Appunti di Storia moderna

mercoledì 26 luglio 2017

Microgerarchie quotidiane

Ci sono alcune persone con cui, per relazionartici, devi sempre in qualche modo mostrare quel minimo di subordinazione che rende loro la conversazione tollerabile. Questo è possibile solo nei termini da loro stabiliti: in realtà, nessuna relazione, solo un rapporto univoco, dove tu hai sostanzialmente la funzione di conferma del loro ego. C'è come dire tutta una psicologia del ranking dietro. Niente di esplicito, sia chiaro, lo si capisce da un certo modo di fare.

lunedì 22 maggio 2017

Capitalizzare la vita

Quando Habermas parlava della colonizzazione del mondo di vita da parte di sfere esterne ad esso, ci aveva preso giusto. Effettivamente, sta proprio accadendo che la logica economica si sia infilata nei rapporti con gli altri e persino con se stessi, in quello che è stato chiamato il 'quantified self'. Le persone applicano nuove forme di contabilità alla propria persona e alle relazioni con gli altri. C'è un generale scivolamento dei rapporti umani e perfino del rapporto del sé a se stesso, nel senso dell'autopromozione generalizzata. Se i confini fra il mondo di vita e l'economia hanno smesso di essere netti, gli individui diventano per così dire dei promotori di se stessi, dei pubblicitari del marchio 'sé' e le relazioni un grande mercato sociale dove il proprio valore di scambio è continuamente esposto a fluttuazioni. 
Si ricorderà che in The Truman Show, capita che mentre Truman si confida a cuore aperto, la fidanzata o un amico brandiscono una scatola di fagioli o un pacco di caffè mettendo la marca bene in vista, con un'insistenza innaturale e un sorriso affettato che ricorda quelli delle televendite. Perché in realtà dietro quella che Truman crede essere una normale conversazione, c'è un vero e proprio show, c'è il business di quella conversazione, voglio dire il business della sua stessa vita. Difficile distinguere la pubblicità dalla relazione in sé. I suoi interlocutori, quando gli parlano, ammiccano a qualcosa che sta dietro di lui e lo precede. Si rivolgono a un terzo assente che è lo sguardo immateriale di chi esternamente approva e disapprova, in ultima istanza il vero protagonista di tutta la faccenda. A un certo punto, è come se ci fossimo accorti che fra le varie cose che potevamo vendere, c'era anche la vita delle persone. 
Non c'è bisogno di scomodare Chiara Ferragni, non c'è bisogno di essere tecnicamente lei per provare quanto sto dicendo, benché il suo caso sia effettivamente emblematico di quel certo fenomeno che chiamerei capitalizzazione della vita. Il caso mostra che la vita non è più quella cosa che succede fra la nascita e la morte, la vita è un capitale che può essere investito nel mercato e fruttare profitti in quanto vita. Ho guardato un paio di video di questa persona di cui ignoravo l'esistenza, ho visto chiaramente quel tipo di approccio che è alla base di ogni business: una gestione razionale, un management strategico del prodotto-sé in vista del profitto, dalla spontaneità accuratamente studiata. Un profitto simbolico, oltre che economico. Come l'imprenditore ottimizza le risorse e razionalizza le spese in vista del profitto, così ogni momento di vita è suscettibile di essere confezionato e venduto. Ricordo, per esempio, la ragazza riprendersi mentre mangia dei pop corn di fronte a un film. Non si può guardare semplicemente il film, occorre capitalizzare quel momento, che non deve andare sprecato. Qui l'azienda coincide con l'imprenditrice, con il capitale e con il prodotto. Chiara è l'origine, il fine, il mezzo dell'intero ciclo economico autogenerato. Un po' come quando di fronte a un evento, le persone sentono il dovere di prendere il cellulare e scattare foto o fare video: il momento va capitalizzato. 
