Appunti di Storia moderna

sabato 3 ottobre 2015

Note sul morire

Definitivamente abbandonato ogni proposito di leggerezza: buongiorno. 

Ricordo che quando ho letto di Simone De Beauvoir, che da ragazza soffriva di terribili crisi al sol pensiero della morte, ho provato immediata comprensione ed empatia: in fondo, talvolta capita anche a me, di restare letteralmente atterrita dall'idea della morte.
Il fatto stesso che cioè io o le persone a cui voglio bene o chiunque altro possa essere cancellato in un attimo dall'esistenza mi provoca un grande turbamento, resto come una bambina a fissare un punto incredula: sembra evidente che la morte non può toccarmi, la morte è sempre degli altri, degli altri che sono lontani, non fa parte del mio mondo...Quando poi la morte irrompe nel tuo quotidiano, allora quella narrazione confortante lascia il posto allo sgomento, all'afasia, a una specie ideale di mancanza di ossigeno. La pura e semplice assenza di ciò che prima c'era, pensava, parlava, respirava, toccava ed era toccato, il puro e semplice venir meno del vivente, mi sconvolge, davvero mi sconvolge. Mi capita di ripensare anche a semplici conoscenti che sono morti. Mi ricordo di quando si muovevano, di quando ci salutavamo, parlavamo, osservavo la loro specificità, quell'essere loro e nessun altro, quello che potremmo chiamare la loro atmosfera (ogni persona ha un'atmosfera tutta sua che a me piace sempre riconoscere), rievoco quel ricordo come per convincermi che effettivamente, è vero che ciò che vive può morire. Perché è come se sotto sotto non ci credessi del tutto: come se non potesse essere. Ho sempre in serbo il sospetto che sia tutto uno scherzo. Certo un affare di altri.

Dicevo, quel che mi sconvolge è la pura e semplice assenza perché appunto ciò che ha di terrificante la morte è che semplicemente toglie le persone, non è che le faccia essere in un modo brutto o diverso per cui tu devi confrontarti con questo fatto presente, quello è piuttosto il caso della malattia, la morte è invece intrinsecamente negativa, non la tocchi, afferisce al regno del "non è": è un tolto, un venir meno di per sé intangibile. Con la morte diciamo così non puoi stabilirci un rapporto, a differenza della malattia. Le strade sono uguali, il calendario non cambia, le persone continuano ad essere come prima, tutto mantiene il colore di prima, gli uccelli continuano a migrare e le stagioni ad avvicendarsi, i festival della letteratura proseguiranno e i giornali continueranno a uscire puntuali, eppure non c'è quella persona, tutto prosegue mentre un segno meno virtualmente aleggia fra le cose ordinarie, quella persona tu non la vedi più perché semplicemente non c'è: non è detto che la faccenda debba essere notata. Questo gigantesco mancante, questo macigno di assenza è la morte. Neanche il fatto che quella persona, che riempiva uno spazio ed ingombrava il cuore di qualcuno, sia venuta meno intacca l'ordinario: l'ordinario, quella cosa inesorabile e potente. 

Poi guardi le foto della persona morta e pensi, respirava, il suo cuore funzionava, c'era. Cosa si spegne esattamente quando una persona muore? Non funziona un organo, tutto va in tilt, ok ma ... cosa si "spegne"? 

Di recente è morta una persona che avevo fra gli amici di facebook, ho ritrovato dei suoi "mi piace", li ho trovati terribili da comprendere. Come comprendere un gesto così banale che rimane, di qualcuno che non c'è più? Che cos'è? Non è più nulla? Cosa è diventato quel gesto? 

E tu questo non glielo puoi dire. All'inizio, appena morto, ti sembra che sia un po' più vicino, che è come se la cosa fosse rivedibile, come se si potesse tornare a negoziare sul fatto avvenuto, come se i fatti fossero emendabili: tutti lo ricordano, tutti lo piangono, la persona è nei pensieri degli altri, ha quest'esistenza condivisa nei pensieri delle persone, a suo modo c'è ancora nelle parole e nei sentimenti di tutti; quella persona la mattina si era svegliata aveva fatto colazione si era accesa una sigaretta, la sera era stesa in obitorio con la pelle fredda di ghiaccio. Neanche il tempo di una giornata, nello scarto di poche ore, che inesorabili scorrono e indifferenti, si è alzato vivo per arrivare alla sera morto. Che cosa significa questo? Come comprendere questo? 

