Appunti di Storia moderna

sabato 30 maggio 2009

Opinionite

E dello scriver fasullo

Quando mi affaccio in questa landa provo un fastidio particolare, ultimamente.
Trovo così stupido intasare questo spazio inconsistente di opinioni in quantità industriale. Come se vomitandole qui possa cavarne chi sa quale redenzione.
La stessa sensazione provo visitando le altrui lande. Ognuno si crede il centro dell'universo, reputa le proprie opinioni della massima importanza, la propria piccola esistenza come qualcosa di fondamentale e degno del massimo interesse.
E la tacita ricerca del plauso, poi questa è particolarmente aberrante. Non tanto per il desiderio di piacere in sé, quanto per il fatto che questo desiderio corrompe la sincerità disinteressata della scrittura. Quello che doveva essere un diario, così, diventa il tempio (autoeretto) del narcisismo particolaristico più mediocre. Pare quasi che si sia interiorizzato e si replichi a livello individuale il meccanismo dell'- ormai universale - "seguimi-ti-prego" , meglio noto col nome di audience. Solo che, in questo caso, lo scopo non è speculativo, ma puramente autoreferenziale.
(Scrivere per essere letti, ah, vecchia questione. Giusto o non giusto che sia, in ogni caso si mente).
Infine avverto, come da dietro il sipario, qualcuno sibilare sghignazzando: "lascia che scrivano, dà loro l'impressione di essere liberi, ahahah!".Dovremmo viaggiare, e studiare, che so, il sistema solare, la biologia, per rammentarci a dovere delle nostre effettive dimensioni. (Ormai anche la filosofia mi pare così fastidiosamente uomo-centrica). Caccole vanitose, e chiacchierone, siamo.
(Anche e soprattutto nella vita reale, eh).

Ma siccome non mi sono ancora disincrostata (o forse non ho nessuna voglia di farlo?) provo già la tentazione di espellere un'altra - impellente - opinione...

mercoledì 27 maggio 2009

Masochismo

Si sente spaesata. Stranita. Heimatlos, senza casa.
Ha la netta sensazione che ciò scaturisca dai suoi contatti coi media.
Prova qualcosa che non riesce pienamente a verbalizzare, qualcosa di indistinto che si profonde pervasivamente provocando reazioni psicofisiche diverse, tutte accomunate da una sensazione di soffocamento.
Confusione. Ansia. Solitudine. Smarrimento. Frustrazione. Balbuzie mentale. Immobilismo. Angoscia. Regressione.

Assiste ad un accavallarsi scostante e disordinato, a tratti delirante, di parole e immagini. Un deliberato caos che lascia ritmicamente spazio a un altro caos, fatto di nuovo di seduzione e adulazione a scopo di lucro. E un proliferare incessante di notizie. Notizie, notizie, notizie. Tutto all'insegna dell'inaggirabile principio dell'"è successo".
(I mezzi di diffusione agiscono come martelli puntati ossessivamente sulle teste di tutti).
Ne esce stordita, ma, soprattutto, assuefatta.
Non riesce più a provare emozioni di fronte all'ennesimo uccide il figlio prima di togliersi la vita o dello scontatissimo Berlusconi ha fatto . L'anno scorso sentir solo parlare del Lodo Alfano la faceva star male. Oggi ne apprende le evoluzioni con un fastidio che non prende le forme della rabbia ma del rifiuto e del disgusto. La sua capacità emotiva e morale di reagire sdegnandosi è calata miseramente, mentre la consapevolezza di ciò è motivo di ulteriore sconforto.

Qui di seguito una definizione di assuefazione :
"una condizione di diminuita sensibilità a una sostanza che si ingenera come conseguenza della sua assunzione. L'assuefazione può essere dimostrata in due modi: mostrando che una dose predeterminata di una sostanza sortisce un effetto minore in seguito alla sua assunzione, oppure che per ottenere lo stesso effetto di prima occorre una dose superiore della medesima sostanza. In pratica, ciò significa che questa tolleranza rappresenta uno spostamento verso destra della curva che descrive la relazione dose-risposta" (J. Pinel, Psicobiologia, 2007, pag. 435).

