Appunti di Storia moderna

sabato 16 maggio 2015

Sull'uso della parola «borghese»

Appunti sparsi e in fieri

Capita spesso: a un certo punto, nel bel mezzo di una conversazione, eccola che spunta, fugace e furtiva, questa parola. Io stessa mi sono più volte macchiata dell'imprudenza di averla pronunciata, fino a pochissimo tempo fa. Ora mi dà perfino fastidio sentirla, per non dire orrore. "Borghese". 

mercoledì 13 maggio 2015

Luciano Bianciardi - Il licenziamento

Da La vita agra (1962), Feltrinelli 2014, p. 118:

«Tutto comincia il giorno che ti cambiano di stanza, col pretesto dello spazio te ne danno una più piccola da dividere con altra persona; e il tavolo tuo sarà quasi sempre più basso, più stretto, più scomodo, e piazzato dietro la porta, sì che, entrando, un ospite veda subito il tuo collega, ma non te.
O addirittura può accaderti di restare senza locale, senza scrivania, senza sedia: ciò avviene in genere approfittando dei traslochi. Infatti, quando una ditta cambia sede, si noterà sempre un'affannosa corsa alla stanza migliore, più appariscente, più centrale, meglio arredata. Chi nel bailamme è riuscito ad arraffare una stanza tutta per sé, di solito viene immediatamente premiato con un aumento di stipendio e di autorità. Chi invece, per sua incuria e pigrizia, resta senza nemmeno la sedia, viene subito licenziato. L'ho visto fare più volte, questo scherzo, e volendo potrei citare nomi e dati precisi.

lunedì 4 maggio 2015

Il non-dibattito sulle unioni civili a Reggio Calabria

Note su un incontro pubblico incandescente.

29 aprile. Arrivo trafelata, a dibattito già cominciato, all'incontro organizzato da Collettiva AutonoMia a Palazzo San Giorgio, Reggio Calabria, con Graziella Priulla (docente a Catania), Demetrio Delfino (consigliere comunale PD), moderatrice Paola Bottero (autrice), Massimo Ripepi (consigliere comunale Forza Italia) e Giovanna Vingelli (docente Unical). Praticamente non si può entrare. C'è un sacco di gente, molta in piedi, chi preme fin sulla porta. Il clima è caldo e partecipato. (Forse troppo). Mi faccio largo e trovo un angolino in piedi da dove ho una visuale completa: ci sono madri con bambini, qualche politico, vecchie conoscenze dell'attivismo reggino, varia umanità; ma noto subito una cosa: vedo fluttuare tantissimi palloncini colorati. Strano, penso, curiosa. Che...che cos'è? Cioè, che vuol dire? 

sabato 25 aprile 2015

Chi la pensa diversamente da te

Essere d'accordo con se stessi, ma anche no.

E' un fatto. Pare che nel mondo esista gente che la pensa diversamente da me.
Sgomento a parte, apprezzo e detesto il fatto che la gente non sia d'accordo con me; che possa cioè disinvoltamente formulare pensieri che non hanno tenuto conto del lungo defatigante processo che ci ho messo per pensare i miei. Lo detesto perché, diamine, come fai a non vedere che x è y? E' del tutto evidente in virtù di z e q! Devi rendertene conto! Pago le conseguenze della tua ignoranza! Io mi sono già accomodata, gli unici posti liberi sono là, sì, proprio là. Dalla parte del torto. E perle ai porci, e la ggente non capisce, e compagnia bella.
Ma lo apprezzo quando mi permette di attivare qualche zona imprecisata del cervello che mette un po' di disordine tra le mie convinzioni (che tendo a rappresentarmi, realizzo adesso, come giuste e ineluttabili nella loro cristallina verità: ci ho messo una vita a farmele!), e le costringe a un momento di reset, o di regresso verso i presupposti. Insomma, a pormi domande che altrimenti, con gente che la pensa come me, non mi sarei posta, perché col tempo le risposte prendono il sopravvento sulle domande e tendono un po' - ma solo un po' - a dimenticarle.
Perché lo spazio pubblico richiede che si argomenti, e le premesse che dopo un po' sopiscono per esistere solo come conclusioni, devono riessersi premesse e nella dinamica dialogica esse non devono dare per scontato nulla.
Perché nell'argomentazione le persone non hanno storia, ma solo argomenti. 
C'è qualcosa di crudele in questo, ma gli è che finora non è stato trovato un criterio migliore per, come dire, "negoziare intersoggettivamente verità".

