Appunti di Storia moderna

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giovedì 23 gennaio 2014

Igienismo estremo e mania dell'ordine

Pulire con odio
"I novellieri non hanno immaginato che la Bella Addormentata nel Bosco si sarebbe svegliata coperta da una spessa coltre di polvere; non hanno neanche immaginato le sinistre tele di ragno che al primo movimento i suoi capelli rossi avrebbero spezzato. Tuttavia tristi strati di polvere invadono senza fine le abitazioni terrestri e le sporcano uniformemente: come se si trattasse di disporre le soffitte e le vecchie camere per l'entrata delle ossessioni, dei fantasmi, delle larve che l'odore tarlato della vecchia polvere sostanzia e inebria."
[Georges Bataille, Documents, Dedalo, Bari  1974, pp. 182 - 185]

Provava l'insopprimibile esigenza di pulire ogni cosa, producendo all'occorrenza fastidiosi scricchiolìi nello strofinare inesausto ogni sorta di oggetti e mobili (d'ora in poi: le vittime), perché tutto doveva essere lindo, trasparente, cristallinamente puro fino allo scricchiolìo. Addirittura, dopo, nonostante gli amici invitati, trovò il modo di strofinare con cospicuo detersivo multischiumante la scopa, appena utilizzata per eliminare gli ultimi millimetri di polvere. Lei svolazzava per casa, capelli al vento e tenuta sportiva, pronta a cogliere in flagranza di sporcizia ogni insospettabile angolino. Lo faceva con un entusiasmo febbrile, a tratti idiota; nei suoi occhi c'era dell'odio, checché ne sembrasse e a dispetto di tutta la legittimità morale di cui gode socialmente l'igienismo estremo. Aveva un approccio, come dire, aerobico alla gestione della Casa™. Presente le istruttrici di fitness americane di certe videocassette anni '80, con quell'aria stupidamente operativa che sprizza da ogni goccia di sudore?  Si respirava un'aria di ospedale, di igienizzante, di Ambipur in agonia. Le dicevo ehi rilassati, può andare, dai è pulito. "Guarda, io sono fissata, per me la pulizia è imprescindibile", e giù a smacchiare l'ennesima chiazza invisibile. 

Questo è l'esempio più estremo che mi viene in mente, ma ho potuto constatare che questa perversa forma di sadismo - tale è infatti - è un fenomeno molto diffuso. L'igienista programma la sua giornata sapendo che una parte enorme, e sottolineo enorme, di essa andrà quotidianamente destinata a rendere i pavimenti degli specchi su cui rimirare il proprio deterso viso e i cessi delle abbaglianti bomboniere di porcellana, e che ciò dovrà essere fatto con sadica meticolosità e gusto della ripetizione. So di una tizia che non esce mai per lucidare, ogni giorno, le tapparelle:  tratto da una storia vera. Tale è l'infaticabilità in questo esasperato, inesausto, sempre uguale compito (si sporcherà tutto di nuovo!), che viene il dubbio: forse sotto sotto l'igienista vorrebbe distruggerla, la sua casa, a suon di smacchiate?

lunedì 8 agosto 2011

Senza troppe pretese

Al servizio del particolare.

Il grande dilemma consiste, in fin dei conti, nel conciliare i due poli: particolare e universale, senza ricorrere a stratagemmi speculativi difficilmente tangibili nel quotidiano. Conciliarli nel quotidiano è infatti la sfida. 
Nel lavoro, nel matrimonio, l'individuo - questa cosa generica ambulante, questo spauracchio - esiste, alimenta, replica il particolare. La spesa, la bolletta, il figlio a scuola, il condominio, la visita ai parenti, i piatti da lavare. 24 ore tutte al servizio del particolare - compreso il sonno, che serve a ridargli energia: a rendere, ogni giorno, il particolare più efficiente. 
Una caratteristica importante del particolare è la ripetizione. E' vero, qualcosa può cambiare - un divorzio, un licenziamento - ma la base è quella. Il sistema di fondo porterà a cercare un nuovo partner, a cercare un nuovo lavoro: ti piace quello che ho fatto? Guarda, guarda quanti attestati che ho.
L'universale intanto chiama. Puoi dimenticartene - il particolare è bravissimo in questo senso -, puoi ignorarlo per pragmatismo o mancanza di tempo, puoi non averlo mai neanche sospettato, puoi rimandarlo a data da destinarsi o coccolarlo nel tuo intimo, senza darlo troppo a vedere. Perché invero l'universale è bandito.