Ebbene, dicevo, non c'è bisogno di riprendere ogni istante della propria vita e caricarlo su youtube per confermare il meccanismo: ci siamo tutti già dentro. Il sistema sta diventando sempre più complesso e i processi di selezione non possono più accontentarsi delle vecchie credenziali. In un'epoca in cui persino il valore della laurea, del concorso superato, delle credenziali accumulate, inclusi i 'mi piace' autorevoli di gente che conta e che può sempre fungere da sponsor del tuo prodotto-self, viene continuamente deprezzato a causa di una concorrenza sempre più spietata, occorre continuamente dimostrare di valere, occorre riconquistare ogni giorno, ogni secondo la propria titolarità al mi piace sociale ed economico. C'è tutta una geopolitica del mi piace che ruota intorno agli individui, per cui quanto è stato già acquisito non è più sufficiente per valere: piuttosto, come in quelle aziende che pagano il personale non in base alle ore di lavoro svolto ma in base ai risultati della produzione, allo stesso modo bisogna continuamente dimostrare di meritare la ricompensa perché niente è garantito. 
Questo non accade più solo in quello che consideriamo il 'mercato del lavoro'. Penso che fondamentalmente la logica del The Truman Show sia ormai roba di tutti i giorni. Non so voi, ma io ho abbastanza di frequente questa stramaledetta sensazione, quando mi si parla, che mi si stia vendendo un prodotto. Si respira un'aria viziata di televendita anche dove meno te la aspetti. Ho anche la sensazione, con diverse persone, che mi si chieda in qualche modo una performance. Se soddisfo i requisiti richiesti dalla performance - es. battute brillanti, dire cose intelligenti, non annoiare, dire o non dire le cose previste a seconda del tipo richiesto, ecc. - posso ottenere il 'mi piace', cioè passare il test per mantenere il rapporto; altrimenti, mi si toglie il like-amicizia. La gente non ha tempo da perdere, essendo il tempo un capitale anch'esso da non sprecare. Del resto lo diceva già Max Weber, che il proprio del capitalismo è di non sprecare via nulla. Ogni persona è un set di funzioni da cui si può estrarre quanto serve, e il consumatore della relazione deve poter esprimere la propria valutazione circa la persona-prodotto in questione, contribuire a stabilirne il valore di mercato influenzando la domanda e l'offerta. In questo contesto, l'invisibile domanda che aleggia fra le persone sembra essere: cosa posso capitalizzare di te?  
In questa generale tendenza a declassare le relazioni sociali a 'portfolio di contatti' [Savage, 2014], non mi stupisce che abbiano persino provato a tirare su un'app che, un po' come l'equivalente sociale di Trip advisor, raccoglie le recensioni delle persone sulle persone, con tanto di stelline degli utenti. Anche se l'iniziativa si è rivelata un flop e ha sollevato molte polemiche, essa è sostanzialmente una rappresentazione fedele dello spirito del tempo. 
In questa mipiaciocrazia non si sfugge alla logica della performance persino nei rapporti più o meno amicali. Non so se avete mai pensato che i profili facebook delle persone, talvolta sembrano dei veri e propri curriculum vitae. Espongono le competenze del candidato in modo un po' meno formale del solito, ma il succo è lo stesso. Ci sono persone che curano il profilo nei minimi dettagli, non solo perché deve coincidere con il proprio sé ideale, ma anche perché, dietro, vi è una scaltra consapevolezza strategica circa la vendibilità del prodotto sé e la fondamentale natura di mercato delle relazioni che è facebook. Non ci si può rilassare
