Appunti di Storia moderna

domenica 13 maggio 2012

Auguri mamme, ma...c'è poco da festeggiare

Scritto per terrearse.it

Oggi, festa della mamma, per “festeggiare” proporrei alcuni dati relativi al 2011.

1) Circa il 76% del lavoro di cura della coppia è a carico delle donne. I padri dedicano 1h42’ al lavoro familiare, contro le 6h47’ delle madri (Relazione di Laura Sabbadini, ISTAT, 2011).

Questa percentuale avrebbe avuto un senso nei secoli scorsi, quando ancora ci si poteva permettere un solo reddito in famiglia e soprattutto quando l’indipendenza economica femminile non era contemplata fra le ambizioni politiche correnti. Nel 2012 questa statistica ha dell’assurdo, considerando che le donne oggi lavorano (quando sono ‘fortunate’), dunque si trovano a dover conciliare quello che facevano secoli fa con quello che la società chiede loro oggi. Se infatti il ruolo del padre tradizionalmente era quello di portare la pagnotta e quello della madre di curare la prole e la casa, oggi le donne devono insieme portare la pagnotta e curare la prole e la casa, mentre il ruolo dei padri si direbbe invariato rispetto al passato. Per le madri insomma si sovrappongono prassi culturali antiche con esigenze produttive moderne.

La biologia da sola non deve mutarsi – come di norma avviene – in alibi legittimante la sproporzione: il neonato cresce in fretta emancipandosi dal corpo materno, la vita incombe, e da che mondo è mondo i figli si fanno in due. Dopotutto, volendo considerare fino in fondo la biologia in senso normativo, senza un padre non ci sarebbe una madre e viceversa, quindi la cura dovrebbe – fatto salvo l’inaggirabile dato biologico relativo alle primissime fasi della maternità – assumere una carica universale, senza nette genderizzazioni ormai del tutto ingiustificate. Se ancora oggi si concepisce la cura in termini a tal punto genderizzati, diretta conseguenza è che alle donne spetti di rapportarsi al mondo del lavoro e della maternità in termini di aut aut. O madre o lavoratrice. Se sei madre e sei anche lavoratrice, lavori il doppio dell’uomo, ma a livello sociale nessuno lo riconosce. Ergo, il risultato è una massa di donne che, qualora la desiderino, si trovano costrette a rinunciare o a rimandare ad infinitum la maternità, o a vivere una maternità irta di ostacoli organizzativi da risolvere in totale solitudine; ovvero una massa di madri estromessa dalla vita politica del Paese, che continua a domandarsi perché le donne non facciano politica, perché le donne nelle aziende siano più dipendenti che manager rispetto agli uomini e così via. Le madri, cioè, devono farsi carico di una contraddizione politica che nessuno è interessato a risolvere.

Aggiungiamo ora al dato della cura quello relativo ai servizi pubblici per l’infanzia: 

2) “Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio è del 6,2% (…) con un massimo del 15,7% in Emilia Romagna ed un minimo dell’1% scarso in Calabria e Campania” (Indagine 2011 di Cittadinanzattiva). Siamo cioè molto lontani dall’obiettivo del 33% di copertura territoriale di servizi per l’infanzia fissato nel summit europeo di Barcellona nel 2002.

Ciò significa che le stesse donne che devono scegliere tra il lavoro e la maternità, o che conciliano i due con molte difficoltà, per di più con una crisi economica in corso, devono anche pagare delle strutture private per l’infanzia che, data la scarsità dell’offerta pubblica, può permettersi di chiedere ai genitori cifre che mensilmente, a seconda del contesto, non differiscono da quelle di un mutuo per la casa: a Lecco per esempio, pagare un asilo privato può costare 500 euro al mese. I bambini e le bambine da 0 a 3 anni – ma diremmo, fino all’ingresso nella scuola primaria – e rispettive madri sono dunque in balìa di un sistema di servizi inadeguato. Trascurare questo fatto è sintomo di una sottovalutazione politica: a) dell’importanza della socializzazione e dell’apprendimento ludico in età prescolare, fondamentale per gli sviluppi cognitivi futuri; b) del nesso che intercorre fra le pari opportunità e i servizi per l’infanzia. Questa trascuratezza si risolve, infine, nel risultato di 1,4 figli per donna, mentre la quota di nati con almeno un genitore straniero cresce dall’1,7% al 18,0%.

Il seguente dato può essere letto alla luce dei primi due:

3) il 30% delle madri con meno di 65 anni che lavorano o hanno lavorato in passato ha interrotto l’attività lavorativa per motivi familiari (matrimonio, gravidanza o altri motivi familiari), contro il 2,9% degli uomini (Relazione di Laura Sabbadini, ISTAT, 2011). A livello europeo, sono circa 6 milioni le donne che devono rinunciare al lavoro per motivi di responsabilità familiare.

Va da sé che, come afferma Sabbadini, “i tassi di occupazione femminili delle single [si presume intendesse: senza figli] sono simili a quelli degli uomini, quelli delle madri sono molto diversi da quelli dei padri”. La maternità è dunque il vero terreno della differenza occupazionale: investire sui servizi per l’infanzia significa investire sulle pari opportunità; sembra che ancora le istituzioni fatichino a capirlo, però.

Dopo aver guardato a questi dati, pensiamo a una donna scopertasi incinta, ipotizziamo che desideri portare avanti la gravidanza, ma non abbia un lavoro stabile e come lei anche il suo compagno. Ipotizziamo che non abbia il welfare in casa, ovvero nonni e parenti che garantirebbero la cura del nipote quando la madre non c’è, pronti a tappare gli enormi buchi lasciati aperti dallo Stato. Le possibilità a quel punto saranno due: a) abortire b) portare avanti la gravidanza.

Nel primo caso dovrà fare psicologicamente i conti con una decisione forte che non vorrebbe prendere (l’ipotesi è che desiderasse la gravidanza, appunto), al contempo fare i conti con frotte di obiettori di coscienza negli ospedali (in Italia il 70,7% dei ginecologi del servizio pubblico è obiettore – Relazione del ministero della salute, 2009), se credente dovrà subire la scomunica della Chiesa cattolica (ammenoché non decida di confessare il peccato presso un vescovo – non è infatti sufficiente l’assoluzione di un qualunque parroco -; ricordiamo al proposito che secondo Monsignor Girotti la pedofilia è un peccato meno grave dell’aborto), dovrà fare l’intervento nello stesso reparto di donne gravide, puerpere e quant’altro, dovrà passare questo delicato momento in non richiesta compagnia degli antiabortisti capillarmente presenti in ogni angolo della società, che faranno leva sul senso di colpa e su termini di grande spessore analitico come “assassina” – non ultimi i Movimenti per la vita all’ingresso delle cliniche e nei consultori pronti a rigirare il dito nella piaga e a darle giudizi non richiesti nonché offrirle irrisori aiuti a breve termine.

Nel secondo caso dovrà accettare la dipendenza da mezzo mondo: accettare qualsiasi lavoro anche malpagato per la pagnotta di cui sopra, dipendere economicamente dal compagno con tutte le implicazioni restrittive per la sua autonomia, scegliere se spendere il suo stipendio interamente per l’asilo o se non lavorare e fare la mamma 24h/24, dovrà dunque rinunciare ai suoi progetti (che so, diventare imprenditrice nel settore che le interessa) o raggiungerli partendo da una condizione nettamente svantaggiata rispetto al resto del mondo non-madre, e. In entrambi i casi è abbandonata a se stessa, in un contesto che da un lato la divinizza (dall’immaginario della Vergine Maria alla retorica pubblicitaria) dall’altro, oggettivamente, la ignora.