domenica 11 luglio 2010

Saperlo per finta e per forza

Trovo Shymalan un regista che sa cogliere l'essenziale, e che benché talvolta non sappia raccontarlo senza cadere in certi schemi rappresentativi stereotipati propri dell'industria del cinema, in genere i suoi film mi suscitano l'impressione di muovere da presupposti concettuali estremamente acuti.  
The village e E venne il giorno appartengono a quella - invero scarna - categoria di film la cui essenzialità riesco a cogliere molto dopo la loro visione: un brusìo concettuale la accompagna, e la segue - qualcosa di difficilmente decifrabile che poi, dopo una lunga gestazione rielaborativa, emerge lasciando profonde tracce. 
Lentamente dunque riesco a capire perché mi aveva colpito, nel film E venne il giorno di Shymalan, la scena in cui l'anziana eremita ferma l'impeto informativo dei suoi ospiti  - in fuga dal delirio del mondo - con un incisivissimo "non voglio saperlo". La morte è dietro l'angolo, il mondo si prepara a diventare un cimitero e tutti sono in fuga, ma non c'è spazio per simili esortazioni ansiogene, perché la vecchia sottrae volutamente al dialogo le condizioni per l'informazione. Così, la scena descrive un moto tendenzialmente rivoluzionario: bloccare il flusso informativo è possibile.

giovedì 10 giugno 2010

L'Ottuso

Questo identikit antropologico si rivela particolarmente urgente. Siamo circondati. Ricerche approfondite del CNR dicono che non c'è una stagione precisa in cui vadano alla ribalta, ma sono emerse delle tendenze geografiche particolarmente rivelative. Le masse ottusoidi paiono concentrarsi per lo più nel Nord del mondo: nei paesi industrializzati, nelle democrazie. Lasciamo da parte le considerazioni etico-politiche che facilmente ne scaturiscono, omettiamo cioè che ciò implicherebbe che, se essi costituiscono la maggioranza della popolazione, è a loro che va ascritta la più consistente produzione di leggi. Lasciamo da parte, sì, questa questione pruriginosa, e proseguiamo stoicamente con altri dettagli scottanti, data l'urgenza.
Le difficoltà statistiche che rendono impossibile un serio censimento della popolazione ottusa sono dovute, in primo luogo, ai limiti della sondaggistica. L'Istat ci ha provato, a porre a un campione relativamente esteso, la domanda si-definirebbe-ottuso. Il progetto statistico è saltato a causa di decine di denunce all'istituto, e al fioccare di oscenità degli intervistati che rendevano di fatto impossibile una ricostruzione professionale della realtà ottusoide del Paese. 
Fazio fa sapere che al momento non è pronto nessun vaccino. Gli anticorpi dell'ottusità muoiono nell'atto stesso dell'inoculazione. Ciò rivela una tendenza intrinsecamente intrinseca dell'organismo dell'Ottuso, rinvenibile presso tutti gli apparati, in specie quello cerebral-nervoso e quello acustico, che consiste propriamente in quella che i ricercatori chiamano "persistenza escludente", il che vuol dire, in breve, che non ci sono vie di mezzo, e se sei infetto sei infetto e basta. Non ci sono sfumature interne all'ottusità. (L'Ottuso è "mono" tutti i sensi, come si evincerà dalla descrizione che segue. Monocromatico, monodirezionale, mono-tono). Mentre se non lo sei, hai come il piede costantemente nella fossa (cit.) e il germe ti ronza attorno come una zanzara in pieno agosto a Milano. E' perciò della massima importanza non ritenersi mai definitivamente al di là della barricata, dalla parte degli intelligenti. 
E' una patologia a decorso terminale. Cioè, non è che di ottusità si muoia, ma si sviluppa un approccio virulento con l'ambiente umano circostante  che porta caso mai alla morte degli altri (da ora in poi, le vittime, NdA)- senza che sia possibile estirparlo una volta contratto.  
L'Ottuso è un'entità umana di non immediata identificazione per i meno allenati. Tuttavia, non è affatto impossibile riconoscerlo subito, talvolta basta solo un'occhiata. Sì. 
Fattori estetico-vestimentari. L'Ottuso veste sempre casual, ma non tutti quelli che vestono casual sono ottusi. C'è una tendenza cromatica che può aiutare a identificarlo: in genere predilige il rosa o l'azzurro, le scarpe bianche, le polo. E i pantaloni di colore rigorosamente pastello. Porta in genere gli occhiali da sole, ma "non è detto" (cit.). La sua faccia è anonima. In genere pallida, oppure lampadata (comunque in partenza sempre pallida), ospita un sorriso dai denti sconnessi ma non troppo. Gli occhi sono di solito color nocciola. Spero di avervi aiutato.

