Appunti di Storia moderna

giovedì 30 luglio 2009

Gioco e realtà

Considerazioni sparse sul libro di D.Winnicott

Trovo geniali le intuizioni di Winnicott sulla genesi delle esperienze culturali. Esse sarebbero il naturale prolungamento di quello che, nei primi anni di vita, è stato il gioco.
Nel gioco rintraccia una sorta di area intermedia tra il soggetto e il mondo esterno. A suo avviso, focalizzare, come si è sempre fatto, solo sull'uno o sull'altro porta a ignorare quella sorta di terzo luogo in cui si sviluppano delle dinamiche decisive per la vita futura; questo luogo, dice, non è il soggetto ma non è neanche l'oggetto. "Se noi guardiamo alle nostre vite probabilmente scopriamo che noi passiamo la maggior parte del nostro tempo né nell'agire né in contemplazione, ma in qualche altro posto".
Quello che genericamente chiamiamo gioco rappresenta, per semplificare, la libertà di essere creativi, di essere se stessi e interi, che è il frutto di un lungo e faticoso processo ove l'interazione mamma-bambino è protagonista.

La dinamica fra i due sin dai primi giorni di vita del lattante, è improntata a sua volta al complesso meccanismo della illusione/disillusione, o fusione/separazione: la "madre sufficientemente buona" saprebbe gestirlo in modo da permettere la creatività.
L'illusione consiste nella convinzione preverbale di onnipotenza nel bambino, per cui egli non sa ancora di essere qualcosa di separato dalla madre, dato che la percepisce come una sua naturale creazione al bisogno. Essa esiste perché il figlio onnipotente la crea: qui l'illusione. La madre, per parte sua, deve illuderlo, salvo in seguito disilluderlo. E' infatti necessario che "la legittima esperienza di onnipotenza da parte del bambino, non venga violata".

