdì presso l’International House di Reggio Calabria. Il suo obiettivo è quello di promuovere un uso critico e vigile delle parole in virtù della consapevolezza del carattere politico del linguaggio. Fra i tanti modi in cui le parole veicolano rapporti di potere radicati e rappresentazioni discriminanti di gruppi sociali, l’autore riflette in particolare sul razzismo latente radicato nel linguaggio quotidiano e mediatico.
L’illusione che il razzismo si sia estinto è denunciata dallo studioso (Università di Reading, UK) con la lente del sociolinguista che sonda le parole scorgendone la sostanza tutt’altro che neutra. Il lavoro che Faloppa realizza, e di cui auspica l’estensione a docenti, allievi, giornalisti, consiste infatti in un “esercizio di smontaggio delle parole” che aiuti a individuarne criticamente il contenuto spesso ambiguo e inavvertitamente razzista. Tuttavia, la lingua la fa l’uso, essa “si evolve da sé”, perciò poco senso avrebbe, sottolinea Faloppa, intendere il libro come un “manualetto normativo”, come un insieme d’istruzioni sul politically correct nella lingua. Piuttosto, si tratta di riflettere e di stimolare l’uso di strumenti intesi a “interrompere quella cinghia di trasmissione tra il linguaggio e il potere” di cui il lessico dell’ordinario razzismo è preoccupante esempio.
martedì 10 maggio 2011
Ai confini del linguaggio.
Scritto per filosofipercaso.splinder.com
Cerco -l'impossibile del linguaggio
lo stremo del fonema
il verbo liminare
lo strapiombo del dire
l'indicibile
affogato in un altrove
Wilhelm von Humboldt sosteneva che le lingue sono come dei recinti posti attorno alle menti dei parlanti - offrendo così un’immagine chiave per pensare il linguaggio: il recinto, che da un lato è limite e chiusura, dall’altro consente di non perdersi grazie alla possibilità di un movimento sicuro al suo interno. Nel linguaggio – nel recinto – il caos delle rappresentazioni diventa qualcosa, i nomi sono la soluzione preventiva al disordine, ancore sicure che rendono possibile un aggancio di senso alla realtà – immensa miniera semantica su cui le parole hanno agito come straordinarie cesoie storiche.
Ancora, Humboldt riteneva che le lingue fossero “visioni del mondo”: si può vedere solo nel linguaggio, le lingue sono rappresentazioni oltre che insiemi di parole e regole sintattiche. La geniale definizione ci rimanda ad almeno due osservazioni: da un lato, vediamograzie al linguaggio (o solo nel linguaggio), dall’altro, il nostro vedere è particolare – e potrebbe essere diverso in ragione della particolarità della lingua.
Ancora, Humboldt riteneva che le lingue fossero “visioni del mondo”: si può vedere solo nel linguaggio, le lingue sono rappresentazioni oltre che insiemi di parole e regole sintattiche. La geniale definizione ci rimanda ad almeno due osservazioni: da un lato, vediamograzie al linguaggio (o solo nel linguaggio), dall’altro, il nostro vedere è particolare – e potrebbe essere diverso in ragione della particolarità della lingua.
venerdì 12 novembre 2010
Tra semiotica, mercato e pretesa attualità: Nichi Vendola
Scritto per liberareggio.org
I politici e la politica costituiscono oggi più che mai oggetto di studio privilegiato per studiosi e studiose della comunicazione, un fecondo campo semiotico – date anche le caratteristiche progressivamente mediatiche della politica. Prolificano tesi di laurea sul linguaggio di Berlusconi, dibattiti sulla gestualità di Obama e editoriali sull’efficacia retorica di uno Zapatero, le librerie si affollano di testi illuminanti, da Le parole del potere, Il potere delle parole1 al recente Verità avvelenata di Franca D’Agostini2 a Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana: Silvio Berlusconi e Forza Italia3, giusto per fare pochi esempi. Una recente puntata dell’Infedele di Gad Lerner ha cavalcato l’onda ospitando gente del calibro di De Mauro e intellettuali stranamente in top ten come Carofiglio, affiancati da dubbi personaggi – tale Amicone esponente intellettuale del Trash barbaradursista, nonché un Travaglio sempre più necessario per motivi di audience (…senza polemica) – che interrogati sul tema, più o meno, “linguaggio e politica in Italia”, hanno persino dato vita a una discussione di livello medio-alto in televisione sulla deturpazione linguistica cui l’Italia, e aggiungerei il primo mondo tutto, va progressivamente incontro.
I politici e la politica costituiscono oggi più che mai oggetto di studio privilegiato per studiosi e studiose della comunicazione, un fecondo campo semiotico – date anche le caratteristiche progressivamente mediatiche della politica. Prolificano tesi di laurea sul linguaggio di Berlusconi, dibattiti sulla gestualità di Obama e editoriali sull’efficacia retorica di uno Zapatero, le librerie si affollano di testi illuminanti, da Le parole del potere, Il potere delle parole1 al recente Verità avvelenata di Franca D’Agostini2 a Il linguaggio e la retorica della nuova politica italiana: Silvio Berlusconi e Forza Italia3, giusto per fare pochi esempi. Una recente puntata dell’Infedele di Gad Lerner ha cavalcato l’onda ospitando gente del calibro di De Mauro e intellettuali stranamente in top ten come Carofiglio, affiancati da dubbi personaggi – tale Amicone esponente intellettuale del Trash barbaradursista, nonché un Travaglio sempre più necessario per motivi di audience (…senza polemica) – che interrogati sul tema, più o meno, “linguaggio e politica in Italia”, hanno persino dato vita a una discussione di livello medio-alto in televisione sulla deturpazione linguistica cui l’Italia, e aggiungerei il primo mondo tutto, va progressivamente incontro.
Dalla monopolizzazione indebita di concetti per così dire intrinsecamente super partes come “amore” e “libertà” per mano di alcuni partiti, alla semplificazione bruta di ogni sfera semantica attraverso la comunicazione per slogan inaugurata dalla pubblicità e fatta propria dalla politica, durante la trasmissione è emerso un panorama culturalmente agghiacciante (con sullo sfondo un volto berlusconsimile sorridente – un sorriso industriale, uno di quelli se sei triste e ti manca l’allegria, formato marketing scafato) e con una soundtrack non meno da brivido: la statistica degli analfabeti in Italia (66%, percentuale che fa la differenza ai seggi) citata con perversa voluttà dal linguista.
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