sabato 15 maggio 2010

L'ideologia negli aggettivi I

Disamina disarticolata dell'aggettivo "utile" senza pretese di esaustività
Ci sono tre aggettivi di uso corrente su cui vorrei porre l'attenzione. Si tratta di parole chiave, parole particolarmente rappresentative del cosiddetto "sistema", ma in quanti altri modi potremmo chiamare questa entità informe - o meglio dalle infinite forme - che ci avvolge e ci intride di sé quotidianamente: potere onnipervasivo, industria culturale, forma mentis capitalista? Insomma, si è capito.
Queste parole sono, in ordine casuale, utile, attuale, ingenuo. Le “tratterò” (è una parola grossa chiaramente) in sedi distinte - oggi tocca a utile, fermo restando che di termini ideologici ce n’è un abisso (ad esempio: innovativo, produttivo, concreto, ecc.)
Qui le uso polemicamente: il mio pseudonimo è "Anacronista" e questo è il "taccuino di un'ingenua". Il riferimento implicito a "utile" è nel trafiletto introduttivo, in alto a destra.
Propongo una disamina disarticolata di questi aggettivi, alla luce della loro forza esemplificativa rispetto al sistema di cui sopra, per mostrare la loro deformazione semantica, o, meglio, la loro tensione semantica orientata dal contesto capitalista. C'è, cioè, un sostrato ideologico che fa prendere al loro significato una direzione specifica, ideologica appunto. Ciò è l’espressione della tendenza intrinseca del potere multiforme ad espandersi indefinitamente, fino a penetrare il linguaggio. Se le lingue sono “visioni del mondo” (Humboldt), non si vede infatti perché le parole di una lingua non debbano prendere la piega che questo mondo fa loro prendere.

lunedì 15 febbraio 2010

Il martirio dell'impiegato

"Mi faccio un mazzo tanto e pago le tasse"
E' raccapricciante l'orgoglio arrogante con cui così spesso si sentono pronunciare frasi di questa risma. In genere, è un modo per dare sfogo al proprio odio verso qualcuno che lo ha suscitato per motivi niente affatto legati al fatto di pagare le tasse o meno. Per esempio, scatta se il vicino di casa fa molto rumore, o se x parcheggia nel posto che avevamo adocchiato noi. E' evidente che non c'è alcun nesso apparente.
E' chiaro che non la stragrande maggioranza delle persone lavora e paga le tasse con piacere. Ergo: se potesse, di certo non lo farebbe; se fosse nelle condizioni di prendere i cosiddetti sussidi, non li schiferebbe. Dunque, perché trasfigurare delle azioni compiute così malvolentieri in meriti, a partire dai quali tracciare una linea di demarcazione fra i giusti e gli sbagliati?

martedì 29 dicembre 2009

Al teatro

Ho visto un Amleto di marmo, una marionetta senza anima e senza parola.
Un Amleto che, funambolo fallito, è precipitato troppo presto nel burrone del cliché. La forza archetipica si è disgregata nelle forme del suo deterioramento nello stereotipo di superficie.
L'incontro, infatti, era semplice celebrazione di questo deterioramento, diventata evidentemente prassi teatrale.
Negli occhi di quell'Amleto - benianamente -"re-citato" ho visto l'arroganza futile di chi crede che Amleto non abbia nulla di vero da dire, la rappresentazione re-citata della ripetizione, la performance esteriore dell'attore istituzionale. Nessuno ha percepito intensità e partecipazione, ma solo riproduzione meccanica di un classico ormai consumato, che merita la stessa rappresentazione che darebbe un bambino delle poesie di Carducci mandate a memoria per Natale.