lunedì 19 gennaio 2015

Criccofobia

«La vita è quella cosa che non finisce mai di aggiungere nuove voci al DSM-V» (Anonimo)
Succede. Cominci a sudare, i battiti incalzano, gli spazi ti appaiono improvvisamente opprimenti, lo sguardo cerca convulsivamente la via di fuga più vicina, un fischio sordo serpeggia insidioso nelle orecchie (sembra dire: "vattene, prima che sia troppo tardi"). Impossibile resistere all'impulso di metterti in salvo. Di, assolutamente, tirartene fuori. Sì, insomma, sto parlando della criccofobia

giovedì 4 dicembre 2014

Il linguaggio oscuro

Chissà, magari questo potrebbe essere l’inizio della trilogia sugli intellettuali che sto maturando con astio da tempo. Ho troppo da dire sull’argomento, quindi, onde evitare di scrivere l’ennesimo papiro (ma chi mi paga? vabè che tanto poi lo faccio lo stesso), abbasso il tiro e mi limito a quella sottocategoria di intellettuali – uso in questa sede il termine in senso dispregiativo* - che scrive in modo oscuro: d’ora in poi, gli "oscuristi" (parenti stretti degli oscurantisti?). Sono quelli che mi rendono simpatico persino l’odiosissimo detto nazionalpopolare nonché gastro-linguistico, “parla come mangi”. Pensa tu come siamo messi. 

domenica 16 novembre 2014

Carl Einstein/2 - Goethe, letteratura senza conflitto

Ecco un estratto da Necrologio: 1832-1932, che Carl Einstein scrisse dopo la morte di Goethe. Si tratta di un necrologio diverso da quelli cui si è abituati. Di solito, si lodano le qualità morali, i meriti letterari del morto; qui, invece, si dà libero sfogo a una critica corrosiva. Questo pezzo è interessante non solo perché è un raro esempio di critica spietata di un'istituzione, di un classico che siamo abituati a elogiare, mostrandocelo in tutt'altra luce, ma anche perché, nel complesso, non è gratuita o estemporanea ma poggia su un ragionamento, su una visione del mondo. Ossessionato dalla morte e dalla decadenza, dall'inquietudine e dalle ombre, Einstein non poteva soffrire l'arte conciliante e pacificatoria, l'arte inoffensiva, non tragica, che cioè nega il conflitto come quella di Goethe - il cui ottimismo è giudicato «reazionario», al più segno di una «onorevole mediocrità». Si sia d'accordo o meno, i testi di Einstein fanno sempre pensare. Vale la pena leggerlo anche perché, nell'atto stesso di essere corrosivo, trovo lo stile di Einstein  assolutamente spassoso. 

sabato 15 novembre 2014

Affinità elettive

Non posso perdonare a Carl Einstein certe parole pesanti, sprezzanti, e probabilmente vere, su Goethe. Sì, insomma, quelle sulla sua "chimica creativa", sulle libertà che si prendeva di usare i meccanismi di interazione delle particelle per farne delle metafore un po' ruffiane sulla vita. (Penso che ne pubblicherò un estratto: è un testo fenomenale). Carl Einstein lo rimproverava di compiacenza, e sono sicura che avesse ragione. E' infatti molto appagante per gli umani poter pensare che esista davvero qualcosa che somigli al concetto di affinità elettive. Sono quelle cose che quando torni a casa la sera ti danno il senso della giornata, l'universo ti sembra meno angusto e gli umani hanno l'aria di esserti accessibili e tu a loro. Perciò, fosse pure un concetto costruito ad arte, una ruffianeria letteraria, la solita narrazione gratificante per il pubblico: che importa. Le mie illusioni me le tengo strette, me le sono sudate, e le affinità elettive sono tra queste. Ne ho sperimentate e continuo a sperimentarle - l'illusione sta nel non cedere alla tentazione del troppo facile disincanto, a quella voce corrosiva che dice: è tutto vano! Ognuno segue le sue proprie logiche! Ognuno segue le sue opportunità - gli altri, una convenienza. Le affinità elettive sono quell'esperienza relazionale che rende impossibile, sul nascere, qualsiasi pensiero di questo tipo. 

domenica 26 ottobre 2014

Già impegnata con il voto?

Improvvisamente, tanta gente è interessata a sapere se io sono impegnata. No, non in quel senso. Nel voto, s’intende. Avessi tanti spasimanti quanti quelli che mi hanno “chiesto il voto”, starei fresca. Immagino, se tutti i santini dei candidati che ricevo - quest'anno ci sono più candidati che abitanti -, fossero tratti da un catalogo di pretendenti? Avrei l’imbarazzo della fuga. Cosa c’è di meno sexy di una faccia da fototessera, col cognome sparato in cubitale, i bordi arancione fosforescente, e una scritta ricolma di struggente speranza o accorato richiamo alla redenzione (durante le elezioni, poi tutti stronzi come prima) del civico consesso? Pesco a caso: c’è uno che, con sguardo simil-arrapante, scrive persino che vuole essere giovane, sì, ma con gli “antichi valori”. Prima o poi devo fare una raccolta di slogan elettorali, hanno tanto da dare alla letteratura.

venerdì 24 ottobre 2014

"Scrivo di getto"

cioè quando il sacro fuoco della letteratura ti avvampa "dentro"

Torna a grande richiesta la rubrica di antropologia spicciola: dopo i filosofi, è ora il turno degli scrittori. Spero di mantenere alto il livello della rubrica: di essere cioè sempre acida, come si conviene.