martedì 28 luglio 2009

Pudori

Non sono rari gli episodi di "intolleranza" per donne che allattano in pubblico, come nel caso di facebook che censurò una foto che ne ritraeva una. E' accaduto di recente che una donna nell'atto di allattare in un ristorante è stata invitata ad allontanarsi, per un presunto fastidio suscitato negli altri clienti.
Non è difficile scorgere una contraddizione in questo atteggiamento, benché per me sia solo apparente. La donna che allatta è sconveniente, la donna che mostra i seni nelle pubblicità, in televisione, ecc non desta alcuno scandalo. Il senso intimo della mentalità che sottende a queste reazioni mi sembra di poterlo rintracciare in un certo retaggio culturale maschilista.
(Ho riscontrato che l'uso di parole come "maschilismo" e "femminismo" suscita irritazione e fastidio, forse per l'abuso che se ne fa. Per me sono parole che hanno un senso, e in qunto tali le uso).
Questo retaggio può essere reso dalle rappresentazioni dell'immaginario collettivo impregnato di maschilismo, che associano la donna ora all'etereo, alla perfezione ultraterrena, all'immaterialità divina, ora alla seduzione, alla sensualità. Mi verrebbe da semplificare bruscamente pensando che la storia ci ha lasciato prevlentemente due immagini di donna: la madonna (madre) e la puttana. Sempre in modo approssimativo e sicuramente retorico, penso anche alle immagini cristiane del femminile, nelle quali la dicotomia si materializza rispettivamente nelle figure di Maria e di Maddalena, le figure simbolicamente più forti di donne che il cristianesimo ci ha lasciato.
Ad ogni modo, che le donne mostrino il loro corpo per scopi seduttivi, per il maschio, rappresenta la normalità, è accettato ad oggi come una prassi consolidata su cui il senso comune non manifesta il bisogno di discutere. Tanto che protestare contro questa specie di nuovo asservimento di cui ho già parlato in quest'articolo, è ritenuto anacronistico se non addirittura espressione di un certo bigottismo - reazione questa che fraintende spesso il senso della contestazione.
Là dove invece il corpo femminile manifesti la sua naturalità non per fini sessuali ma per quelli legati alla procreazione, esporlo può suscitare dei fastidi che non sono giustificati se non da una mentalità che associa il materno all'immateriale, ad un' immaterialità precisa: quella cristiana, propria della madonna, madre vergine e pudica.
A ciò si aggiungano le rappresentazioni della madre che per secoli hanno dominato, definendolo, il senso dell' essere donne. (Non escludo che queste siano il frutto di un forte condizionamento da parte del cristianesimo, ma non ho strumenti storici né teorici per affermarlo senza incertezze, quindi si tratta solo di un'intuizione).
La madre è buona, è simbiosi, istinto, dedizione, cura, famiglia, casa. Tutte rappresentazioni contenute nel senso più intimo che attribuiamo generalmente all'aggettivo "materno": una persona è materna quando è protettiva, amorevole, oblativa, quando si dà totalmente agli altri. In una parola, la madre non esiste per sé, la madre cioè non è, o, meglio, è in quanto fa essere l'altro. Questo la rende preziosa agli occhi della società, non in quanto persona, ma in quanto appunto funzione.
Resta difficile associare la madre, il cui concetto è impregnato di contenuti semanticamente rinviabili al pudore e alla riservatezza, alla corporeità. Il binomio donna-corpo è direttamente associato a quello donna-seduzione. La donna che è madre, invece, non ha corpo: è un'inconsistenza materiale che rinvia a quella essenziale, perché come si è detto essa non esiste - se non in rapporto agli altri, siano essi figli o mariti.
La donna se è madre non ha corpo, è eterea bellezza, è puro darsi, è perfezione. Oppure, se ha un corpo, esso è solo sensualità-per-lui, non pertiene alla persona ma all'oggetto sessuale. Ecco perché il rapporto che molte donne hanno col proprio corpo risulta problematico, pieno di ombre irrisolte e di ambiguità indecifrabili: forse anche questo è un derivato di quel retaggio, che troppo a lungo ha intrappolato i corpi femminili in categorie sempre improntate a una funzionalità, come se l'alterità non desse luogo a un'interazione ma a una semplice univocità (maschio figlio/marito da curare, maschio da sedurre).
Ecco dunque che, allora, mostrare i seni per un'operazione così strettamente materna come quella di allattare, è ritenuto sconveniente perché smuove le dicotomie consolidate sul femminile e sul materno. La sovrapposizione di questi contenuti, corpo femminile=sessualità e materno=incorporeo, crea come una confusione agli occhi di chi ha ereditato il loro concetto e la loro divisione, una confusione che risulta inaccettabile. Ovviamente, so che questa reazione non è diffusa in modo preoccupante, tant'è che fa notizia per la sua eccezionalità. Quel che intendo dire, è che c'è un sostrato ideologico profondo dietro che è diretta espressione di un "passato" ancora presente del tipo che ho tentato di descrivere.
La contraddizione di cui si parlava all'inizio, è allora solo apparente: essa è in realtà coerente con millenni di rappresentazioni del femminile fortemente polarizzate. Ciò non toglie che per noi sia una clamorosa contraddizione, con cui la "società" dovrebbe fare i conti. Se solo provasse ad ascoltare i suoi disagi senza assecondarli ciecamente, se solo cercasse di spiegarseli piuttosto che asservirsi ad essi senza averne prima saggiata la razionalità, sarebbe civile.

martedì 21 luglio 2009

Sulla insospettata libidine del conoscere.

Scrive Rousseau nell'Emilio:

"Qualunque studio si faccia, senza l'idea delle cose rappresentate, i segni rappresentativi non sono nulla".

Ho capito questa frase perché esprime bene un'idea che ho in testa da tempo.
Ricordo che quando ero piccola, molto spesso non capivo nulla di quello che leggevo, o di quello che mi si diceva. Ricordo che mia madre mi aveva regalato un libello con delle figure di cartoncino rialzate, sopra vi era scritta una storia, di poche righe e a caratteri grandi. Dovevo aspettare che mi venisse a prendere dal lavoro, allora sfogliavo e risfogliavo le poche pagine, leggendo quelle righe, ma non capivo, annoiandomi moltissimo. Probabilmente, mentre leggevo pensavo ad altro. Quando guardavo i cartoni animati, temo che comprendessi davvero una minima percentuale della trama. Molto spesso la trama mi era ignota, eppure continuavo a guardarlo per ore. Appunto, mi limitavo a "guardare" una successione di immagini senza nessun significato. Per non parlare delle poesie a memoria. Avevo mandato a memoria le poesie di Manzoni, molte di Carducci, e chissà quante altre che ho rimosso, pur non capendone assolutamente nulla. Quanti pomeriggi passati a cercare di ricordare un'accozzaglia di parole che non aveva nessun senso per me. Però dovevo far contenta la maestra, quindi facevo questo enorme sacrificio, che poi non ha dato nessun frutto, a meno che non si voglia intendere frutto quel senso di straniamento che mi restava dopo aver appreso tante cose vuote.