Questo è lo stesso Paese in cui le istituzioni non si vergognano di patrocinare ipocrisie collettive dal sapore carnevalesco come la “marcia per la vita” nel giorno della festa della mamma. Non entriamo nel merito di quest’ipocrisia istituzionalizzata (al proposito, ne segnaliamo volentieri la controproposta), chiedendoci piuttosto: perché non utilizzare tutte le energie investite per una demenziale manifestazione a favore di un generico concetto di vita (la vita di chi?), per chiedere concrete misure politiche per le pari opportunità? Perché non scendere in piazza per chiedere una copertura totale di servizi per l’infanzia? Perché non manifestare per sensibilizzare alla cultura universale, trasversale ai generi, della cura familiare, non riconosciuto pilastro etico oltre che economico della “vita” – appunto – di ogni società? Perché non chiedere al governo di affrontare in modo sistematico e organico il problema della violenza alle donne, investendo risorse sulla formazione e sostenendo stabilmente i centri antiviolenza spesso anch’essi abbandonati a se stessi?

L’iniziativa di Roma promuove, come spessissimo avviene, un’idea del tutto astratta, decontestualizzata, puramente ideologica, profondamente sessista, della maternità: che il sindaco della capitale appoggi un simile schiaffo alla realtà della stessa è sintomatico della contraddizione tutta italiana fra predicare bene bene (“la Vita! La Natura! La Famiglia!”) e razzolare malissimo (non fare nulla per migliorare la rete dei servizi per l’infanzia e le possibilità occupazionali femminili). Nonché dell’atavica incomprensione di ciò che concretamente diventare madri comporta*. L’ideale propugnato non può essere che quello, caro agli anni mussoliniani, di una donna rigogliosa che, sorridendo beata, produce figli per la Nazione. Ci chiediamo quale utilità sociale abbiano simili iniziative, che se producono qualcosa è solo rumore che si aggiunge ad altro rumore, contribuendo, come al solito, a fare del corpo femminile un campo di battaglia. D’altronde, questo è lo stesso Paese in cui istituzioni possono investire le proprie energie per la realizzazione di un cimitero di feti: c’è, dunque, una paradossale coerenza in tutto questo.

Le madri riceveranno oggi un fiore dai loro figli, un bacio, una carezza. L’unico riconoscimento “sociale” concreto di quel 76% di lavoro sulle loro sole spalle è, alla fine, questo, mentre fuori i megafoni strillano e le tv parlano in vece loro di cose che non conoscono.


*l’articolo non parla delle donne che non desiderano la maternità e hanno il diritto di non desiderarla, perché intende riflettere solo sull’esercizio concreto della maternità in Italia e non perché dia per scontato che se le donne non fanno figli è solo perché il sistema è inadeguato.

giovedì 3 maggio 2012

L'alternativo

Circolano sempre più numerosi i soldati dell'anticonformismo. Il problema è che ormai l'anticonformismo è inflazionato, e ha perso  - se mai l'ha avuta - quell'aura di esclusività che lo renderebbe tale. Per definizione il conformismo è maggioritario, il suo opposto dovrebbe dunque afferire a una minoranza: altrimenti il conforme pertiene anche al (preteso) non conforme. Ecco che il conformismo si espande a macchia d'olio abbracciando nel suo ampio seno finanche il suo opposto. Sembrerebbe che da esso non ci sia scampo.
L'ostentazione dell'anticonformismo, in particolare, scimmiotta qualcosa del preteso avversario, il "Sistema". L'essere sempre mediaticamente e socialmente in prima linea, esibendo il proprio essere non prima che il proprio essere (il quale ormai sembra smarrito e liquefatto nel non), ha un che della competitività come forma mentis e approccio sociale prevalente nell'èra del capitalismo criticato. E' l'ansia di farsi vedere la vera anima dell'anticonformista. A tal fine questi abbraccia tutto ciò che suona come "alternativo" a prescindere: musica alternativa, locali alternativi, libri alternativi, amici alternativi, eventi alternativi. Il profilo confermemente unanime dell'anticonformista è, che so, ascoltare canzoni rock di gruppi italiani dal titolo "Odio i radical chic" o "Una domenica al centro commerciale", pregne di parole anti, che ostentano un disincanto consumato verso le attuali storture sociali incarnate da quelle tre o quattro categorie prese di mira. Egli dunque frequenterà ambienti in cui tutti sanno già tutto in partenza, le opinioni come dire sono preconfezionate e oggetto di selezione preliminare; le conversazioni consisteranno nel rimarcare a se stessi e agli altri quanto già precedentemente stabilito. Quindi indosserà la kefiah, con magliette dalle stampe piene di disincanto anch'esse. Non si comprende il grado di esatto coinvolgimento intellettuale e emotivo nelle lotte propugnate, somigliando la partecipazione dell'anticonformista più a una moda che a una sincera preoccupazione per i destini dei popoli. Le conversazioni che intratterrà coi colleghi saranno dunque ispirate alla genericità e al qualunquismo, quasi sempre su uno sfondo astioso verso il preteso nemico conformista, il quale coincide col Sistema. Relazionalmente rispetto alla sua cerchia l'anticonformista mette in pratica un gigantesco volemose bene a sfondo solo accidentalmente politico.  L'approfondimento delle tematiche non va oltre la lettura di qualche bestseller dell'anarchia, Bakunin in primis, seguito dal bestseller Manifesto di Marx, e. Così può bastare. Per ogni problema socio-politico egli sa già da che parte stare: stare da una parte è appunto la sua unica missione. Ora, gli aspetti perniciosi sono essenzialmente due: l'ostentazione e il partito preso, il valutare tutto cioè prima ancora di valutarlo, che è, in sostanza, non valutare nulla, e prendere dalla cassetta degli attrezzi concettuale maldestramente messa insieme quei 3 o 4 principi fissi da applicare a seconda delle evenienze a tutti i problemi. Questi ultimi, infatti, sono tutti uguali, riducendosi sotto sotto sempre alla tacita lotta, non si sa se di classe, tra conformisti e anticonformisti.
La sua prima massima intenzione consiste nel non compiacere assolutamente la "gente", ritenendo questo, a ragione o a torto non sappiamo, come una forma di imborghesimento. Tuttavia, l'asino casca laddove ostentando quest'intenzione, l'anticonformista finisce per compiacere molta gente: quelli come lui. E' la comunità del non. Che, per carità, non ho affatto in antipatia, diciamo che mi limito a constatarla. Pensiamo per esempio al Fabry Fibra di Controcultura. Comprendo l'esigenza sociale di uscire dallo schemino sanremese giustamente associato alla trita banalotta medietà italiota. E il successo di costoro si comprende alla luce di questo: ma è come se fosse solo un processo di identificazione per la differenziazione, oltre non si va. Io non sono x. Questo è infine l'unico messaggio. Ora fa fico esprimere opinioni a mezzo canzone. Va bene, è la democrazia, dicono.
Ora, io non ce l'ho con loro. Probabilmente il problema è mio. Che relazionandomi con un conformista e con un anticonformista provo sempre lo stesso imbarazzo concettuale: parlano entrambi per dogmi; in particolare, se il primo è già spacciato, il secondo è fregato dal fatto di credersi critico pur non essendolo affatto, o essendolo a rate e fino a un certo punto.
In ultima istanza, l'essenza che motiva l'esistenza dell'anticonformista coincide, semplicemente, con la particella negativa non, nel senso che egli fa del contrapporsi  a priori e in maniera il più possibile vistosa l'unico obiettivo esistenziale, sistematicamente frainteso in termini politici.
Da buoni antianticonformisti più conformisti dei conformisti, diremo che il Sistema ha inghiottito anche loro.
La musica italiana offre generosi esempi. Valga questo fra tutti, significativamente intitolato Mi sono rotto il cazzo:

domenica 8 gennaio 2012

Shhh.