In pratica, ha bisogno di una dose maggiore di martellamento mediatico per sperimentarne gli effetti.
E' a un passo, cioè, dal masochismo.
Pensa: non è forse questo che si vuole da me, da tutti noi?

lunedì 18 maggio 2009

Il dono

Dall'aforisma n. 21 di "Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa" di Theodor W. Adorno:

Non si accettano cambi.
Gli uomini disapprendono l'arte del dono. C'è qualcosa di assurdo e di incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, come se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone. In compenso si esercita la charity , la beneficenza amministrata, che tampona programmaticamente le ferite visibili della società. Nel suo esercizio organizzato l'impulso umano non ha più il minimo posto: anzi la donazione è necessariamente congiunta all'umiliazione, attraverso la distribuzione, il calcolo esatto dei bisogni, in cui il beneficato viene trattato come un oggetto. Anche il dono privato è sceso al livello di una funzione sociale, a cui si destina una certa somma del proprio bilancio, e che si adempie di mala voglia, con una scettica valutazione dell'altro e con la minor fatica possibile.
La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala ciò che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti (...). Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi qualcosa in cambio. Rispetto all'imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all'altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono. (...)

giovedì 14 maggio 2009

Dati incoraggianti

I prodighi dispensatori di notizie comunicano al confuso fagocitatore di fatti - noialtri - che in Italia si legge di più : un promettente quarantaquattropercento sarebbe fedele lettore di non si capisce cosa. In effetti, è possibile leggere anche l'etichetta dello shampoo, del bagnoschiuma o settimanali gossippari d'ogni sorta, per non parlare dei cartelli pubblicitari o dei libri di Totti. Oh, sempre lettura è.

Chissà perché i vari ministeri, gli opinionisti e i conduttori televisivi, mostrano tanto compiacimento di fronte a questi dati incoraggianti, se nel sistema di cui sono parte si affannano con una costanza disarmante a neutralizzare sotto ogni forma il pensiero, la cosiddetta cultura, lo spirito critico (primo dono dei libri)? Piuttosto, sarebbero più coerenti a mostrare del disappunto, "tornate a guardare la televisione e a imbottirvi di pubblicità, a sognare di entrare nel mondo dello spettacolo e a imitare il modello di personalità vincente in questo mondo, alienatevi, scolpite il vostro corpo al pomeriggio e alla mattina servite la burocrazia; imparate a fregare gli altri senza perdere tempo con inutili e improduttive riflessioni sulla morale e sull'estetica o che". Davvero, non capisco.

lunedì 11 maggio 2009

Donna m'apparve - Recensione

Oggi è uscita la mia recensione del testo a cura di Nicla Vassallo "Donna m'apparve" sul sito www.recensionifilosofiche.it , la ripropongo qui:

Il libro rappresenta una risposta filosofica a più voci a stereotipi e modelli culturali che storicamente hanno espropriato le donne della loro soggettività, perpetrati attraverso il senso comune, i paradigmi scientifici e filosofici e il linguaggio stesso.
Partendo da tre prospettive tematiche (l’io, il rapporto con gli altri, il rapporto col mondo) il libro segue due esigenze teoriche di fondo: da una parte, la critica all'essenzialismo attraverso la promozione di un ‘pluralismo femminile’ rispettoso delle singole identità delle donne; dall'altra, il bisogno di sconfessare tutti quei clichés normativi che vorrebbero intrappolare le donne nella donna.
Diviso in sette capitoli scritti da autrici diverse, con un prologo e un epilogo di Nicla Vassallo, il testo si caratterizza per una struttura che rende giustizia ai concetti rivendicati: pluralismo e rispetto delle individualità.