Si crede che mandare a memoria ammassi indistinti di parole renda un ottimo servizio all'"esercizio della memoria". Ma la memoria non può trattenere ciò che non comprende. E, aggiungo, si comprende solo ciò che in qualche modo "emoziona". Come si può ricordare una complessa formula matematica, senza capire il senso dei simboli e dei loro rapporti? Sarebbe un'impresa difficilissima, e, se pur ci si riuscisse, sarebbe estremamente facile dimenticar tutto in pochissimo tempo.

Tempo fa ho attribuito tutto questo a una scarsità d'intelligenza, a qualche mio deficit d'attenzione. Poi ho capito che i bambini non ascoltano e non capiscono che ciò che interessa loro direttamente, e, soprattutto, sono refrattari a tutto quanto non risulti loro immediatamente chiaro.
Rousseau inveisce per lunghe pagine contro i metodi "educativi" basati sul nozionismo più sfrenato impartito ai fanciulli. Addirittura, scrive che è estremamente sbagliato far leggere i bambini, e leggere loro le favole. Essi non comprenderebbero che le cose che abbiano una utilità evidente in rapporto a loro. E' dall'interesse che scaturisce l'attenzione.

Ma il punto centrale, secondo me, è questo: non si può comprendere nulla che non si abbia già dentro. Paradossalmente, s'impara ciò che già si sa. Forse è questo che intendeva Cesare Pavese, quando diceva, grossomodo, che c'interessa e comprendiamo "solo quello che abbiamo già visto". Come se l'esperienza tracciasse il solco di ciò che è ricevibile, come se preparasse il terreno per ciò che può essere compreso: è a partire da questo, forse, che selezioniamo quando percepiamo. Scrive tal Stephen Spender al proposito: "quasi tutti gli esseri umani hanno una percezione molto intermittente della realtà. Per loro è reale solo un piccolo numero di cose che illustrano il loro interesse, mentre le altre cose, che in fondo sono altrettanto reali, sembrano loro mere astrazioni".

Probabilmente non avrei mai amato La Nausea se non l'avessi in qualche modo già sperimentata. Al liceo, era soltanto con molta difficoltà che riuscivo a interessarmi a cose come le derivate, gli integrali, seni coseni e quant'altro. Chiedevo sempre al professore che cose volessero significare, a cosa rimandassero e perché, mentre lui insisteva sulle formule avulse da tutti i contesti; ma benché astratte, esse potevano essere contestualizzate, dovevano pur rappresentare qualcosa. Sembra che ci tenesse, a che ci esercitassimo in dei calcoli autoreferenziali e vuoti, che facesse di tutto perché sembrassero tali. La matematica andrebbe insegnata , forse, col vecchio metodo dell'abaco o delle mele e delle pere, o ancora, solo in riferimento a figure intuitive, da riferire eventualmente a oggetti reali. La logica, sempre a caccia del ragionamento perfetto, è solo astraendo dal concreto e dal sensibile che può operare, benché si pretenda autosufficiente. Ma forse questo è un altro discorso.

Ecco perché quell'operazione che il senso comune ritiene così tediosa, e che ha messo a punto degli appositi epiteti per screditarla (secchione, ecc), che è lo studiare, può essere invece fonte di massima soddisfazione intima per chi, sin da piccolo, ha imparato che imparare è bello e che le cose che impariamo ci riguardano molto più di quanto sembri.

Quindi il metodo migliore per istruire i bambini dovrebbe far leva innanzitutto sull'interesse, prima di propinare nozioni, sì che la nozione segua al risveglio dell'attenzione, e così non sia più nozione, ma un concetto vivo e presente.
La conoscenza disinteressata, quella curiosità che scavalca la particolare soggettività da cui muove, viene, eventualmente, dopo. Forse è il risultato di anni di apprendimento connesso all'interesse: questo forse insegna il piacere di conoscere, che solo molto più tardi sarà sperimentato davvero. Questo piacere è in qualche modo una redenzione. E' vitalità.