Caro Machiavelli,
lo so che tu non esisti più e che dunque indirizzarti questa lettera è privo di senso. Ma, come dice sempre mio figlio, facciamo finta che tu esista ancora. Ho un sassolino nella scarpa e voglio togliermelo. Anche perché, non si sa mai, con tutto questo progresso, non possiamo escludere nulla, nemmeno la materializzazione di un morto seicento anni dopo il suo decesso. Ebbene, vorrei dirti che non hai previsto fino in fondo fino a che punto potesse involversi il tuo concetto della ragion di stato (in realtà non sei stato il primo a usarlo, ma come al solito il più famoso si accaparra al pubblico definizioni di altri autori, più marginali). 
La ragion di stato, che si traduce facilmente nel concetto di segretezza (segreto di Stato, servizi segreti, con ampio corredo semantico-istituzionale), costituisce e ha sempre costituito il vero grande motore della storia. Tutti i presunti misteri della storia - compresa quella più recente nonché quella attuale -, se vai a scavare, sotto sotto, scopri sempre che sono costruiti a tavolino dalla regia occulta di alcuni potentoni. Il caso, la tragedia, l'imprevedibile, alla fine hanno sempre un occulto autore, anche ben noto alla gente ma semmai in tutt'altre vesti. Di solito, si tratta di chi la governa, e della sua cricca - arguti finanzieri, ambiziosi parenti, amici di fertilissime relazioni, politici anche di fazioni avverse che di nascosto si schiacciano l'occhiolino. Alla fine, ed è questo il punto, c'è che lo stato coincide con questa cricca. Ora, che io pensi che lo stato sia un x con caratteristiche y e z è un conto, il fatto che lo pensi chi lo rappresenta è un altro conto: la sua opinione ha diretti risvolti operativi, la mia al massimo la annoto nella mia agendina.
"Si sa come vanno queste cose".
Poi succede che tutti i libri di storia danno la versione ufficiale, quella cioè dei registi stessi, che i tribunali non possono agire col segreto di stato, che certe cose è meglio che te le tieni per te altrimenti fatti la croce, e che. Colossali inversioni di rotta storico-politiche vengono motivate nei modi più strampalati, cioè più emotivamente attrattivi, la gente ci crede, nessuno osa andare fino in fondo o se lo fa viene ammazzato o non ascoltato, e sulla verità si accumulano infiniti, conniventi strati di polvere. 
Il segreto legittima la regia occulta. Kant l'aveva capito benissimo. Solo pubblicizzando - nel senso proprio di rendere pubblico - le intenzioni, come dire, è possibile la pace perpetua.  C'è un'intrinseca bellicosità, un intrinseco potenziale distruttivo nel fatto che determinate informazioni/operazioni possano esser tenute nascoste al popolo che, si dice (ma è probabilmente una metafora molto raffinata, niente di più), detiene la sovranità.
Il fatto che esista una ragione superiore alla quale subordinare tutti gli interessi, persino delle vite umane, naturalmente l'interesse alla verità stessa, ecc. è molto pericoloso; a quale concetto di stato, infatti,  sacrifichiamo la ragione? Perché di questo si tratta. Converrai che non esiste un'unica idea di stato, potrebbe esisterne una per ogni testa (=7miliardi, approssimativamente). Questa indeterminatezza semantico-ideologica ha risvolti politici dalla portata planetaria. C'è sempre un dietro che ci frega - potente è in questo senso la valenza simbolica del detto che fa del "dietro" la sede di tutti gli imbrogli.
Ora, si dice (ma lo si diceva anche nel 1789, pochi anni prima che il Direttorio avviasse la ben nota politica imperialista sfruttando i concetti della Rivoluzione) che la nostra è l'epoca della democrazia, ma a parte tutta l'umiliazione del concetto (e del fatto) dell'umanità che sta nei media, nel consumismo, nel lavoro umiliante coatto, nella degradazione dell'umanità a spettatrice e/o opinione pubblica e campione statistico, nella corrispondente degenerazione delle relazioni umane, ecc. (un eccetera molto lungo), dico, a parte questo, come si fa ancora oggi a sventolare costituzioni, concetti democratici all'avanguardia, andare a votare con la coscienza a posto, e quant'altro, al contempo senza scandalizzarsi dell'esistenza, ancora oggi, del segreto di stato e dei servizi segreti?
Lo accettiamo come ovvio. Ci indigniamo per le paghe dei parlamentari, per le case acquistate con la mastercard di stato dal ministro x, per i bunga bunga (probabilmente, strategicamente connessi alla tattica del "distraiamoli"). Eppure non ci indigniamo dell'esistenza, ancora nel III millennio, di qualcosa come il segreto di stato. Un giorno ci accorgeremo che è un grande errore. Non è pessimismo, è obiettività: se esiste il segreto di stato, i servizi segreti e quant'altro, tutto può succedere. 
Tutti i più clamorosi danni all'umanità sono stati realizzati con la legittimazione sottaciuta del segreto di stato. Lo stato può, sulla stessa scia della brillante intuizione di Machiavelli, dare gomitate d'intesa ai delinquenti e distruggere milioni di persone con il loro aiuto, salvo che fra i responsabili figurino, alla fine, solo i primi, mentre i secondi trarranno da quelli l'ambìto obiettivo: apparire come i salvatori; vedere rinvigorito il consenso.
La sicurezza è il terreno fertile su cui il germe del segreto di stato può germogliare ampiamente. Niccolò, è proprio come avevi detto tu. La sicurezza. E qua e là. Ok. Per ragioni di sicurezza Hitler ha preso i pieni poteri. Per ragioni di sicurezza è stato lui stesso a provocare il famoso incendio? Continueremmo all'infinito. Ma no, speriamo che ciò finisca. 
Chi ha capito sbaglia a prendersela comoda. Sono in molti ad aver capito, ma tradurre la nostra comprensione solo in una comoda sequela di post, o di status su facebook, o di chiacchierate serali con gli amici, è un delitto. Non saprei dire quale sia l'alternativa, so solo che quella parte di mondo che ha capito dovrebbe darsi una mossa prima che sia troppo tardi. 
Caro Machiavelli, non voglio dirti che sia colpa tua. Ma insomma, sto concetto potevi anche risparmiartelo: gli hai dato dignità letteraria; cioè, gli hai fatto un sacco di pubblicità; cioè, anche tu hai contribuito a legittimarlo.
Con disprezzo,
Anacronista

mercoledì 4 gennaio 2012

L'imprenditore


Segue profilo unilaterale e fazioso e stereotipato dell'imprenditore. 