Attenzione, il fatto che parli di social e video non significa affatto che il fenomeno sia limitato alla cosiddetta 'on-life'. Tutt'altro. In quest'economia reputazionale, occorre in generale darsi continuamente da fare per capitalizzare micro-approvazioni da reinvestire nel mercato delle relazioni. Le persone con più mi piace, nel senso extra-social che ho detto, possono infatti godere di una posizione privilegiata nel mercato che dà loro accesso a una serie di vantaggi ad altri preclusi. Accade perciò anche quel curioso fenomeno, per cui le persone selezionano i loro interlocutori in base al mi piace capitalizzato. Tornando all'esempio di Ferragni, ho notato nei suoi video la presenza di tale Rovazzi, quello che canta le canzonette. Rovazzi non è esattamente Brad Pitt, né vanta particolari doti canore, eppure può far parte della vita-spettacolo di quella ragazza: cioè nel calcolo costi-benefici, lei non teme che la sua presenza abbassi il suo tasso di mipiaciabilità, il suo valore di scambio. Com'è possibile? Semplice: Rovazzi ha a sua volta tanti mi piace, e tanto basta. Ergo, l'unico metro sovrano è quello del pollice alzato. Mi viene una battuta sul passaggio evolutivo dell'umanità dal pollice opponibile al pollice alzato, ma passiamo oltre. 
Quello che voglio dire è che è come se gli individui fossero in un certo senso costretti ad accettare questa logica per non soccombere. La lotta per l'accaparramento delle risorse, risorsa mi-piace inclusa, si gioca oggi anche con queste armi. Le risorse come sappiamo sono poche e per accaparrarsele occorre mobilitare tutti i mezzi, anche quelli che in precedenza afferivano a una sfera ben distinta, per così dire riparata da questa logica. Come le aziende devono continuamente rendersi competitive in un mercato dalle leggi implacabili che, se non si tengono al passo, le esclude inesorabilmente, così gli individui devono imparare a gestire strategicamente le proprie relazioni e i propri mi piace, devono essere manager del proprio prodotto-self per non compromettere il loro valore di scambio e anzi rilanciarlo continuamente. Bisogna saper rinnovare il marchio in linea con le fluttuazioni del mercato, mantenerlo fresco, giovane, sempre appetibile. E' il lato più oppressivo del riconoscimento. 
Quest'estensione del dominio dell'economia nelle altre sfere, persino le più intime - si potrebbe dire lo stesso per l'amore? direi di sì - ha raggiunto livelli del tutto nuovi, di fronte ai quali ci troviamo impreparati. Quel che stupisce è che fondamentalmente, è una logica accettata da tutti. E' una specie di regola non detta, che invisibilmente approva e scarta, conferma ed elimina; una regola non democratica la cui validità paradossalmente ci affrettiamo a sancire ogni giorno. Quelli che non la accettano vengono semplicemente tagliati fuori, e la soglia delle aspirazioni a cui possono ambire è segnata. In questo contesto, chi vince è chi è più bravo a gestire, il più bravo a capitalizzare la vita e le relazioni, il più abile a razionalizzare la propria azienda-sé - la dote premiata è essenzialmente di tipo manageriale. 
Si noti che persino la contestazione di questa logica è essa stessa suscettibile di farsi prodotto. C'è il prodotto 'contestazione dell'economia', che può essere perfettamente incluso entro lo stesso ciclo economico contestato, per esempio; c'è il prodotto 'persona che critica la logica dell'economizzazione delle relazioni' anch'esso vendibile; e così via. Insomma, la domanda resta sempre la stessa, e cioè: in un contesto del genere, come confutare Hobbes?