mercoledì 21 ottobre 2009

I piedi per terra

C'è una pubblicità di non ricordo cosa, ma specificarlo sarebbe comunque irrilevante dato che i prodotti pubblicizzati si equivalgono tutti, che sponsorizza la cosiddetta vita normale.
Si parla del giocare a fare i ribelli da regazzini per poi rendersi conto con commozione che si è il calco dei propri genitori. Inutile prenderci in giro. Inutile aspirare a qualcosa di diverso. Il messaggio è: smettila di sperare che qualcosa possa cambiare, ma dove vuoi andare, tanto lo sai che alla fine ripeterai il sistema di vita che credi di aborrire, perciò non fare storie e corri a baciare mamma e papà prima che sia troppo tardi.
Insomma, si replica l'atteggiamento di ripulsa per quello che crede ancora nella possibilità del cambiamento, comunemente noto come idealista. Le sue aspirazioni vengono neutralizzate chiamandolo spregiativamente così, e invitandolo per questa via a mettere i piedi per terra. Che poi, la "terra" è quella predefinita da "loro". Viene incoraggiata una sua rappresentazione specifica: una persone che giace tra le nuvole, illusa, infantile, anche buffa. Proprio come avvenne per Socrate ne Le nuvole di Aristofane.

mercoledì 1 luglio 2009

Vita surgelata

E' che a sentirmi normale proprio non ci riesco. L'approvazione degli altri, dopo un iniziale effimero senso di libidine, mi dà la nausea. E non per una specie di perversa ideologia del bastian contrario, né perché mi senta particolarmente eccezionale.

Quando la gente è d'accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto (O.Wilde).

C'è qualcosa di insulso nel senso comune, un non so che di viscido e urtante, che si materializza nei parchi di certe domeniche pomeriggio, nelle agognate vacanze, nel quadretto felice della famigliola che passeggia nel centro commerciale, nell'espressione basita di chi abbronzatissimo disdegna il tuo pallore in pieno agosto, nell'ottuso ottimismo di tutti, e, e. Per esempio.
C'è come una patina dura che ricopre tante attestazioni di normalità, questa ripetizione claustrofobica e totalitaria di ideucce e modus vivendi preconfezionati; è impossibile, guardando sotto, scorgere qualcosa di consistente, un qualche abisso che valga la pena di sondare, un moto di vita, un che d'autentico, delle ombre, delle ambiguità, un indefinito. Ma sembra che intorno ci sia solo questo. Relazionarsi con esseri umani vividi, dalla personalità plastica e multiforme, da, che so, un qualche estremismo dettato solo da una sensibilità viscerale, un gridare represso, un'espressione indecifrabile, una particolarità che irrompe dal profondo, sembra impossibile da queste parti. I miei interlocutori hanno occhi di vetro, inespressivi e immobili, e parole stantìe, ingabbiate in frasi già sentite, ricoperte dalla polvere del dire inerte.
Mi sento in ostaggio di questa gente qui.

domenica 19 aprile 2009

Di facebook e altri demoni

Ovvero: dell'illusione di essere i protagonisti.

Lo sappiamo già che è il grande fratello de noantri. "Stamattina ho male al molare destro", "vado a fare shopping", "odio il sushi". Per carità, informazioni degne del massimo rispetto. Ma è il tempio dell'inazione: ognuno afferma se stesso, senza alcun obiettivo che non sia quello di vomitarsi un pò addosso.
E' perfino possibile esprimere emozioni attraverso una formula prestabilita, quel "mi piace" senza ulteriori sfumature e specificazioni. Clic. Peccato che manchi l'opzione "mi disgusta" o "interessante, ma bisogna considerarlo sotto un altro punto di vista", no, per le sfumature bisogna che agisca tu, eh che ci vuoi fare. Dai, scrivi.
Sono sicura che prima o poi aggiungeranno l'opzione "abbraccialo", "dagli una pacca sulla spalla", "bacialo appassionatamente", "rimproveralo accigliato", "compiacitene con entusiasmo", "mi stai sul cazzo": ma forse sono troppo ottimista.