Ecco perché spesso la gente che mi circonda mi sembra morta. Ecco perché penso che, per molte persone, sia troppo tardi e non ci sia più nulla da fare. Il vecchio prof , senza diplomazia, diceva che per esse l'unica cosa conveniente da fare sarebbe chiudersi in un bagno e farla finita con una rivoltella.
Forse, prima di investire in slogan e pubblicità progresso per invogliare alla lettura, bisognerebbe che qualcuno insegnasse ai bambini (prima che sia troppo tardi...) che conoscere può essere una cosa piacevole. Mentre il nozionismo di molti educatori e insegnanti, è associato a noia e pedanteria; questo è il modo peggiore per far pubblicità alla conoscenza: rende un servizio al suo opposto.
Tengo molto a questa idea, perché ciò che si impara ad amare nell'infanzia condiziona tutta la vita successiva, e può in qualche modo decidere della sua felicità.
Penso, infatti, che uno dei motivi che mi spinge ancora ad alzarmi la mattina, a sentire che in fondo valga la pena vivere, è la curiosità e la voglia di conoscere. Analogamente credo che ci siano un mucchio di intelligenze sprecate in giro, che suppliscono a un certo vuoto con qualcosa d'inessenziale che alla lunga le ucciderà.

(Ma che palle questo tono paternalistico che ho oggi)

sabato 11 luglio 2009

Gli emo.

C'è un fenomeno interessante, fra gli adolescenti. Esso è noto con la parola (o sigla?) emo. Forse deriva da emo-zione e ha un implicito - improbabile? - riferimento al senso greco di "sangue".
In effetti, già avevo notato per strada molti ragazzini vestirsi in un certo modo che avevo giudicato un ibrido tra lo stile house e qualcosa che ricorda i cartoni animati giapponesi, che non saprei definire.
In pratica, vestono attillati, con le Converse, una cintura stretta, magliette strette con delle indecifrabili fantasie stampate sopra, e soprattutto un'acconciatura curatissima, col ciuffo che attraversa trasversalmente la faccia e la retrostante parte della chioma "sparata" all'indietro. Pare, anche, che usino tagliarsi le vene. O forse è solo una diceria.

Fatto sta che ieri mi sono involontariamente imbattuta in un, sì, concerto emo. Non riuscivo a staccare gli occhi dal palco. Nel senso che non ci credevo, che non poteva essere. E pure era così. "Vieni a limonare con me" , "l'iPhone è regolare, la chat è regolare, l'email non la controllo più" ecc con tanto di tastierista che sullo strumento sbatteva ripetutamente la testa, pur riuscendo inspiegabilmente a pigiare i tasti giusti.

Insomma, è come se si fosse creato un fenomeno d'identificazione in qualcosa di non meglio specificato, che non è solo abbigliamento ma anche "cuore, sentimento e anima", eppur non si capisce esattamente in che senso; per cui gli appartenenti al "movimento" sono ghettizzati, ridicolizzati, talvolta picchiati, derisi aspramente da tutti gli altri, provocando nei fedelissimi emo un maggiore senso di appartenenza, quella specie di solidarietà che accomuna i reietti. Dico questo anche perché, a un certo punto del concerto, dal pubblico sono volati strani oggetti non identificati, una sfilza di diti medi alzati contro i cosiddetti Freakout! , e conseguenti risse, con tanto di tempestivo appello alla sicurezza.

Il fenomeno mi ha incuriosita, e mi sono messa a cercare un pò. Pare che tutti si chiedano cosa diavolo s'intenda con emo ma nessuno lo capisca. Forse può aiutarci emosinascenonsidiventa95 che così scrive su http://www.pollicino.blogosfere.it/:

che sia chiara un cosa:essere emo non vuol dire solo tagliarsi perchè gli altri emo lo fanno,avere il ciuffo o gli okki trauccati di nero...emo è anke uore,sentimento e anima...almeno voi provate a conoscierci prima di dire ke siamo ttt malati!!!! xk i malati li saretevoi!!
(...)
cmq io sn kiara ho 13 anni e sn emo...sn l'unica nll mia classe...ma nl mia scuola siamo in tanti. nn me ne frega nnt se gli altri ci sfotono,noi stiamo bene così! fanculo a tutti qll ke ci offendono senzaneanke conoscierci.