Difficile pensare fino in fondo il pensiero che, davvero, non esisterà mai più. Una volta morto, è stato tolto per sempre. Non si torna indietro. La terribile irreversibilità della morte. E' il peggiore "non si torna indietro" che ci sia dato di conoscere. Quello che hai fatto, resta quello che hai fatto e come gli altri ti hanno visto, non puoi aggiungere più nulla. Il passato diventa assoluto, ti fissa in un'immagine implacabile sulla quale non puoi più intervenire: che ti rappresenterà in terra finché sarai ricordato. 

Poi tirano fuori quella storia di Epicuro, ok, però quelle pur sagge parole non tolgono il fatto della morte, esse si focalizzano sul momento del morire. Non mi restituiscono il problema generale dell'avere una fine, quello che in filosofia si chiama col nome dall'aria aridamente logica di finitezza. Potrò anche non accorgermi di venire meno. Ma dalla consapevolezza di dover finire, questo pensiero non potrà togliermi...

L'incidente. E se quella mattina fosse andato a comprare le sigarette anziché fare quella strada? E se gli avessi telefonato, se lo avessi in qualunque modo trattenuto un momento di più lontano dall'auto così salvandogli la vita, magari parlandogli di una sciocchezza? E se un contrattempo, uno stupido, qualunque contrattempo gli avesse impedito di finire su quel fottutissimo incrocio? E' il carpe diem assurdamente retroattivo dei vivi, questo condizionale infinito del sopravvissuto. La dimensione divorante dell'"e se fosse" che logora gli ancora vivi, che dovranno imparare la dimensione del senza. Sarebbe ancora vivo e noi non ce ne saremmo neanche accorti, noi, che ci diamo sempre reciprocamente per scontati, noi che ci serve un'illusione di immortalità per fare le nostre piccole operazioni, le nostre faccende ogni giorno. Se pensassimo troppo alla morte, cadremmo in depressione, non agiremmo, moriremmo del pensiero di morire. Di qui la paradossale, vitale importanza dell'oblio. Bisogna saper dimenticare per sopravvivere.

Si era cena, a un certo punto qualcuno dice: è morto x. Silenzio tombale. Cosa è successo, un disorientamento, tante domande, una morsa sembra afferrarci, ma poi interviene puntuale qualcuno che si incarica, finalmente, di dire: via, cambiamo argomento. Bisogna cambiare argomento. Qualcuno deve farsi garante, tutore e rappresentante dell'istinto di sopravvivenza dei presenti. La consapevolezza è che se si affronta il problema fino in fondo, in tutta la sua abissale schiettezza (le persone muoiono, quella persona è morta: capito?), non resta che il nulla, un pozzo nero di nonsense infinito, lo smarrimento assoluto: solo pensieri regressivi, Thanatos. Pensare fino in fondo la morte è come lasciarsi andare dentro una spirale trascinante verso un punto zero del senso. Per questo, occorre cambiare argomento. Per il bene di tutti!

L'esperienza della perdita. Non solo di persone, ma di tutto. Convivere con un senza che era importante. Per Freud: per sopravvivere bisogna installarlo, incorporarlo dentro di sé. Solo allora il lutto diventa tollerabile. La perdita fa parte della vita, crescere significa non già imparare a perdere, ma imparare che si perde. (Materia per un altro post: una filosofia del perdere).

Dal punto di vista del morto. E se potesse vedere quello che succede? E se, comunque, ci fosse? Sarebbe bellissimo. R. mi diceva: cercavo un suo segnale, l'ho aspettato non è arrivato nulla. Nessun segnale amici: non arriva nessun segnale. 