Nella ricchezza degli spunti, è possibile rintracciare alcuni nuclei tematici essenziali.
Irrazionali. "Dato che in termini aristotelici a distinguere gli animali umani (ovvero gli esseri umani) dagli animali non umani è proprio la razionalità, ne segue banalmente e rischiosamente che, se sono irrazionali, le donne non sono esseri umani" (pag. 9): la rappresentazione sancita da Aristotele in campo filosofico sarà destinata a percorrere la storia della filosofia per i successivi millenni. La donna, emotiva, irretita nella natura, nella soggettività e nell’irrazionale, meriterebbe così un’estromissione dal sapere cui Vassallo attribuisce i caratteri della violenza: epistemologica, là dove le esclude come oggetti di conoscenza, epistemica, quando nega loro lo status di soggetti conoscenti (pag. 12).
Come osserva la curatrice nel Prologo, queste opinioni consolidate hanno la stessa consistenza filosofica di superstizioni e credenze, entrambe noti esempi di irrazionalità: curiosamente, la stessa caratteristica che si voleva attribuire alle donne. Ma “nel tentativo di rimediare, sarebbe erroneo rinunciare al concetto di razionalità” (pag. 8) che porterebbe di nuovo a un irretimento nell’irrazionale, dunque si rivela più proficuo mettere in discussione l’idea di razionalità che la storia della filosofia ci ha consegnato, liberandola dalla sua astrattezza. È quanto ciascun capitolo a suo modo si propone di fare, individuando nella necessità di riportare il pensiero alla concretezza un valido antidoto contro le persistenti rappresentazioni essenzialiste sulle donne.
Diffidenti verso tutto quanto non corrispondesse al loro modello di ragione, i filosofi hanno ricondotto l'empatia nella sfera dei sentimenti, fatta coincidere col femminile, sottodeterminandola indebitamente (mentre la razionalità, la cultura, la politica sarebbero appannaggio degli uomini). Al contrario, osserva Laura Boella, si tratta di un’idea "molto superficiale”(pag. 64): come mostra la fenomenologia, l’empatia “non è per definizione ‘buona’ (...) il suo esito può essere la prossimità, ma anche l'estraneità" (ivi), poiché "empatizzare non significa assimilare l'altro/a a sé o immedesimarsi in lui/lei, bensì attribuirgli/le un'esperienza autonoma e distinta" (pag. 54). Queste componenti liberano l’empatia dall'ambito del sentimento, rivelandone l’importanza non solo sul piano relazionale, ma anche sul piano cognitivo dell'autocoscienza, specie nell’accessibilità del diverso cui apre la possibilità con l'ausilio di quella capacità di superare i confini della percezione che è l'immaginazione, in uno "sperimentare se stessi al di là dei propri confini" (pag. 62), che è in definitiva il modo migliore per sottrarsi agli stereotipi e a rappresentazioni fuorvianti dell'altro, quindi anche della donna.

Natura. Il concetto di natura riveste un ruolo chiave nella riflessione critica delle autrici, consapevoli che l'operazione tradizionale di presentare come naturale ciò che ha una genesi culturale, porta a conferire i caratteri di ineluttabilità e necessità a dei modelli di donna che riconoscere come culturali renderebbe suscettibili di una messa in discussione. Parlare di natura, infatti, equivale a parlare di destino, della necessità irrevocabile che contraddistingue i fenomeni naturali dal mondo umano, morale, libero e aperto alla scelta, che pertiene all'uomo. Non a caso Francesca Rigotti conclude con un invito a pensare contro natura il suo capitolo sui rapporti tra maternità e filosofia. È infatti nel concetto di maternità che la parola ‘natura’ rivela un valore chiave: la natura in senso biologico, intesa come quell'insieme di caratteristiche fisiche che distinguono i sessi. La storia segnata dall'androcentrismo ha trasformato le caratteristiche riproduttive delle donne nelle loro caratteristiche essenziali, dando luogo a quella ingiustificabile equazione tra donna e madre che la distinzione tra “sesso” e “genere” introdotta dal femminismo ha contribuito a sfatare.

Madri: sul “partorire figli e idee”. È vero che "chi fa la scienza non fa figli" (pag. 122)? Come noto, l'alternativa ha sempre solo riguardato le donne, mai gli uomini. Ma, invita a pensare Rigotti, si tratta necessariamente di un aut-aut? Se la filosofia così come venne dipinta da Seneca o Platone, e come l’etimo della parola ‘astrazione’ suggerisce, è un'attività per uomini liberi da svolgersi in un tempo dilatato e senza interruzioni, al di sopra del ‘concreto’, come può conciliarsi con la cura di figli bisognosi di costanti attenzioni e completamente dipendenti? “Per fortuna la filosofia non corrisponde per natura o essenza a tale definizione"; "come non c'è una ‘natura umana’ e tanto meno una ‘natura della donna’, non c'è nemmeno una ‘natura della filosofia’, qualcosa che la filosofia sia ad aeterno e una volta per sempre" (pag. 43).
Muovendo dall'ipotesi di un parallelismo tra forme di vita e forme di conoscenza, Rigotti rintraccia nelle proposte teoriche di Sara Ruddick una linea interpretativa capace di fare della maternità uno ‘stile di pensiero’ adottabile anche da chi madre non è. L’amore e l’attenzione - intesa "come metodo di comprensione delle cose, da guardare appunto con intensità e attenzione finché non ne zampilli la luce" (pag. 38) - ne sarebbero i cardini, dal momento che l’esperienza (reale o immaginata) della maternità costituirebbe una fonte di particolari stimoli cognitivi; il rischio di una deriva essenzialista viene però scongiurato: “importante non è quello che le madri sono bensì quello che le madri fanno” (pag. 35).