Cpt? Nn è mlt chr m s c s mtt d impgn s cpsc.

venerdì 10 luglio 2009

Le donne in tv: una falsa emancipazione

Scritto per liberareggio.org

Oggi nel corpo delle donne si condensano i modi dell’oppressione femminile. Esso è segregato nelle gabbie di un marketing massmediatico improntato al sessismo, ultimo insospettato erede della secolare cultura maschilista e patriarcale. Negli anni ‘60 il corpo era la sede della liberazione, quel crocevia ideale e reale a partire dal quale avviare l’emancipazione; le donne cominciavano a cercare il proprio piacere, a renderlo autonomo da quello dell’uomo, a conoscere il proprio corpo prima monopolizzato dai fini cui questi aveva deciso di destinarlo, come la procreazione e la seduzione; oggi torna ad essere la sede della mercificazione, della reificazione delle donne, ridotte ad appendici erotiche da annettere ad ogni trasmissione televisiva perché il pubblico maschile non venga perduto.

Cosa resta oggi, nelle immagini televisive, nei cartelloni publicitari, nelle idee del femminile che circolano presso il senso comune, delle voci femministe – che avrebbero guardato con orrore a un simile fraintendimento, a una tale degenerazione del concetto di libertà femminile? Non indossiamo il burqa, da queste parti, ma forse pesa su di noi una patina più pesante, perché meno evidente ma decisiva: la patina del corpo inteso come insieme preconfezionato di forme aderenti al modello di bellezza femminile che l’industria culturale promuove assolutizzandolo, e quindi in qualche modo impone nel costume e nell’immaginario collettivo; ciò che a livello individuale si traduce nel rapporto alienato che molte donne bombardate da tanti imperativi estetici hanno col proprio corpo, nel senso di ansia e di inadeguatezza là dove ci si discosti da essi, nel ricorrere a correzioni d’ogni sorta per aderirvi con più successo.

E’ come se le donne facessero di tutto per nascondersi e così negare se stesse, e l’industria televisiva usasse tutte le sue energie per incoraggiarle in questa direzione: è, evidentemente, una vincente strategia di marketing. Forse molte accettano un tale stato di cose perché quella della seduzione è stata l’unica vera forma di potere che sia stata loro mai riconosciuta, l’unico modo con cui possono tenere il maschio sotto un giogo e così reagire all’oppressione facendone una specie di riscatto, o perché ancora durante la loro formazione non hanno conosciuto alternative a partire dalle quali costruire la propria identità, dei modelli altri di donna in cui ritrovarsi – ipotesi questa a mio avviso più che probabile. Lungi da me, però, dipingere le donne come mere “vittime”; esse sembrano rivelarsi infatti insospettabili complici ( inconsapevoli?)del sistema che le opprime.

Una seduttività così intesa, una seduttività erta a modello normativo del femminile, diventa il luogo dell’alienazione: lei esiste solo per lui, in funzione del suo godimento, della sua approvazione, sino ad interiorizzarne lo sguardo e perdere così definitivamente se stessa, replicando dei paradigmi che si credevano definitivamente sepolti con la rivoluzione femminista. Ma dietro il gioco seduttivo, dietro la dinamica duale si nasconde un terzo artefice, il mercato televisivo e pubblicitario, che sfrutta gli stereotipi sessisti per fini commerciali. Il corpo delle donne è al suo servizio. Sembrerà retorico ricordare che mai come adesso la vecchia massima kantiana per la quale gli esseri umani andrebbero trattati come fini e mai come mezzi, pena la ricaduta nella barbarie, ha subito un radicale rovesciamento. Il mezzo del corpo femminile ridotto a strategia d’intrattenimento, a criterio privilegiato di attrazione del consumatore, funziona perché fa leva sulla parte più animale, primordiale, degli uomini; esso evoca – neanche allusivamente, ma in modo pornografico – il coito per far presa sulla parte più debole del maschio, gli promette un piacere che però, come diceva Adorno, è frustrazione, spingendolo così a dimenticare la sua dimensione civile, esistenziale, viva, e in definitiva reificando anche lui, attraverso una specie di ipnosi a sfondo sessuale che sembra cancellare le mediazioni della coscienza, e va dritta all’istinto, onde assicurarsi la fedeltà al programma.