Magari dici la tua. Ma non dimenticare che leggeranno quello che hai scritto a Gianfranco Salumotti altre 300 persone, sì, gli amici degli amici: quelle entità informi che si aggirano come spauracchi nel monitor ("aggiungi ai tuoi amici Gioacchina De Benedettis", e la sua faccia è lì, trionfante, con gli occhiali da sole mentre scruta un improbabile orizzonte). Ne consegue che stare su facebook è come urlare in mezzo alla folla un non ulteriormente specificato "MI PIACE!" mentre tutti si voltano a guardarti. Le uniche modulazioni del volume previste sono due: l'urlo o il silenzio. Quest'ultima è la meno auspicabile: che fai, non ci metti pure tu, la tua faccia? Perché questo è il senso nascosto del, come i webbisti amano feticisticamente dire, quasi con aria snob, nuovo social network: "mettici anche tu, la tua faccia".

(Che poi, ho sempre provato una sensazione strana di fronte a questa parola, faccia. Sembra quasi un insulto. Che so, volto sarebbe un tantino più delicato).

Tuttavia, pare che gli ideatori si siano per tempo accorti che un sito basato interamente sulla metafora della pseudodalliana Piazza-Grande (che è in definitiva la trasposizione virtuale del marcuzziano GiEffe), dove gli interlocutori si scambiano urla brutali in mezzo a una folla informe, sarebbe durato poco. E allora giù con altre ideucce innovative.
Tra tutte, spicca il fatidico diventa fan. Essì, è la più alta azione concessa: proclamarsi fan di qualcuno o qualcos'altro, in genere miti televisivi (mai letto, che so, "diventa anche tu fan di Verga"), o di azioni quotidiane di infima importanza (es. "diventa fan di mangiare la nutella") o di altri social networks ("diventa fan di Invisibile di msn"), in un'autoreferenzialità senza pari nella storia umana.
Ma ci sono pure i giochetti, eh. Appaiono le facce (pardon: faces) dei tuoi fatidici amici, ed è così amazing! Non lo so, a me fa ridere vedere sbucare le facce dei miei amici così all'improvviso, tipo la faccia ammiccante di Pincopalla che estasiata sfoggia uno sfondo di palme, mentre mi spremo le meningi per trovare il quattordicesimo anagramma di "amaca".

Ogni volta che ci entro, le stesse oprazioncine pronte per essere eseguite, dando forma all'ennesimo tran-tran della giornata.
Regna la ripetizione dell'uguale. No, qualcosa di molto meno poetico del nietzscheano eterno ritorno.

Vabè, ma a me i giochetti al computer vengono a noia. E ora che faccio?

Posso mandare un regalo a Giuliano Pasticcetti, o anche solo offrirgli un caffè, senza spendere soldi e senza neanche assaporarlo, quel caffè, in una simulazione del reale che dà ben poco da godere ai sensi. Puoi fare tutto comodamente da fermo e in poltrona: parlare, ascoltare, leggere, bere un caffè, scartare un regalo, in una parola esistere, stando in solitudine e allo stesso tempo dandoti l'illusione di vivere una vita sociale. Immoblismo. Attivtà psicofisica ridotta al minimo in-essenziale (stand-by, direbbero i webbisti). I lombrichi sono più attivi, oh, quelli almeno strisciano.

Ma ci sono i gruppi! Quasi quasi mi iscrivo a "Quelli che...si grattano l'orecchio sinistro".Nascono come forum, finiscono come cimiteri, con tutti i nomi delle buonanime in ordine alfabetico, o come le lunghe liste con cui i funzionari del comune (sez. Anagrafe) hanno a che fare ogni giorno. (Mi si perdoni la similitudine a tinte fosche). Sfido io, a conversare per ore il 2954 persone sul fatto di grattarsi l'orecchio: proprio come nei talk show.
Ma ci sono i test! "Scopri che canzone del momento sei", "chi ti porteresti a letto: Brad Pitt o George?", "scopri in percentuale quanto sei femminile", "sei veramente intelligente?" in particolare quest'ultimo quiz pieno di errori grammaticali e dubbia sintassi.
E se hai solo 5 amici?. Solo un aggettivo può restituirti il senso di ciò: sfigato. E' chiaro, è un social network, non un a-social network. Guarda Tizia Tizzetti ne ha 135, che culo... E' Facebook, oppure: quando la matematica subentra all'amicizia.
Mmm, uff. Ma ci sono le foto! "Anvedi quant'era sbronzo qua er caciotta!" , "siete bellissimi, veramente", "maddai, chessei stata alle Maldive?" et similia.