domenica 9 ottobre 2016

Luciano Bianciardi - Fatti vedere

Da La vita agra, Feltrinelli 2014, p. 196:

«E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all'esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono: "scusa ho premura, ho una commissione, scappo" e subito scappano davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto  un'immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti  dicono: "Fatti vedere".
Dentro le ditte è la stessa cosa: uno che magari al mattino ti ha teletafanato per il lavoro, lì pare sorpreso che tu arrivi proprio col lavoro che ti aveva chiesto al mattino. [...]
Non vedi l'ora di essere per strada, dove almeno le gente che passa non la conosci affatto, a parte quei gusci che dicono: "Fatti vedere". Ma che cosa volete vedere, che cosa volete, voi ectoplasmi? A voi, da vedere, al massimo darò la mia fotografia, me ne faccio fare parecchie copie e ve la distribuisco, così guarderete quella. Ai più autorevoli toccherà stampata su un ovale di porcellana, da appendere al muro sotto un lumino e il vasetto dei crisantemi.»

sabato 21 maggio 2016

Sei cose impossibili

Intendo la mancanza di fantasia nell'accezione più ampia, come disposizione dell'animo piuttosto che come effettiva capacità della mente. Sono infatti convinta che la fantasia sia una qualità morale prima che una capacità cognitiva. Non è saper immaginare bellissime fiabe, è come dire, riuscire ad aprire delle porte nella vita di ogni giorno. 

domenica 20 marzo 2016

Denis Villeneuve, la morale dell'emergenza

L'ultimo film di Denis Villeneuve, Sicario, è una specie di discesa nei sottoboschi morali della società, dove i confini fra l'istituzione e il crimine si rivelano labili al punto di un paradossale compromesso - pena il venir meno dei precari equilibri nella gestione del territorio, del tutto affidata ai loro rapporti di forza. Assistiamo alle vicende attraverso lo sguardo di Kate, talentuosa agente dell'FBI che viene coinvolta in un'indagine per la quale non era preparata: siamo nelle zone del Messico sottratte al controllo dello Stato, in cui vige un sistema parallelo di potere nelle mani dei re della droga. 

domenica 6 marzo 2016

Libido accademica

E' più forte di me: apprezzo spesso gli articoli un po' decadenti di Alessandro Piperno - molto meno i suoi romanzi -, anche quando non sono d'accordo con lui. Ha un certo gusto per il sensazionalismo, d'accordo, ma apprezzo sempre quel suo tentativo di rendere omaggio a una cosa che mi sta molto a cuore: quella cosa per cui se non ti si ritorce contro, non è filosofia.

domenica 7 febbraio 2016

Geopolitiche del gusto

Al di là dello snob e del poveretto
Ogni volta che qualcuno ostenta la musica che ascolta, le sue letture, i posti che frequenta, i suoi consumi culturali in quanto indiretta emanazione dal suo status, il mio pensiero va alla buonanima di Pierre Bourdieu: mentre ci si crede i più very autentici, i più fighi di tutti, quelli con i gusti giusti, resta che ciascuno tende a esibire dei consumi culturali come distintivo di classe (leggi: habitus). 

giovedì 21 gennaio 2016

Microresistenze

[Ho scritto questo post nell'ottobre 2014. Non l'ho mai pubblicato perché lo giudicavo troppo smieloso, tendenzialmente banale, forse paternalistico e certo oggettivamente insopportabile. Anche ora, a rileggerlo, provo un certo fastidio. Tuttavia, devo prendere atto che si tratta di uno dei post che più spesso mi tornano in mente quando parlo della vita con le persone. Vorrei dire loro: "però ecco, vedi, ci sono le microresistenze" e spiegare nel dettaglio che cosa intendo. Perciò ho capito che il post riguarda qualcosa che in generale ritengo molto importante nella vita. Per questo voglio essere indulgente sui suoi risvolti diabetici].

Poi torno alla consueta acidità, giuro. 

Eravamo intorno a un tavolo, e dopo esserci raccontate, in quattro, i rispettivi disastri, eravamo giunte alla conclusione che: "è tutto una merda". La più propositiva era L. Io, se posso fare una classifica, stavo al secondo posto. 

sabato 3 ottobre 2015

Note sul morire

Definitivamente abbandonato ogni proposito di leggerezza: buongiorno. 

Ricordo che quando ho letto di Simone De Beauvoir, che da ragazza soffriva di terribili crisi al sol pensiero della morte, ho provato immediata comprensione ed empatia: in fondo, talvolta capita anche a me, di restare letteralmente atterrita dall'idea della morte.

venerdì 25 settembre 2015

Sul ricatto narrativo dei buoni sentimenti

Caro lettore,
ho deciso di rispondere alla tua mail, così, pubblicamente (non so se conosci quella storia, di punirne uno per educarne cento). Prendo la tua capziosa mail come pretesto per togliermi un sassolino che ho incastrato nella scarpa da tempoStavo stravaccata sul divano senza alcun meglio specificato desiderio di essere operativa, anzi sprofondando nella migliore inutilità serale che ti rinfranca da una giornata pesante, ed ecco che apro la mail e leggo una cosa che mi ha strappato subito una risata. Dice: 
"come sopravvivere a tanto decostruzionismo?". 

lunedì 27 luglio 2015

L'ultimo pezzo di torta rimasto

Perché chiedere il permesso e preoccuparti degli altri se puoi direttamente impossessarti di quello che vuoi?  