La morte è però qualcosa di così poco poetico. La morte è dannatamente banale. On/off. Tutto con una spiegazione. La morte rientra a pieno titolo nello stesso nesso causale che prima rende possibile la vita e un attimo dopo la toglie. C'è una ragione fisica, una consequenzialità logica. Possiamo spiegarla. Eppure, la sensazione è di arbitrarietà assoluta. La morte è spaventosamente logica e al contempo quanto di più arbitrario. 

Valerio Magrelli inizia il suo Geologia di un padre con l'immagine delle carni del padre finite sotterra, col becchino che rimesta in quei residuati di materia umana in via di sparizione. La storia che c'è dietro quel mucchio di ossa, il padre: ciò che mi ha reso possibile, è ora qualcosa di simile al nulla, materia della materia, inanimato allo stesso titolo degli oggetti. Esso prende forma nelle pagine successive come qualcosa di vivente, coi suoi guizzi, i suoi vezzi specifici, il suo profilo tutto personale, le sue idiosincrasie (come diventava furioso, furioso in certe occasioni!). Mucchio d'ossa e pelle sfilacciata. Cattivo odore. Decomposizione. Assimilazione finale alla terra madre. Fossilizzazione del già stato.

La clessidra è qui vicina e scorre. La peggiore deadline: fai in fretta, il tempo scade. (Mostrando del terriccio scomposto): guarda, ecco cosa diventerai. 

E dopo? April, in Revolutionary Road, non resta che uno sciatto argomento di conversazione per coppie annoiate in serate qualunque. La sua vita, quello che lei è stata, una pura ipotesi, qualcosa di virtuale, ormai  piegabile all'infinito alle interpretazioni. La morte è un macigno di assenza per chi la incrocia da vicino, è pettegolezzo per altri. Fa parte del paesaggio. E' la routinizzazione della morte. 

Con alcuni amici davanti a un vino rosso, si finisce per toccare quest'argomento. Un'amica, con un pizzico di compiacimento, dice di aver accettato la morte del padre abbastanza tranquillamente. C'è tanta gente che la morte non è un problema. Già, perché fare tante questioni? Si nasce, si cresce, si muore. 

La morte: la grande assente alle feste, nelle notti d'amore, nei sorrisi bellissimi nella bellezza, nei centri commerciali, nei programmi elettorali. 

Quando morì P. ne furono tutti sconvolti - si era suicidato, a 26 anni ed era un bellissimo ragazzo, con dei sorrisoni che ancora ricordo -, si cominciò a fare delle riunioni di quartiere, si disse, dobbiamo parlare, non è possibile che un ragazzo muoia così, dobbiamo combattere questa solitudine, incontrarci...si percepiva una sincerità che veniva dallo sgomento, un bisogno di agire che partiva diretto dall'indisponibilità ad accettare un fatto così assurdo, di cui ci si sentiva tutti responsabili. Quelle riunioni progressivamente si diradarono, e oggi P. cosa è diventato, dopo quasi 8 anni cosa resta di lui? Le foto, il ricordo di sua madre e di chi gli ha voluto bene, ma la cruda realtà è che moriranno anche loro e non resterà più niente. La morte è l'assurdo. Per qualcuno (Albert Camus) è da qui che parte la rivolta.
Nel suicidio il problema della morte si acuisce perché nel suicidio l'intrinseca ingiustizia del morire (che certo qualcuno potrebbe estendere persino al nascere) viene tolta all'arbitrarietà del caso, al corso naturale e ineluttabile delle cose, per farsi scelta deliberata. Paradossalmente il suicidio rientra nel complesso della nostra soggettività morale, è una forma di autodeterminazione. Ciò che rende una comunità forse più sgomenta. Com'è stato possibile? La solitudine divorante del suicidato continua ad aleggiare come un fantasma, forse come un monito nei pensieri, negli incubi degli ancora vivi. 