Dottore, la signora Cipolletti vuole conferire con Lei. Le dico, come sempre, che è in riunione?
Ah, che noia! E’ la tredicesima volta che il Nostro rinvia a data da non destinarsi la Signora Cipolletti, sua dipendente cui sono state ridotte, in ordine sparso: la mole di lavoro, le responsabilità, lo stipendio. E’ stata in vacanza per un anno – in maternità, pardon – e, si sa, le esigenze produttive: al rientro per lei solo sguardi torvi e tante insospettate novità. Ogni giorno al lavoro è un continuo, non detto ma lampante non ci servi più.
Dio, la faccia entrare.
Cipolletti: ma che succede, non capisco! Prima gestivo un intero ufficio! Adesso solo fotocopie, perché?
Imprenditore: ha ragione, mi rendo perfettamente conto della sua situazione. In realtà, la domanda scarseggia, e l’Azienda non vi manda a casa perché vi vuole bene.
Seguono: lacrime, disperazione, false speranze.

Il nostro imprenditore ha capito tutto della vita e non fa nulla per nasconderlo. Ogni atto, ogni gesto verbale non è che un mal dissimulato pretesto per mostrarlo al mondo. L’imprenditore è la punta della piramide sociale, e la gerarchia vissuta ogni giorno dall’alto si muta presto in una forma mentis. Egli impara presto ad autorappresentarsi come un leader e l’idea non gli dispiace affatto. Forgia la sua intera esistenza sulla base di questa corroborante convinzione, non smentita da alcuno, anzi indefessamente fomentata dal tutti.
Ha iniziato con poco. A scuola non era un genio, ma era sciolto e disinvolto, aveva già capito il meccanismo: una buona dialettica, un briciolo di attenzione e tanto ardimento sostituiranno ampiamente gli anacronistici sacrifici sui libri. Un complimento azzardato alla prof, un’intuizione geniale che sviasse il baricentro dell’interrogazione sullo stupore ammirato per un ragazzino così sveglio, e il gioco è fatto.

Dopo la scuola si guarda intorno, e mentre gli altri studiano o si affannano tra umilianti concorsi e colloqui di lavoro a Milano e Torino, capisce l’antifona. Due conti, qualche conoscenza, più che sufficiente autostima e genetica insubordinazione lo conducono presto nella seducente strada dell’autoimprenditorialità. Gli è bastato poco per afferrare le leggi del mercato, e il suo sesto senso gli ha presto rivelato la chiave del successo, nella vita come negli affari. Che poi, in fondo, sono la stessa cosa.

I primi anni sono faticosi, ma non desiste, l’impresa cresce a colpi di ottimismo e con essa il suo autore. L’imprenditore impara a stare tra i grandi, affina le tecniche del galateo a proprio vantaggio, va nei posti giusti al momento giusto. E’, come dire, brillante; le sue conversazioni sono in primo luogo performance, prestazioni produttive prima che umane. Una conoscenza tira l’altra e il giro d’affari aumenta con le amicizie. Procedendo per trial and errors pian piano affina l’approccio: l’impresa è snella, la produzione efficiente e crescente, gli investimenti si recuperano agevolmente e, a parte qualche noiosa parentesi critica, i conti non sono mai in rosso. Il conto personale lievita: i capricci?  solo un vecchio ricordo – ora sono concrete realtà sfoggiabili.
Nel nominare la parola azienda si sente eccitato e fomentato. E’ il brivido del successo. Parallelamente, sviluppa dei piccoli feticismi nascosti: dal nodo della cravatta ai polsini della camicia, tutto deve essere in ordine, ogni venerdì è dal barbiere e non si separa dalla 24ore Montblanc che ha acquistato in uno dei sempre meno rari momenti di shopping compulsivo. La sua vita, all’apice del successo, si arricchisce di piccole superstizioni come non uscire mai senza i polsini stirati e le cene di lavoro sono l’occasione per tirare fuori i suoi vini d’improbabile annata e dunque costo. 

Il gergo si affina come la metodologia. Il capitalese anglofono penetra senza difficoltà nel suo vocabolario, che tira fuori con sempre maggiore dimestichezza nell’intento mai fallito di impressionare gli altri al fine di ribadirne l’abissale distanza. Empowerment, know-how, management, problem solving, turnover, assessment, team building, compliance, sono le stelle che progressivamente illuminano il firmamento linguistico del Nostro; gli assi della manica da tirar fuori nei ricorrenti giochi di prestigio sociali.

L’imprenditore è il compimento della scissione storica tra bourgeois e citoyen. La dimensione privata e quella pubblica si rapportano l’un l’altra all’insegna della schizofrenia. Tutta la sfera comportamentale riflette separazioni nette. Con i suoi simili imprenditori mostra compiaciuta e ostentata sicurezza. Con il resto della popolazione,  è il  missionario che salva l’umanità dalla disoccupazione. Nell’intima profondità del suo io,  le ricadute sociali del suo operato occupano poco spazio; eppure, il Nostro ha sentito l’argomento da qualche parte e si affanna appena può a ripeterlo. Non gli dispiace, in termini di autostima, di figurare come Il Benefattore.

L’estetica completa il tutto. Giacca e cravatta, capelli impomatati, mento scrupolosamente glabro, suv, neanche a dirlo. E tanto, tanto, tanto savoir faire. Ma pure lui ha i suoi incubi, checché se ne dica. Il suo pensiero fisso è il concetto di brand. Brand, brand, brand, ripete ossessivamente la sua mente. Il brand è l’obiettivo assoluto  da raggiungere per mettere la parola fine al margine di incertezza che, nonostante tutto, persiste.
Ma la vera chiave del suo successo verbale risiede altrove. Nei termini complicati? Nei feticismi anglicistici? Nelle frasi prestampate? No. Negli eufemismi.
L’imprenditore capisce che c’è una base sociale fermentante dietro la sua azienda. Questo cane sciolto va tenuto a bada. Capisce che bisogna saperci fare, per indorarle la pillola e promuovere una sottile forma di assoggettamento presso i recalcitranti dipendenti, che da due sono diventati presto cinquanta, con annessa moltiplicazione delle noie pro capite.
La strategia si affina, e inconsciamente usa l’alibi del fatalismo per difendersi da ogni attacco: non è colpa mia è il suo argomento preferito, anche se sotto sotto ha l’aria di non crederci lui stesso.

Pensa con pena ai tempi del liceo – riserva al suo passato lo stesso sguardo che non ha mai risparmiato ai questuanti del lavoro, come i vecchi compagni di classe; gli stessi che ora bussano alla sua porta curriculum alla mano. Ricordi i vecchi tempi! Li ricorda bene, ma è meglio non suscitargli simili memorie. Ci tiene a precisarlo, sia pure senza dirlo – ora lui è un altroIntanto, in quanto brillante selfmade man e in quanto tutto questo è merito del suo genio, in quanto il salto di qualità esistenziale è compiuto, ci tiene moltissimo a farsi chiamare dottore, benché col diploma da perito tecnico si sia  conclusa la sua carriera scolastica. 
Comunque, basterà mezzo sorriso per mettere a tacere quell’impudente esclamazione, gli affari sono affari. Il volto si contrae, nello sguardo balena l’ombra della razionalità manageriale, la mano sul mento perplesso introduce il vero senso della nuova identità: siamo in fase di assessment. La Sua figura al momento è già ricoperta da 7 dipendenti; per un ottavo posto in tal senso dobbiamo attendere che lo richieda il ventaglio produttivo aziendale;ad ogni modo inseriremo il suo curriculum nel database e faremo in modo di tenerlo presente per ogni evenienza produttiva. = non ci interessi.