Non c'è bisogno di fare quella faccia terrorizzata, il post è molto semplice. Nessuna teoria, questa volta. Nessuna conclusione morale edificante, nessun sermone. Questa non è una parrocchia. Parleranno i fatti. Io mi limito a riportarli, perché i posteri sappiano, perché i posteri non si mettano in testa la bizzarra idea che una volta si stava meglio. Per il giudizio, rimando a quel luogo stantìo, maleodorante e in preda alle muffe, che è la coscienza di ognuno. 


domenica 21 giugno 2015

Le mie illusioni me le tengo strette

Omaggio al solstizio d'estate

Per capire che le illusioni sono una cosa seria - e preziosissima - ci ho messo tantissimo. Ora, quelle che ho, quelle che mi sono scelta e sudata, me le tengo strette. 

Il cinico disincantato mi fa un po' pena. Dentro di me penso: dilettante! Crede di aver capito tutto, ma non ha capito niente. Non sa che oltre il disincanto c'è un'altra fase, la più interessante di tutte, quella delle illusioni che ti sei scelta, che ti sei conquistata, e su cui francamente non sei molto disposta a negoziare. Ci sarà sempre qualcuno pronto a dirti: ah! tutte illusioni! la realtà è questa, cara mia! Con la voce di chi ha capito tutto della vita, ma in realtà si limita a trasfigurare i propri fallimenti in senso normativo (pretendendo che debba valere lo stesso per tutti gli altri). Ma insomma, il tacchino induttivista di Russell non vi ha insegnato proprio niente?

sabato 23 maggio 2015

E tu, di cosa ti occupi?

Diciamo chiaramente che comincio a trovarmi in quella fase in cui alla domanda "cosa fai nella vita?" non sono più ammesse incertezze. Devi definire chiaramente chi sei, impacchettarti in una serie di definizioni esaustive, come attraverso dei tag, non dico che devi trasformarti in un brand ma secondo me, sotto sotto, sì. La sussunzione categoriale del chi sei non può più fare a meno della classificazione lavorativa. Si comincia da: studi? lavori? Oggi persino alla Biblioteca nazionale (Roma) non mi hanno prestato un libro perché non potevo dimostrare la mia appartenenza a una casella; alle mie ripetute proteste è stato invocato Il Regolamento (Kafka, il mio pensiero è ora rivolto a te); ma il paradosso delle biblioteche con la loro corsa a ostacoli a danno della gente che, dopotutto, chiede solo questa cosa criminale che è il poter leggere, mentre deve perdere tempo a spiegare di non essere un delinquente, è materia per altro post. 
In ogni caso l'interlocutore non riesce a rapportarsi a una persona senza previo incasellamento nel tag; non riesce a viversela così, come gli appare, come gli viene, non riesce a viversi il flusso hic et nunc dell'altro/a. Dico: ma non vi annoiate? Io preferisco indovinare, preferisco pormi domande, immaginare un mistero: perché senza etichetta non sapete vivere? (Ahhh, la reductio ad etichettam).

sabato 16 maggio 2015

Sull'uso della parola «borghese»

Appunti sparsi e in fieri

Capita spesso: a un certo punto, nel bel mezzo di una conversazione, eccola che spunta, fugace e furtiva, questa parola. Io stessa mi sono più volte macchiata dell'imprudenza di averla pronunciata, fino a pochissimo tempo fa. Ora mi dà perfino fastidio sentirla, per non dire orrore. "Borghese".