Nel film Class Enemy, si cerca di resistere al nonsense risucchiante della morte resistendo anzitutto alla sua routinizzazione. Non si può riprendere a fare lezione normalmente dopo che la compagna di classe è morta, bisogna impedirlo. Tutta la vicenda ruota intorno a questo bisogno di impedire la restaurazione del precedente corso di cose. Si avverte il bisogno di mettere in discussione un ordine per resistere al nonsenso. Un gioco di accuse, di colpe, di riflessioni circolari, di disperata resistenza al nonsenso viene a crearsi nella comunità scolastica che da un giorno all'altro si vede quel banco vuoto schiaffarglisi davanti con l'aria enigmatica e intollerabile di un punto interrogativo infinito. Chiunque tenti di ripristinare la normalità viene attaccato, percepito come insensibile e ingiusto, va fermato. Routinizzare la morte significa perdere la cognizione della sua intrinseca ingiustizia, la morte e il morto vanno commemorati, ricordati, bisogna fermarsi interrompere l'ordine, occorre resistere alla nientificazione incontrandosi, parlando, condividendo i propri sentimenti. 

Resistere alla morte: Eros e Thanatos. Straordinaria l'immagine di Freud. Essi sono i giganti, la vita è la loro lotta. 

La foto del piccolo siriano ha aperto un grande dibattito: era o non era opportuno pubblicarla? Il timore è quello, che queste assurde morti politiche vengano routinizzate, che cioè subentri un'assuefazione che rende tutto accettabile, anche la morte di un bambino inerme per i motivi più ingiusti del mondo. Più precisamente, che ci renda insensibili: il timore è che la morte non ci susciti più alcun sentimento, che si diventi indifferenti: straordinario meccanismo di difesa, come a dire, che quella è la vera morte, l'indifferenza alla morte, specie se causata da altri esseri umani. 

Misurare il tasso di accettabilità della morte nello spirito del tempo. Ci sono contesti in cui la soglia di accettabilità si alza: i migranti in mare, una bambina esplosa in Nigeria, gli altri olocausti. 

(PS: rifiuto la monopolizzazione heideggeriana dell'argomento. Heidegger non c'entra, grazie).

4 commenti:

  1. Quando passeggio o aspetto il treno o l'autobus osservo le persone. Un pensiero che mi sorprende ancora, è quando realizzo che ogni singola persona è un universo di complessità, di storie e di profondità. Quella persona che normalmente classificheremo come "il tizio che ha gettato la cartaccia a terra" è il proprio centro di una rete di relazioni con altre persone e con l'ambiente, il mondo; racchiude diversi scaffali di libri di storie personali. In sostanza è molto più profondo e radicato nel mondo, di quanto non ci appare a prima vista. Forse è proprio questo che della morte sconvolge: quanto viene tolto dall'esistente, nel momento in cui una persone smette di vivere.
    Nel soggettivo, siamo abituati ad avere relazioni con molti esseri viventi, i nostri pensieri e le azioni si estendono su di loro, e come in un feedback, i nostri stessi pensieri ed azioni sono conseguenze di ciò che sono loro, di cosa fanno o del semplice essere presenti e percepibili. Diventano come un'estensione di noi stessi e nel momento in cui vengono a mancare, sentiamo una sensazione come di amputazione. Fino a quando l'abitudine della loro presenza è forte, ci capiterà spesso di agire e pensare come se essi ci fossero, per scoprire poi, con sconforto, che l'azione ed il pensiero che facciamo non arriva alle conseguenze che ci siamo abituati ad aspettare. Si ha quindi una sensazione che potrebbe essere simile a quella dell'"arto fantasma", nei casi di persone amputate.

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    1. Bellissimo, mi sembra un'ottima similitudine.

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  2. L'insensibilità alla morte e anche insesibilità alla vita, ma è anche vero che ogni cosa è destinata a scomparire. Anch'io se penso al giorno in cui le persone che amo verranno a mancare sento il fiato venire meno, però se penso al momento della mia ora la cosa che più mi spaventa non è il cessare di esistere, ma l'accorgermi, in un attimo di lucidità estremo, di avere sprecato tempo, di essermi adagiato e di aver vissuto la vita di riflesso. Ecco, penso che la morte serva a questo, a ricordarci della nostra finitezza per cercare di vivere nel modo che ci è più consono (cosa in cui fallisco/falliamo e forse è per questo che la fine ci spaventa).

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