Ma nell’intento di corredare il tutto di pseudo-empatia e vantaggioso vittimismo, il Nostro concluderà nei termini che seguono: Mi rendo drammaticamente conto della Sua necessità di svolgere una mansione lavorativa retribuita, noi stessi siamo in crisi, si sa, il mercato è una jungla, e con tutte le imposte da versare allo stato la situazione si fa sempre più pressante. Non ho licenziato i 9 dipendenti in esubero perché hanno famiglia e per me conta più l’etica e l’umanità degli affari, mi creda, sembra un luogo comune ma chi mi conosce sa bene quanto per me sia fondamentale la dimensione umana dell’azienda. Lo sguardo è franco, ma chi lo ascolta ha sempre la stessa impressione: c’è un’ombra di burla dietro quel ciarlare eufemisticamente ricercato. Il margine tra realtà e rappresentazione, però, è troppo labile perché l’impressione diventi certezza. Qui risiede lo straordinario talento dell’imprenditore. Il mercato non c’entra, le strategie di vendita neanche. E’ tutto merito degli eufemismi e di quell’aria sarcastica intangibile che li accompagna. Chi ci parla, ha sempre il dubbio: ma dice sul serio, o è tutta una colossale presa per il fondelli?
E’ tale il furore dell’intepretazione, che senza difficoltà consegue l’obiettivo: ammansire l’interlocutore,  prevenirne la rabbia incutendo sentimenti di compassione del tutto irrazionali, perché l’interlocutore sa benissimo che quel tono da “morto di fame” poco si addice a un multimilionario con 50 persone al suo servizio. Nello slang di noantri si dice rigirare la frittata. Il gioco, come sempre, è fatto.

Congeda il tanto comprensivo ex compagno di classe alla porta, per tornare alla sua scrivania 2mx2m, iperlucida, priva di qualsiasi oggetto che ne giustifichi anche un po’ l’esistenza. Spicca per unicità un tagliacarte in oro massiccio, che ha tutta la valenza simbolica di un pugnale puntato sui dipendenti.

mercoledì 14 dicembre 2011

"Terroni"

Durante la lettura. Cenni in fieri.

Tendenzialmente qualunquista, almeno quanto i leghisti criticati. Ma il tema mi è caro, e spesso solo un approccio indulgentemente narrativo-emotivo avvicina le masse ai libri. Si spera che la reazione dei più non si fermi alla sterile opposizione al Nord, ma all'approfondimento degli spunti offerti dal libro presso altre fonti, direzione autocoscienza storica. 
Con questo genere di libri, facilmente dicotomici, banalmente oppositivi, di solito sono molto cattiva. Ma glielo perdono, perché - non nascondo - provo una specie di rabbia irrazionale per la subalternità coatta del meridione e il senso di inferiorità che provano i meridionali, per l'emigrazione di massa e per le lezioni di civiltà che giungono non richieste ogni giorno da molti settentrionali. Il libro asseconda e fomenta la mia rabbia, e se non avessi le cautele dello spirito critico cadrei in preda a un facile antisettentrionalismo.


La verità è che la ricchezza del Nord - Pino Aprile o non Pino Aprile - ha geneticamente molto a che fare con l'arretratezza del Sud. Proprio come avviene su scala mondiale con tutti i sud del pianeta. Proprio come avviene con gli immigrati pagati miseramente per 14 ore al giorno - e pure presi a calci - nascosti dietro il Made in Italy. Su queste e altre contraddizioni si basa la ricchezza parziale e parassitaria di alcuni. 
Il paradosso consiste nello scacco ideologico. Nel riuscire contestualmente a far credere al Sud, agli immigrati, a tutte le cosiddette categorie (rese) deboli, di essere loro il problema. Con tutto il corredo discriminatorio a livello di autorappresentazione e di immaginario collettivo.
Al di là delle mie inutili opinioni, la qualità del libro richiama vagamente le riviste di cui l'autore è stato direttore (Gente, ecc). I meccanismi “argomentativi” proposti infatti ricordano quelli dei grandi rotocalchi italiani che raccolgono nel singolo numero le struggenti storie di disabili, i miracoli di Padre Pio, le chiappe di qualche velina da sottoscala con annessa intervista "ora ho trovato me stessa" e un mazzo di carte napoletane in omaggio. Ciononostante, il libro funziona proprio per questo. In pochi leggono libri di storia, ancor meno ricostruzioni storiche diverse dalla storia mainstream, come dire, dunque per avvicinare i più al problema non si può che far leva su una certa dose di superficialità argomentativa combinata agli strumenti persuasivi dell'emozione. E poiché si tratta di un tema del tutto assente - se non per distorsione - nei media e nel dibattito pubblico, in questo caso il sacrificio della qualità per la quantità trovo che non sia del tutto da buttare.
(Tra parentesi, non dubito sulla verità di moltissimi dati terrificanti che l’autore si limita a raccogliere da altre fonti e riproporre. Dubito semplicemente delle modalità espositive, specie in alcune parti).