La deformazione dell’idea di bello, ridotto alla semplice adesione al modello mediatico femminile della presunta perfezione, al possesso di un paio di curve e di un sorriso sciocco, la sua subordinazione tanto alle logiche di mercato e alle statistiche dell’audience, quanto a un concetto di sessualità senza relazione, deformato e imperialista, morbosamente insistente e sempre decontestualizzato, forse non renderebbe l’idea dell’oppressione, se non si tenesse conto anche solo di alcuni aspetti importanti: in tv è quasi sempre l’uomo a parlare mentre la donna gli fa da contorno decorativo; se è la donna a condurre la trasmissione deve essere necessariamente bella, requisito che sembra non risultare essenziale per un uomo; la tv non propone modelli alternativi di donna, non c’è diversificazione, ma è come bloccata nella proposta della sempre uguale polarità: bellaemuta/bellaeparlante (dove ovviamente la prima supera quantitativamente la seconda); abitualmente si fa slittare il discorso sugli attributi fisici anche quando il contesto non lo richieda affatto, per criticare o approvare una donna; le regie delle più disparate trasmissioni preferiscono labbra, gambe, seni di una donna che magari in quel momento sta parlando della fame nel mondo, alle inquadrature del volto, in una sorta di sineddoche visiva incompiuta, perché la parte non rinvia al tutto, ma semplicemente lo ignora.

Queste e altre realtà reintroducono nel presente una sfilza di dicotomie a suo tempo aspramente contestate dalle femministe, ove l’uomo è il discorso, il pensiero, la cultura, e la donna istinto, natura, ma non già emozione, dato che l’attrazione sessuale che si vuole suscitare mediante l’esposizione bruta del suo corpo imbalsamato è ben anteriore alle emozioni: è pura e semplice brutalità. (Per farsene un’idea basta, non solo fare zapping in tv durante un qualunque pomeriggio della settimana, ma anche dare una scorsa a questo blog interamente dedicato al rapporto autocoscienza femminile/donne nei media, sondato anche attraverso l’analisi critica di alcuni famosi programmi televisivi).

Gli uomini sono più rappresentati dai media, c’è, per così dire, più democrazia quando si tratta di loro. Al contrario, manca un pluralismo femminile, una rappresentanza adeguata delle donne: tutte le diverse donne esistenti vengono ridotte al solo monolitico stereotipo della belloccia senza cervello in balìa del maschio, dal quale è non di rado espressamente ridicolizzata suscitando magari presso di lei una per noi ributtante risata. Quella risata è il simbolo del “fallimento” del femminismo, in essa si condensa l’ignoranza, la totale mancanza di autocoscienza femminile e di spirito critico, l’adesione passiva al diktat estetico e caratteriale di turno, la subordinazione cieca a logiche di mercato sessiste scambiata per libertà.
Basta guardare 5 minuti di Sarabanda, quel grottesco programma che va in onda ad un orario diurno senza che nessuno abbia da ridire, in cui risulta impossibile trovare un nesso tra l’insistenza ossessiva delle inquadrature del corpo della velina e il format della trasmissione, che dovrebbe consistere in un quiz musicale: qui la decontestualizzazione.

Le differenze vengono azzerate, in un caparbio esercizio di semplificazione e di uniformizzazione della realtà che si pretende di rappresentare e che a un tempo si crea. Così uno degli assi teorici portanti del pensiero femminista, la rivendicazione di identità femminili diverse e individuali contro le categorie essenzialiste d’ogni sorta e le facili equazioni che per secoli hanno dominato, vedi donna=madre, donna=sensualità, donna=debolezza/emotività, ecc. subisce l’ennesima dissoluzione: in questo caso è la categoria donna-corpo, donna-oggetto erotico a sopraffare, cancellandola, ogni individualità femminile.

Considerando l’enorme potere educativo e di orientamento del costume della televisione, tutto ciò fa presto a tradursi nell’imbarbarimento generale delle nuove generazioni sin dalla tenera età educate a disprezzare le donne, mentre persiste il senso di umiliazione di quelle che non si riconoscono in quel modello, che non si sentono affatto rappresentate dalla tv, che provano un fastidio indicibile, segnato dalla mortificazione e dal disgusto, nel vedere così trattato il proprio sesso con l’approvazione di tutti e che – pensano – già da tempo avrebbe dovuto muoverci a un dissenso intransigente.