Ok, ho visto le foto di tutti i miei amici. Le ho commentate tutte, tutte. Ora che faccio?
Oddio: che faccio? Eccola che arriva: la noia.
E si percepisce, l'ansia smodata degli ideatori di in-trattenerti.
Eppure, sai di non esserti divertito neanche per un secondo, sai di non aver effettivamente fatto nulla, almeno nel senso tradizionale della parola fare*. L'immaterialità dell'oggetto con cui ti rapporti, poi, inasprisce questa vaga ma non troppo sensazione di nulla.


*compiere, operare, creare, produrre; eseguire; fabbricare, edificare; preparare, eleggere, nominare, raccogliere, mettere insieme, esercitare un'arte, una professione, un mestiere; praticare, essere utile, conveniente, [detto del tempo] compiersi, essere.

lunedì 30 marzo 2009

Quattro mura

Uno degli aspetti più snervanti della maternità è la ripetizione: quel ciclico fare e rifare piccole operazioni uguali a se stesse più volte nel corso della giornata, tutti i giorni. Una mente dinamica, pensante e mai sazia di conoscenza, può vivere questo ridondare di azioni come un indebito limite. Dopo l'ennesimo bagnetto, cambio di pannolino, riscacquo accurato delle stoviglie e rigorosa preparazione degli alimenti del piccolo, può correre furente sul libro che da giorni è fermo alla stessa pagina, ma non come la voglia di superarla.
Infatti un altro aspetto frustrante è il particolarismo. Le mura domestiche circoscrivono inequivocabilmente e ineluttabilmente il campo d'azione. L'operatività vive della e nella routinaria cura di un essere non autosufficiente, e nella drastica decurtazione del tempo da dedicare, dico genericamente, al resto. Nella mente della madre questo resto può assumere dimensioni e attrattive oltremodo irresistibili: fuori, il mondo pulsa di eventi, di volti e di sensi, quella porta separa la madre dall'"universale".
Lui scopre, vuole, annusa, chiede, protesta o approva, cerca ed esplora, il suo corpo e la sua mente prendono forma; la madre accompagna e assiste: c'è del bello, ma può non bastare.

sabato 18 ottobre 2008

Credevo, e invece.

Finalmente trovo tra le manifestazioni della mia città qualcosa di diverso dalle solite sagre di prodotti tipici e dagli exploit di certi vips amici personali del sindaco: una fiera del libro.
Incuriosita e stupefatta nel leggere la parola "libro" sul sito del tuttoqui RC, clicco per approfondire e rimango profondamente delusa. A coordinare il tutto sarà lo stesso tizio che sull'emittente privata della città si spaccia per critico d'arte. Anni addietro ebbi anche occasione di appurare personalmente questa sua essenza artistica fatta di saccenza, esibizionismo e spacconeria, che, avessi avuto dubbi, la sua apparizione televisiva li avrebbe senz'altro cancellati in pochi nanosecondi. Bene, sarà lui a guidare la manifestazione che avrà per tema il meridione letterario.

Anche a Villa Zerbi espongono gli artisti reggini. Purtroppo, specie nella sezione fotografia ho avuto modo di constatare l'ennesimo tempio eretto al sindaco (in una sala in particolare), le ennesime foto di vips, gli ennesimi scatti dettati più da un voler scattare ed esporre, che non da un autentico e profondo impulso "artistico", se così si può dire.
E non è una questione di gusti personali, premetto.

Nella sezione pittura ho provato la stessa sensazione: gente spinta più dall'aver dipinto, che non dal dipingere. C'era una puzza di falso su quelle pareti ...

Eppure. Dalle tele di Tina Sgrò trasuda odore di vero.