martedì 13 dicembre 2011

La legge universale dell'amicizia farlocca

Ho osservato, ho rintracciato una regolarità, ora, non me ne vogliano gli scienziati, ma formulo la mia legge universale dell'amicizia farlocca
Uno dei più strani e ricorrenti paradossi relazionali consiste in queste due regole non dette, dalla forza coercitiva stringente:
1. Dirsi la verità solo nei casi in cui ciò sia possibile in modo da non urtare le proprie suscettibilità, il buon costume, il proprio narcisismo. In modo, cioè, da non dire verità alcuna, dal momento che ogni verità può essere interpretata in qualsiasi modo, basta volerlo e il gioco è fatto.
2. Telefonarsi, cercarsi, ammiccare, approvarsi con perversa e inamovibile costanza, scimmiottare la vera amicizia – da sostituire con zelo con una specie di affettata reverenza reciproca continua, priva di ogni giustificazione apparente.
Di qui la formula: - v + f = s2.
[- verità + falsità = solitudine al quadrato]
E' una formula paradossale, perché il motivo per cui tutto questo esiste è legato all'impellenza di evitare di restarci male. Ma come spesso avviene, l'antidoto preventivo  genera proprio ciò che vorrebbe evitare. Il risultato è un mondo di gente che quando sta fra gli altri si mette una specie di patina addosso; e la verità si privatizza nell'angolo della propria solitaria stanza.
Privatizzazione della verità, pubblicizzazione della menzogna.
Molte relazioni sociali – una percentuale schiacciante – si fondano su queste due regole non dette. La parodia dell’amicizia alla quale esse danno luogo ha a che fare con la paura per una cosa che i greci chiamavano a-letheia, verità - il “non nascosto”. Nascondersi reciprocamente la verità, questo è il primo requisito della parodia dell’amicizia spacciata per amicizia.
Ricordo un dibattito in cui x diceva “io non vorrei mai che un amico mi dicesse che mi sono comportata da stronza nella situazione y!” e io “non vorresti che te lo dicesse anche se lo pensasse?”, x “no, neanche per sogno! Mi offenderebbe, non dovrebbe dirmelo assolutamente”; insisto “ma, scusa, che senso ha, se lo pensa e non te lo dice, comunque lo pensa, che senso ha far finta che non lo pensi? Ma soprattutto, se di amico si tratta, che senso avrebbe offendersi?”; x: “no no, non se ne parla”.
Niente. Fu l’unica occasione in cui mi capitò di concettualizzare apertamente e in modo condiviso il paradosso di cui sopra, con i diretti interessati.
Ciò trova costante conferma. Siamo amici nel senso che ci sorridiamo, ci offriamo il caffè, facciamo qualche simpatica chiacchierata insieme, condividiamo dei gusti e delle esperienze comuni ecc ma l’amicizia si ferma qui. Importantissimo è schiacciarsi continuamente l'occhiolino. L'intesa non deve mai venire meno, neanche per un secondo. Il nostro relazionarci deve trasudare indefessamente approvazione, metaforiche pacche sulle spalle, lo spirito del team inteso come performance, come prestazione relazionale. C'è qualcosa di burocratico in questo concetto di amicizia.
Stanti queste le basi di tale relazione, è possibilissimo dunque, che questo rapporto fermandosi qui, dia luogo a qualcosa comunemente noto come “malizia”. L’amico osserva l’altro amico, con distacco e piglio critico, si dice mmm guarda un po’ che manie di protagonismo ha. Oppure mmm mi ha fatto questo regalo perché vuole qualcosa in cambio. E via tacendo.
Nessuno dice che tutte le amicizie debbano essere il top della relazione fondata sulla verità. Cioè, io lo direi, ma guardandomi intorno sembra un'utopia. Quello che mi preoccupa è che questa parodia coincida sempre più con l’unico tipo di relazione informale generalmente ammesso. Dietro questi comportamenti e annesse convinzioni, sta l’insopprimibile certezza che altri tipi di amicizia non si diano. Non esistano. Dalla descrizione alla norma il passo è breve. "Non esistono, non ne ho mai conosciute, dunque non devono esistere". Ergo, ogni tentativo di proporlo viene represso. E in ciò ci si applica costantemente.
L'errore è mio
Quando i parametri relazionali che mi si offrono corrispondono al quadro delineato, la repulsione è imminente, e mi blocco. Tu mi chiedi falsità, tu cerchi l'intesa a prescindere, io mi blocco. Non posso darti quello che mi chiedi, spiacente.
Prima di prendermela, ancora una volta, con il mondo che non va come dovrebbe andare, seguirò il consiglio di Decartes, il prima cambia te stesso. Focalizziamo. Il mio errore è dare per scontato che tutti debbano intendere l'amicizia come la intendeva Aristotele nei confronti di Platone. Notoriamente, nel libro I dell'Etica Nicomachea, Aristotele si appresta a criticare il suo caro amico Platone:

"Forse è meglio fare oggetto d’indagine il bene universale e discutere a fondo quale significato abbia, anche se tale ricerca è sgradevole per il fatto che sono amici nostri gli uomini che hanno introdotto la dottrina delle Idee. Ma si può certamente ritenere più opportuno, anzi doveroso, almeno per la salvaguardia della verità, lasciar perdere i sentimenti personali, soprattutto quando si è filosofi: infatti, pur essendoci cari entrambi, è sacro dovere onorare di più la verità".

Non ho mai potuto concepire la filosofia come un compartimento stagno dell’esistenza; per me, come tutte le altre scienze, è vita, dunque sono naturalmente portata a confondere quello che studio, leggo, penso con la vita di tutti i giorni. L'amore per la verità è il grande insegnamento che si trae, fra l'altro, dallo studio. Contro i principi di autorità, contro i nascondimenti graditi al potere; non è un feticismo, è uno sguardo sulla realtà, una tensione (o tendenza?). La società alienata - eh lo so, espressione anacronistica, ma proprio per questo qui è la benvenuta - promuove invece le scissioni: promuove la separazione, la settorializzazione; la filosofia si studia sui libri, la vita altra cosa. 
(Il magistrato Giglio può in virtù di tale separazione, criticare con amarezza la 'ndrangheta ai microfoni, per poi incontrare il temibile boss Lampada a cui soffiare le informazioni istituzionali. La lezione del diritto, ogni principio etico, sono altra cosa dalla vita. Favole VS bruta realtà. A questo servono i convegni, per citare Lamberti Castronuovo).
Comunque, i personalismi sono l'incaglio. Quando la verità viene interpretata e attaccata scivolando sul personale. Ma come disse Aristotele, la verità è altra cosa, dobbiamo metterci da parte per farle spazio! E ciò non deve intaccare la nostra relazione, semmai nutrirla.
L'errore non è mio
Le persone oggetto di questa dissertaziuone la prendono sul personale, mentre io volevo "salvaguardare la verità" (voce fuori campo: ma chi tte credi di essere, a Donchisciotte denoantri).
La gente è sospettosa, ha le narici invase di fregatura, ha disprezzo a prescindere. L’autodifesa, la paura della sola, si insinua subdola nelle menti che non si concedono la libertà di abbassare la guardia. Il timore si trasforma presto in disprezzo. All'erta a prescindere, sempre. 
Naaa, Io. Non mi fido
E' atto di autostima, di ritrovato orgoglio, di chi la sa lunga, di come vanno le cose, eh devi mangiarne cous cous, tu. Il non-mi-fido è liberatorio proprio nell'atto stesso in cui è repressivo. Perché libera dalla responsabilità di ripensare ogni relazione nel suo contesto e nella sua specificità, libera dallo sforzo di dover ogni volta trovare una chiave interpretativa nuova. Ma reprime la spontaneità della relazione, dunque la relazione stessa.
Anche quando il movente è il disinteresse - nel senso, un interesse non particolaristico -, esso è delegittimato sul nascere, non concependolo preventivamente come possibile. Il disinteresse reca in fronte il marchio del sospetto. 
A prescindere è una parola chiave. E' la generalizzazione qualunquista e preventiva, griglia interpretativa assoluta e indiscriminata della realtà. I fatti, le azioni, i pensieri supposti altrui, esistono solo in quanto possono essere incanalati nella griglia. Chi, cosa non corrisponde allo schema, semplicemente non esiste. Nel senso che non è possibile. Questa operazioncina delegittima totalitaristicamente tutto ciò che non le si sovrappone semplicemente.
Tutto ciò è claustrofobico.
Dicono che devi essere te stesso; mi raccomando, è fondamentale, sii te stesso. Poi sono me stessa, e niente, non va bene. Ogni mio atto e ogni mia parola è interpretato in chiave malignoide. 
Non puoi dire la verità! Se la dici mi offendo, ti isolo, sei sospetta! La verità - quale essa sia, compresa la semplice verità fattuale, o la verità del proprio sincero e disinteressato punto vista, non già una qualche verità ontologica - col suo stesso esistere fa crollare l'impalcatura dell'ammiccamento di gruppo spacciato per amicizia. 
La gente vuole essere presa in giro. E su questo bluff generalizzato, di cui si auspica la connivenza universale, viene edificato il concetto stesso di relazione.
I modi
Nei modi qualche volta certamente sbaglio. Diceva un attore, e che tte lo devo di', cor sottofondo musicale? Confesso di simpatizzare con questa scuola di pensiero; ad ogni modo, riconosco ai modi una certa importanza. La gentilezza non è solo forma è anche e soprattutto sostanza. Quando è solo forma non è gentilezza ma è semplicemente maniera.
Difetti espositivi
Da quanto detto emerge quasi un'immagine di piccola fiammiferaia, vittima dei cattivoni, lei, così buona. In primo luogo, non è la bontà a spingermi verso la verità, ma la verità stessa. I riferimenti personali tuttavia, anche qui, non si esauriscono mai veramente nel personale. Quello che mi accade è spunto di riflessioni generali - benché corra il rischio di generalizzare il particolare.
Sbocchi
Tutto questo dà luogo al “dispettuccio” già apertamente analizzato in alcuni vecchi post. La battuta obliqua, che non si relaziona frontalmente all’altro, alla pari come dire, è il modo migliore per evitare la verità, ma al contempo trovare una specie di soddisfazione nel pronunciarne la propria versione per se stessi. Per capire la battuta obliqua bisogna essere esercitati in quest’arte della menzogna raffinata. Purtroppo mi mancano i rudimenti. Mi piace il confronto alla pari, con gli stessi mezzi. Potrei usare anch’io lo stesso mezzo, è che non ci riesco. Per questo sono un'idiota
Mi sembra una fatica inutile. E anche un po’ cattiva. 
Visto, non ci sono sbocchi. Meno male che qualcuno si salva; meno male che la legge non è tecnicamente del tutto universale.