Ne risulta un’alienante condizione per cui da un lato chi non ha gli strumenti per criticare il sistema vi aderisce ciecamente così contribuendo al suo ulteriore successo , dall’altro chi questi strumenti li ha non trova altre possibilità che ripiegare verso se stesso/a, estraniandosi.

Una società così pervasivamente dominata dai media non fa nulla per promuovere nelle donne (e in tutti, aggiungerei, ma nelle donne in particolare dato lo stato di cose) l’intelligenza e lo spirito critico, dal momento che il suo scoraggiarli è proporzionale alle possibilità di guadagno; evidentemente la complessità non fa audience perché costringe le persone a pensare, a trascendere la pura animalità che invece ha una presa immediata sullo spettatore inerme. Pongo l’accento sull’aggettivo “immediato” non a caso, perché un aspetto cruciale è proprio quello dell’assenza di mediazioni culturali, le stesse che dovrebbero distinguere l’essere umano dall’animale. Dal momento che questa animalità viene evocata con la monopolizzazione dei modelli, attraverso la drastica decurtazione di tutte le alternative normative possibili, mi chiederei quanto spazio ci sia per la libertà, quel concreto e attuale poter scegliere fra più alternative, specie in fase di formazione, quando per la prima volta ci affacciamo al mondo e in modo ineluttabile ne assorbiamo i caratteri normativi?

E’ come se ci fosse stato rubato il corpo, come se non fossimo più padrone delle nostre vere facce, come scrive Lorella Zanardo, in una parola delle nostre identità: come se non ci fosse più permesso di essere noi stesse.
Ne parla meglio di me questo video andato in onda su La7 qualche mese fa, molto efficace e incisivo, perché va al nocciolo della questione, che fra le altre cose ha ispirato questo articolo e consiglio vivamente di guardare a tutti. Esso si conclude con un quesito cui non riesco a rispondere che con incertezza e confuse congetture: perché non ci arrabbiamo?

lunedì 6 luglio 2009

Logicamente

La tautologia consiste, più o meno, nella ripetizione di uno stesso contenuto all'interno di una proposizione; consiste, cioè, nella ridondanza. Ecco alcuni esempi: Io sono io, o chi muore non vive più, o ancora vado al mare quando vado al mare.

Ne "Il dominio retorico" di C. Perelman, viene riportato il seguente esempio, di M. Jouhandeau:

Quando vedo tutto ciò che vedo, penso quello che penso.

Siccome Perelman riporta questa frase come esempio di tautologia apparente, nel senso che dietro l'apparente ripetizione si nasconderebbe un significato diverso attribuito alle stesse parole che spetterebbe all'interpretazione smascherare, mi chiedevo per l'appunto che diamine di interpretazione si debba dare perché questa frase abbia un senso che non consista precisamente nella ripetizione insensata dello stesso concetto.

Anche nel caso della contraddizione è possibile eludere l'assurdo attraverso il meccanismo della contraddizione apparente, una contraddizione cioè formale che solo un'interpretazione differente degli elementi contrari può salvare dal paradosso. Un esempio di contraddizione apparente è la famosa frase di Eraclito entriamo e non entriamo nello stesso fiume, dove l'interpretazione diversa della parola "fiume", ora inteso come riva ora come le singole gocce d'acqua, salva dalla contraddizione.

Questo libro mi sta facendo impazzire. Perché la prima volta che l'ho letto mi sembrava una robetta per le elementari. Ad ogni rilettura, però, mi sta facendo amaramente pentire di aver fatto questo pensiero. Rileggere non a caso, per me, è sempre stata un'operazione di fondamentale importanza. E' come se alla prima lettura si acquisisse una sorta di grossolana visione complessiva, confusa e imprecisa, dove i dettagli - ma anche molte "cose principali"- vengono ignorati perché si è colpiti dall'uno o l'altro aspetto. Come se l'emozione che porta a focalizzare in particolare su un aspetto rendesse ciechi rispetto agli altri aspetti, e imperialisticamente estendesse quell'aspetto a tutti gli altri, magari riducendo il libro stesso ad esso. La rilettura scalza il carattere egocentrico della "selezione per emozione" e apre la strada all'oggettività. Tuttavia, la prima lettura è fondamentale. Stanislavskij ne parlava come di qualcosa capace di condizionare la comprensione definitiva del testo, per questo consigliava di non procedere mai a una prima lettura in condizioni imperfette, per esempio se si è stressati, distratti o di cattivo umore, poiché questo si rifletterà in modo irreparabile sul proprio rapporto col testo, minato "per sempre" dall'influsso della prima impressione.