http://www.tinasgro.it/img/galleria2002-2004/index.htm

giovedì 15 novembre 2007

O ti neghi e sopravvivi mentre muori, o ti affermi e muori mentre vivi

(Sarò prolissa...!)
“Vivi per autoconservarti , autoconservati per vivere”. La "scelta" verte su due -quanto mai magre- alternative:
- lavorare mettendo nel cassetto il proprio–essere-io , la propria storia, il nugolo di sensibilità , emozioni , idee che si reca con sé, per inserirsi in modo forzatamente neutrale in un ingranaggio meccanico e contribuire – con uno zelo che sfida i confini che separano l’uomo dalla macchina, la scelta dalla reazione a uno stimolo – a farlo funzionare , per poi a fine turno , e con la stessa rapidità con cui si timbra il cartellino, reindossare se stessi e tornare a vivere come-nulla-fosse ;
- o fare continuando ad essere , coerentemente con la propria, come dire, natura?
Il punto di discrimine tra i due mondi sta , tra l’altro, nell’utilità. Oggi l’unica cosa per cui siamo insostituibili da una macchina, è scrivere poesie, comporre musica, dipingere un quadro, ideare. Tutte cose perfettamente inutili... (?!).E comunque neanche questi tipi di fare possono sussistere – nell’autosufficienza - senza un retroscena economico che, centralizzato, ne prestabilisca le direzioni.
Ciò vuol dire che l'unico modo per essere "utili" è "macchinizzarci", cioè fungere da prolungamenti delle macchine? Ma poi questo concetto di utilità mi è piuttosto sospetto. Magari riteniamo istintivamente utile ciò che siamo stati abituati - cioè indotti - a ritenere tale. Ma utile a cosa? Ho come l'impressione che ciò che originariamente doveva essere utile a noi, persone umane con dei bisogni da soddisfare, abbia via via lasciato il posto a ciò che è utile a quel sistema che si è formato (installato, rafforzato, radicato) inizialmente per soddisfarci e che ha poi rimpiazzato il complemento di termine (alla parola utile) "noi", subentrandogli zittamente e categoricamente. Il paradigma è, quindi, "utili al sistema". E noi, coi nostri bisogni, la nostra umanità da esprimere? Paradossalmente, i nostri stessi bisogni sono utili al sistema. Tanto che quelli -relativamente pochi- che abbiamo, non gli bastano, quindi (come qualcuno da qualche parte ha detto) ne crea - sempre zittamente eh, eppure quanto rumore sento io: un fracasso- di nuovi. Come? L'umanità da esprimere? Bè. Il sistema ha escogitato un modo per rafforzarsi anche con questa specie particolare di bisogno. Per distrarti c'è la tv, per non pensare al lavoro c'è la notte bianca, per non sentirti solo ha creato le agenzie di appuntamenti, per non sentirti depresso ti deprime di più. Ops! Mi è scappato. Ma tra l'altro e per di più, la natura non offre soluzioni a chi non sa scrivere poesie, comporre musica, dipingere quadri, ideare (e il sistema non le offre a chi pure sappia fare tutto ciò, ma non rispettando i suoi clichés - studiati a tavolino in vista del business). E chissà, forse rientra nell’equilibrio dell’(eco)sistema che vi siano inetti, meno inetti, geni, meno geni, mediamente scemi e mediamente geni; impiegati delle poste e poeti. Ad ogni modo, tutto questo purpurì va a riflettersi sulla propria considerazione sociale da parte della massa massificata e massificante . Un manager è un dio. L’operaio un poveretto. L’impiegato una brava persona. Il poeta “uno - che - sa - solo - piangere”. Il cantante, se non entra nel giro del business discografico, cioè se non propone ritmi mediamente dance con testi dalla funzione puramente decorativa (e che possibilmente abbiano per tema il sole, il cuore, l’ammore, con un ritornello che faccia pendant con la spiaggia) , e non è bello – cioè spavaldo, muscoloso, possibilmente con occhi verde smeraldo e nasino all’insù – è uno sfigato. Non sono faziosa: basta guardarsi intorno. E pensare che più o meno tutti gli appartenenti alle categorie che ho sopra sommariamente citato, reagiscono in modo da giustificare quel tipo di considerazione sociale e da nuovamente rafforzarlo. Si alleano, cioè, col “nemico”, dandogli man forte. Il cantante cerca di scrivere la canzone più adeguata possibile ai canoni richiesti dalla casa discografica (che segue, come si dice, i gusti del pubblico, ma , direi, a un tempo li forma) . L’operaio, non avendo alternative lavorative, si accontenta di