A casa di un’amica c'era una serie di romanzi di autori di oggi sparsi in mezzo ai classici - gli ho dato una sbirciata, perché sul tema esordienti contemporanei sono pressoché del tutto ignorante, e non mi dispiacerebbe leggerne qualcuno - nonostante le tristi esperienze del passato, che mi hanno obbligata a una serrata cura ricostituente fatta di classici dell'Ottocento. 
Sicché passando il dito da un dorso all'altro mi imbattevo su una quarta di copertina decisamente singolare. Diceva “La tizia tal dei tali, nata e cresciuta nella città tale …ha scritto il tale racconto e vinto il tale premio... scrivo di getto”. Ho sgranato gli occhi per un attimo. Ho letto bene? Proprio così, c'era scritto: "scrivo di getto". 

giovedì 16 ottobre 2014

Dice che hanno fatto un film su Leopardi

Questa è una non-recensione: si tratta solo di appunti sconnessi a partire da un film che non ho ancora visto.

Faccio parte di quella schiera di persone che "il libro era meglio del film", quindi parto già col pregiudizio. Mi è capitato un sacco di volte. Per esempio, dopo aver letto un capolavoro straordinario come Madame Bovary di Flaubert, vidi il film e restai profondamente non già delusa, bensì incazzata. Non puoi abbassarmi il livello del libro con un film così scialbino, con un'attrice così "poco convinta" - me ne frego che si trattasse di Isabelle Huppert -, con un'atmosfera che ricorda tanto La casa nella prateria. Sono operazioni che non si possono perdonare. Se t'interessa fare una trasposizione da un testo, devi partire dall'obiettivo che la tua trasposizione non sarà la copia del testo stesso però didascalizzato, altrimenti lascia perdere, la tua è solo un'usurpazione indebita di materiale prezioso. Il film deve avere una sua autonomia estetica, come dire. Presente il concetto di minestra riscaldata? 

lunedì 6 ottobre 2014

Frances Ha e l'insostenibile leggerezza dei ventisette

Scritto per terrearse.it. Su Frances Ha (2012, uscito in Italia a settembre 2014) di Noah Baumbach.

I 27 anni sono un’età molto interessante da raccontare. A 27 anni non sei ancora trentenne, ma neanche più ventenne, il gioco adolescenziale va per finire ma ci resti in qualche misura aggrappato: sei giovane ma stai veramente crescendo, come dire. Sono gli anni del definitivo, irreversibile [sic] passaggio verso l’età adulta (li ho appena compiuti, un po’ di comprensione per questi aggettivi grazie), in cui tendenzialmente si concludono gli studi e ci si avvicina alla dimensione del ‘chi sei e cosa fai nella vita’: si va per affinare i propri contorni, che diventano via via più netti; sì, insomma, è il momento in cui il processo di individuazione si fa sentire. C’è una scena del film che parla chiaro in questo senso: licenziata dal lavoro che veramente le piace – la ballerina -, Frances si ritrova a fare un lavoretto per pochi spicci con una ventenne che la guarda stranita, ma tu non studi qui? No ma ehi, ho solo 27 anni! Dice, come a rivendicare un pieno diritto a rientrare ancora nella categoria dei giovani, che la ragazza sembra aver osato mettere in dubbio.

domenica 28 settembre 2014

Lonzi in loop - Baldanza emotiva

Siccome qui siamo fuori luogo e fuori tempo, cioè anacroniste, è il caso di rispolverare Carla Lonzi: benché superata, con tutti i suoi limiti, ha ancora molto da dire. 

Da Manifesto di Rivolta Femminile, 1970:

Non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.

Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura. Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte.

La Fenomenologia dello spirito è una fenomenologia dello spirito patriarcale, incarnazione della divinità monoteista nel tempo. La donna vi appare come immagine il cui livello significante è un'ipotesi di altri.  

Ci preme moltissimo che venga salvaguardato nella donna quello scatto straordinario di baldanza emotiva che fa parte del periodo vitale della giovinezza e con cui gli individui gettano le basi della creatività che darà l'impronta alla loro vita. L'inganno a cui può soggiacere la ragazza è di pensare recuperabile nel tempo un'esperienza psichica di cui è stata privata nella giovinezza. La donna emancipata è un modello sterile perché propone l'aggiustamento di una personalità che non ha avuto i suoi scatti al momento giusto.

sabato 30 agosto 2014

Diventare una persona seria

Appunti faziosi. Spero si capisca che con 'serietà' non intendo qui semplicemente la mancanza di senso dell'umorismo. (Anche se, a pensarci bene, in un certo senso sì).

Sembra che da un certo momento in poi, ci si aspetti da ognuno che diventi una persona seria. Questo rientra tra le richieste più bizzarre che la società fa a ogni suo malaugurato membro. Non si è capito bene perché, probabilmente perché sennò finirebbe male. Se non esistesse il monito 'persona seria' nell'universo morale delle persone, esse non circolerebbero tutte impettite e prese dai problemi molto seri della loro molto seria e più o meno gretta quotidianità, ma più probabilmente farebbero sesso in pubblico con gente sconosciuta, eviterebbero accuratamente di lavorare, picchierebbero il prossimo che non gli va a genio e si darebbero liberamente alle droghe.