Mi riferisco soprattutto ai testi argomentativi. I romanzi, forse, non andrebbero mai riletti, perché la loro forza consiste fra l'altro nella sensazione complessiva che suscitano. La storia dice un'idea in maniera forse più incisiva di come farebbe un saggio, perché fa leva sull'emozione, e, benché questa sia legata alla soggettività, ciò non va considerato come una prova di in-oggettività: bisogna ricordare che l'universale è universale anche perché si compone del particolare, che lo rivela come da una fessura.

Rileggendo saltano all'occhio altre cosucce passate prima inosservate, con rinnovata meraviglia e annessi "ma come ho fatto a non notare questa roba qui"; ne segue che agli elementi già acquisiti ne subentrano degli altri, che formano un insieme di pezzi di un puzzle ancora da comporre. L'ultima cruciale operazione che salva la mente dalla confusione consiste proprio nel mettere in ordine i pezzi. Per me, che ho sempre antifilosoficamente unito i pezzi sulla base del flusso di coscienza personale, ovvero della libera associazione di idee, questo è sempre stato il problema principale.

Ci sono tanti modi per mettere in ordine le idee, nel senso di dar loro una conseguenzialità apparentemente necessaria; uno di questi è radiale: esso consiste nell'individuare il cosiddetto nocciolo della questione, e da questo far dipartire tutte gli elementi, come se scaturissero spontaneamente da esso. Il nocciolo o essenza della questione è definibile come quell'idea senza la quale tutti gli altri elementi non reggerebbero. Un altro modo è quello lineare: si "spezzetta" la questione nei suoi aspetti costituenti, e li si lega mediante un rapporto di causa-effetto, per esempio, o di altro tipo, di modo che l'uno conduca all'altro in modo apparentemente ineluttabile sino alla conclusione, che fungerebbe da sintesi e compimento delle idee.

Ma ecco la mia insoddisfacente ipotesi di soluzione della tautologia apparente:
"Quando mi rendo conto di quello che complessivamente percepisco del mondo ("vedo" in senso metaforico), cioè di quello che penso, ci penso".
Se a qualcuno venisse un'idea migliore, o semplicemente pensasse che non ci ho capito una mazza, è pregato di farsi avanti.

mercoledì 1 luglio 2009

Vita surgelata

E' che a sentirmi normale proprio non ci riesco. L'approvazione degli altri, dopo un iniziale effimero senso di libidine, mi dà la nausea. E non per una specie di perversa ideologia del bastian contrario, né perché mi senta particolarmente eccezionale.

Quando la gente è d'accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto (O.Wilde).

C'è qualcosa di insulso nel senso comune, un non so che di viscido e urtante, che si materializza nei parchi di certe domeniche pomeriggio, nelle agognate vacanze, nel quadretto felice della famigliola che passeggia nel centro commerciale, nell'espressione basita di chi abbronzatissimo disdegna il tuo pallore in pieno agosto, nell'ottuso ottimismo di tutti, e, e. Per esempio.
C'è come una patina dura che ricopre tante attestazioni di normalità, questa ripetizione claustrofobica e totalitaria di ideucce e modus vivendi preconfezionati; è impossibile, guardando sotto, scorgere qualcosa di consistente, un qualche abisso che valga la pena di sondare, un moto di vita, un che d'autentico, delle ombre, delle ambiguità, un indefinito. Ma sembra che intorno ci sia solo questo. Relazionarsi con esseri umani vividi, dalla personalità plastica e multiforme, da, che so, un qualche estremismo dettato solo da una sensibilità viscerale, un gridare represso, un'espressione indecifrabile, una particolarità che irrompe dal profondo, sembra impossibile da queste parti. I miei interlocutori hanno occhi di vetro, inespressivi e immobili, e parole stantìe, ingabbiate in frasi già sentite, ricoperte dalla polvere del dire inerte.
Mi sento in ostaggio di questa gente qui.