appiccicare le etichette sulle centinaia di bottiglie che gli scorrono innanzi. L’impiegato odia il suo lavoro, ma tiene famiglia, e magari per salire di grado – cioè guadagnare di più – sgomita coi colleghi inscenando una gara feroce a chi si fa notare di più dal capo – non escluse invidie, dispettucci , frecciatine, denigrazioni “funzionali allo scopo”, colpi bassi tra … “sodali”, quindi frustrazione e/o cattiveria. Facciamo pure che la figlia dell’impiegato, vedendo in casa l’esempio umano della frustrazione, ovvero di ciò che certamente non la riguarderà mai, e in televisione tutto brillare sotto l’instancabile luce della celebrità (come un tempio dedicato al piacere incondizionato), ha deciso di sfondare nel mondo della televisione, e usa i soldi di papà per studiare danza-canto-e-recitazione alla scuola di musical sotto casa, inclusi i continui viaggi per Roma e Milano dove si tengono i provini per entrare in quella o quell’altra trasmissione. Avendo visto che farcela è impossibile data l’immensa orda di aspiranti, decide di andare a letto col produttor tal dei tali. Ed ecco che ha la sua parte nella soap opera. Rilascia interviste, si lamenta del fatto che “questo lavoro non permette, a noi artisti, di coltivare l’amore”, ribadisce i suoi infiniti sacrifici, ringrazia mamma e papà e comunica al pubblico di Verissimo la sua scala di valori, che mette al primo posto l’amore (ahilei), poi la famiglia, poi l’amicizia, e all’ultimo il lavoro e i soldi. Pare desideri diventare mamma, un giorno. Conclude l’intervista esprimendo rammarico per il suo essere “troppo buona”. Penso che la libertà esca inesorabilmente lesa dal suo confondersi con la sfera dei soldi, cioè quando deve confrontarsi con questo “sistema”. Se libertà è avere l’alternativa, cioè poter scegliere realmente, quanto siamo liberi? Le alternative o te le dà la natura o te le dà il sistema. Ma se per lavorare devi innanzitutto alienarti ammenoché non fai quello che ti piace (il che richiede la possibilità economica di studiare o un talento naturale – ma di questo che dovemo di’? –) : quanto puoi scegliere? Quanto sei libero? Ci troviamo di fronte alla strana contraddizione per la quale se vuoi sopravvivere, devi condurre una vita mutila, alienata . Se vuoi condurre una vita "intera", alla massima espressione, coerente con la tua natura, come fai a sopravvivere? (Il problema non si pone per chi è come il sistema: mediocre. O che si sia mediocri perché così ci ha formati il sistema?).
Ho come il sospetto che si tratti di una cospirazione messa a puntino per rincretinirci tutti. (L'ombra di Orwell incombe: forse che ci ridurremo a tritare libri, un giorno? D'altronde, c'è chi è stato “tritato” dall'Azienda Radiotelevisiva Italiana - si scrive maiuscolo come Dio-). Qualcosa di economico che sfocia nel politico, per cui siamo tutti sotto sequestro, e non c’è riscatto che tenga. (Aggiungo che rientra nella logica dell’imbavagliamento il fatto di non mostrarsi come tale, ed è proprio questo – come dire – dualismo tra l’essenza e l’apparenza del sistema il suo punto di forza. Come se l’apparenza fosse funzionale all’essenza retroagendo su di essa in modo da alimentarla progressivamente … mi si perdoni il linguaggio forse qui inopportuno!) Imbavagliati, e non esagero, anche nel pensiero: nel senso che non ci è permesso di esperire qualunque realtà esuli dallo schema rigido e prefissato che il sistema (il vero feticcio della modernità) ha gentilmente predisposto per tutti noi. Ciò che è peggio è che pare nessuno sia responsabile di tutto ciò: come se il meccanismo ci fosse irrimediabilmente superiore, e non potessimo citare in giudizio - morale - il tizio e il caio responsabili. Hannah Arendt leggeva questo tra le righe del nazismo: non si capisce con chi dobbiamo prendercela. In pochi lo leggono a chiare lettere tra le piaghe del sistema. No, non ci sono i lager. Direi che da queste parti a morire è qualcosa del cui decesso non ci accorgiamo, perché troppo distratti dai troppi colori dei troppi cartelli pubblicitari, delle troppe tette sbattute in faccia qua e là, delle troppe cronache nere che amplificate riducono tutti gli altri suoni a 0 decibel, e, chissà, un giorno (Asimov non me ne voglia) a zero sarà ridotto qualcos’altro: la nostra intelligenza, per esempio.