domenica 20 novembre 2011

Gli insospettati limiti del boicottaggio


Se in questa città volessimo praticare coerentemente il boicottaggio per protestare contro la mafia (ammesso e non concesso che servirebbe) sarebbe un gran problema. 
Che lo shopping possa contare su pochi rivenditori “non autorizzati” lo sapevamo. Ma adesso la questione si fa più radicale. Ora dovremmo boicottare anche le strade lastricate dalla Multiservizi, la sua segnaletica stradale, l’illuminazione pubblica, il cimitero, quei pochi parchi rimasti. Il Parco Caserta, dove la gente cerca una redenzione sportiva, insieme al sudore degli iscritti esala mafia. La Perla dello Stretto, ex-abituale ripiego domenicale delle famiglie e delle coppiette, sembra nascondere in quella conchiglia tutt’altra perla. Ogni scampagnata fuori porta è un involontario itinerario nelle tappe della ‘ndrangheta. Il comune stesso naturalmente, la regione, sono conniventi...per dire solo le ultime.
Per boicottare la ‘ndrangheta dovremmo semplicemente barricarci in casa.

Nella non parola


*i primi versi preannunciati. 

Cerco
l'impossibile del linguaggio
lo stremo del fonema
il verbo liminare
lo strapiombo del dire

l'indicibile
affogato in un altrove

Nel buio del covo preverbale
ho perso le sillabe
le ho viste cadere
lente, folli
in verticale
dritte nel precipizio del parlare
e gli occhi spalancati di silenzio
Ho poi forzato
i recinti dei suoni
sfondato le porte blindate
dell’ostile
antico tacere

Ora non resta
che balbuzie nella testa –
un singhiozzo informe
da articolare

un cieco andare
ricurvo, a tastoni
immobile ai denti
nascosto dalla coltre
del dire normale

Neanche l’urlo può giustificare
questo ottuso
afasico arrancare
- Quale mutismo
può violarlo
quale ordinario dire
può significarlo -

Ho solo lacrime
afone
che piangono pensieri di vetro
- le ho raccolte
al cucchiaio del buio
e nascoste nello scrigno segreto
goffo arrotolato
del non detto

Vita capovolta
Vita zitta
Vita senza

Persa
Nei verbi bugiardi

Le parole
Le ferite
- che luogo assurdo
ha il suono ovattato
di un labiale onirico

domenica 13 novembre 2011

Piazze che contano

Chi ci governa oggi? Che si mangia stasera? Che tempo farà domani?

Sì, sono contenta, ma temo che ci sia un problema oscurato dall'euforia generale. Che Berlusconi prima o poi sarebbe finito lo si sapeva - senonaltro per questioni biologiche. Quello che speravo era che se ne andasse preso a calci dalla democrazia, per così dire. Invece se ora possiamo stappare le bottiglie di champagne davanti al Quirinale è “grazie” alla stessa entità informe che il 15 ottobre ce le ha fatte rompere: il mercato. La vera sfiducia è stata votata a Piazza Affari. Altro che Piazza San Giovanni.
Tutto ciò è deprimente. La gente invece si rallegra perché, del tutto accidentalmente, le cose sono andate per il verso che sperava. Non vede la realtà: non vede che, comunque, abbiamo assistito a dinamiche tra poteri forti nelle quali la gente non conta nulla. Quanto sta accadendo è il trionfo del fatalismo. Un colpo di fortuna (eh, si vedrà: tutto ciò che ha reso possibile Berlusconi non se n'è mica andato con lui), solo questo poteva levarcelo di torno? Se l'entourage avesse avuto garantiti poltrone e favori a oltranza, e non lo avesse "tradito"? Ricordiamocelo, pensiamoci, che le dimissioni non sono arrivate per il magico riaffiorare della democrazia, ma per qualcosa che ha molto a che fare con il suo opposto.

martedì 25 ottobre 2011

Zeitgeist, lavoro


In epoca di progressiva terziarizzazione dell'economia, parlare di potere operaio nel vecchio gergo sembra privo di senso. La condizione è cambiata, sta cambiando. La grande massa proletaria concentrata nelle fabbriche dell'Italia ricca è oggi, così spesso, per strada a reclamare il reingresso nell'azienda fallita. Nel centro-nord grosse imprese chiudono, come a catena, e i pluriennali dipendenti sono smarriti. Da ciò non si può certo concludere che l’industria sia in corso di dissoluzione – ma certo, in Italia, se la crisi economica si abbatte sui lavoratori è anche perché le imprese ne sono direttamente coinvolte; benché spesso ciò diventi un alibi per la perpetrazione dell'ingiustizia sociale.
Al contempo, la dose di rilevanza economica del settore industriale in Italia lascia progressivamente il passo al terziario, per diffondersi potentemente – con tutte le ricadute concorrenziali – nei paesi a basso costo di manodopera, l'Asia, l'Europa dell'Est. 
A questi due fattori, la crisi economica e la parallela terziarizzazione dell'economia, deve aggiungersene un terzo: la progressiva de-regolazione del lavoro.
Se all'inizio della seconda metà del '900 si poteva assistere a un crescendo di rivendicazioni operaie e di conflitti sociali, sfociati lentamente in una progressiva negoziazione fra le classi sociali "opposte" - imprenditore/operai e sindacati - oggi la vecchia realtà, di centinaia di lavoratori chiusi in una fabbrica ad acquisire comune coscienza dello sfruttamento, si è trasformata nell'articolazione sempre più complessa delle situazioni lavorative, relegate all'ambito individuale che solo per la parola magica "precariato" può presagire una specie di base comune. Ma di fatto frammentaria, sparpagliata, priva di autorappresentazioni codificate.
Tutto ciò che è stato conquistato appena 60 anni fa, viene eroso senza la plateale evidenza delle deroghe, ma con la dimessa, scaltra e articolatissima operazione legislativa, promossa dall'Europa e raccolta senza esitazioni dalla politica nazionale, della flessibilizzazione del lavoro. 
Il contratto atipico entra nella forma mentis di tutti, l'immaginario dell'azienda non contempla forme contrattuali diverse se non in forma eccezionale. I diritti costano, e il contratto atipico permette di aggirarli col beneplacito delle leggi. Lo stesso aspirante lavoratore, considera sempre più la sua "atipicità" come condizione normale. Succede così che le ferie diventino una gentile concessione del padrone, ovviamente non scontata; che alla maternità competa lo stesso trattamento delle ferie; che la pensione somigli sempre più a un grosso, fumoso punto interrogativo; che l'arbitrio del datore di lavoro spadroneggi con il conforto della legittimazione nazionale.
Un esercito di stagisti incarna il grande bluff degli ultimi decenni. Col pretesto della formazione, le aziende sopravvivono alle spalle di giovani illusi che poi vada meglio; praticamente gratis e senza diritto alcuno. E si badi a controllare l'insofferenza, che non è difficile sostituire uno stagista irritato con uno stagista volenteroso - tanto, in tempi di crisi, non mancano mica. 
Le aziende appaiono alla grande popolazione precaria come facce deformi, con lo sguardo beffardo e un sorriso cattivo: posso fare di te ciò che voglio. Tanto la legge me lo permette.
Si tratta di una regressione che gode del plauso di tutti, tranne che, naturalmente, delle "vittime" - uniche noiose oppositrici di un sistema che conviene a tutti. Tutti, tranne quelli che dovrebbero concretamente beneficiarne: la maggioranza della popolazione.

Dal 1995 in poi, data del Pacchetto Treu, nulla ha più fermato questa corsa alla de-regolazione: un riportare indietro, come scrive Luciano Gallino ne "Il lavoro non è una merce"[Laterza, 2007], le lancette dell'orologio della storia del lavoro. Tutto è ora da riconquistare. I vecchi teorici della liberazione degli oppressi appaiono consumati, le loro categorie possono solo in parte e talora solo forzatamente applicarsi alla situazione presente.  C'è la sempre rinnovata insofferenza per il gergo "comunista", punto di riferimento, appena mezzo secolo fa, per le rivendicazioni dei lavoratori. 
Le Brigate Rosse si sono dissolte (non è del tutto detto), a mio avviso non solo per il capillare controllo poliziesco che di fatto, con centinaia di arresti nel tempo, le ha smantellate; ma anche perché è venuta a mancare col tempo la base per utilizzare quel gergo e quell'ideologia.
Oggi, se vogliamo, la realtà sociale e economica è più complessa; la dialettica sociale non ha più i soli due protagonisti tematizzati dalla lotta armata - il padrone borghese, l'operaio sfruttato -, adesso manca la possibilità per la "classe sfruttata" di costituirsi come blocco unico, forte, con la valenza rappresentativa di una massa. E manca anche un’autocoscienza codificata, la sensazione di appartenere tutti a uno stesso “gruppo d’interesse”.
Gli ultimi brigatisti, quelli che Giorgio Bocca ha definito promotori di una "parodia delle BR degli anni '70-'80" per fare gli attentati prendevano il permesso dal lavoro. Parasanitari, impiegati. Non più o solo in parte "operai". Eppure gli ultimi obiettivi costituivano un segnale contro la precarizzazione del lavoro.
(Non legittimiamo il terrorismo. Lo inquadriamo in un contesto politico. I consensi delle BR nei primi anni '70 raggiungevano le 300mila persone. Tutto ciò non può essere liquidato ai margini dell'antistato. Occorrono valutazioni lucide, riconoscere loro l'impatto politico che di fatto hanno avuto).
L'involuzione, il "reflusso" politico degli anni '80, del progressivo individualizzarsi delle "pratiche politiche" ormai ridotte a pochi veterani e volenterosi, è un processo parallelo alla disgregazione delle forme sociali precedenti e alla precarizzazione del lavoro.
Le ideologie perdono consensi (non quella capitalistica, sempre attuale, per il quale semplice esistenza e propaganda di se stessa coincidono), tutto è "vecchio" e la gente accetta il sistema di vita borghese - persino minacciato dalla de-regolazione del lavoro:  l'impiegato che per trent'anni svolge lo stesso impiego, mette su casa e famiglia, e vive della pensione gli ultimi anni, lascia progressivamente il posto al giovane disorientato, spesso amareggiato, che non ha il tempo per fare politica - che alla politica non "crede" più - troppo occupato, di volta in volta, a combattere fra graduatorie, colloqui di lavoro, mestieri malpagati e la frustrazione di procrastinare una "vita tranquilla", la chimerica regolarità della vita borghese, prima disprezzata ora ambìta.
La stessa de-regolazione impedisce l'autocoscienza collettiva: come fare gruppo, se il contratto scade dopo 1, 3, 6 mesi, e i colleghi saranno sempre nuovi, con essi i contesti e il terreno di lotta? Nulla più della deregolazione del lavoro impedisce che la stessa rivendicazione assuma forme coerenti e incisive.
Le energie fisiche e mentali sono del tutto assorbite da questo aggrapparsi con le unghie alla possibilità di un "futuro normale". La de-regolazione erode le basi per la partecipazione politica, ampliando il terreno dell'indignazione, della frustrazione, dell'insofferenza che fa presto a mutarsi in disfattismo.
I più continuano ad essere addomesticati. La televisione, la stessa ICT, arma a doppio taglio, le imbarazzanti percentuali di lettori in Italia completano il quadro. 
Il degrado può entrare indisturbato in parlamento: lo specchio dell'Italia. 
Alla fine, la furbizia subentra nella gerarchia di preferenza delle virtù. Lui ce l'ha fatta, dice qualcuno pensando a Berlusconi nei termini, ammirati, di un nouveau Robinson Crousoe. Si allarga la legittimazione morale della truffa, dell'imbroglio, del parassitismo mentre si erode - c'è mai stata? - la coscienza sociale e civile.

Serve un canale coerente, propositivo, consapevole per l'indignazione. Troppo è cambiato. Ci vogliono nuove categorie descrittive, nuove griglie di lettura, nuovi riferimenti. Data la debolezza dei partiti che potrebbero promuovere l'alternativa, quale può essere, oggi, il punto di riferimento della rivendicazione? Sembra che il 15 ottobre degli indignati, nel suo carattere disarticolato e vario sia l'unico esito possibile, oggi, dello smarrimento. Lo sfascio, pallido residuo, solo parzialmente negli intenti, delle contestazioni dei seventies, nella sua disarticolazione riflette la confusione politica e sociale. Il comunismo, allora, era, a prescindere dai contenuti, propositivo. Ora, delle contestazioni non ci resta che questo: il no, la negazione. Quando, come, un salto di qualità? E' urgente porsi questa domanda.