Diversità. Come osserva Eva Cantarella nel primo capitolo, la storia ha costantemente rappresentato le donne in termini di diversità corporea, mentale, caratteriale, che ha fatto presto a tradursi in inferiorità ("la sola ragione che potevano possedere era la métis, l'intelligenza astuta, diversa e inferiore", (pag. 23)). Questa è stata rappresentata dalla mitologia greca ancor prima che i filosofi la consacrassero alla storia in forma teorica, rintracciando nella figura di Pandora non solo l’origine dell’infelicità umana ma anche l’inizio del genere femminile. In seguito, molti filosofi hanno accostato spregiativamente le donne al mondo animale, scorgendo in esse la sola funzione biologica della riproduzione sebbene mai dimentichi di attribuire all’uomo il ‘vero’ potere della generazione. L’effetto più immediato di ciò è stato, fra gli altri, quello del controllo della sessualità della donna all’interno di una polis che riflette nello spartiacque pubblico e privato le differenze tra uomini e donne, in quel contesto consegnate irrevocabilmente all’istituto del matrimonio e al rispetto della monogamia, in una subordinazione all'uomo ormai sancita dalla legge. Da allora, il concetto di diversità femminile conoscerà un primo riscatto solo col femminismo, quando “la teorizzazione della differenza non è stata più tradotta inesorabilmente in svalutazione del femminile” (pag. 23).

Relazioni. Costante nelle filosofie femministe è il tentativo di riscattare la corporeità e le relazioni umane dall'oblio di una storia della filosofia tradizionalmente votata all'astrattezza e al solipsismo del soggetto morale. È quanto discute nel quarto capitolo Claudia Mancina, proponendo una panoramica degli ultimi sviluppi della filosofia morale che hanno visto contrapporsi l'etica femminista alla teoria della giustizia rawlsiana intorno ai concetti di "esperienza, relazione, responsabilità, cura" (pag. 67). Pur condividendo col comunitarismo la critica all’atomismo del soggetto di Rawls, le analogie col femminismo non vanno oltre perché esso non comprende nel concetto di relazione i rapporti affettivi, che l’etica femminista ha mostrato essere così importanti nella costituzione del senso morale del singolo. In questo si evidenzia l'eredità della dicotomia tradizionale fra pubblico e privato che i comunitaristi omettono di criticare, e anzi confermano: essa ha portato per secoli a sottodeterminare l'ambito del privato, fatto di relazioni affettive e di cure ritenute meramente ‘naturali’, quasi che non rivestissero alcun ruolo nella genesi della moralità del soggetto. È dunque possibile rivalutare la corporeità da un punto di vista epistemologico e morale riconoscendo che "un corpo non è pura biologia, ma un campo di interazione di forze culturali e sociali" (pag. 72), ed è a partire da ciò che è possibile divincolare la procreazione dalla sua pretesa naturalità per riconoscervi la valenza morale e umana che invero possiede. Di qui la proposta di una ‘teoria relazionale dell'io’ (per certi versi analoga a quella proposta da Botti, 2007), critica verso l'astrattezza e l'individualismo nella filosofia, a favore di una moralità più situata, critica verso il concetto di "autonomia come indipendenza" (pag. 81). La riconosciuta valenza morale di quello che tradizionalmente veniva definito il ‘privato’ emerge in particolare nella questione dell'aborto: la donna, lungi dal rapportarsi al suo feto in nome di un'etica universalistica o di un qualche principio razionale, opera un autentico processo di ponderazione in relazione al suo contesto affettivo e personale, che sfocia in una scelta che ha tutte le caratteristiche della scelta morale.

Linguaggio e potere. Riflettere sul nesso tra linguaggio e potere maschile rappresenta un momento di ricognizione fondamentale per le femministe, che nelle loro analisi hanno svelato la falsa neutralità con cui le parole depositano le asimmetrie di genere. Quanto agli usi linguistici, Claudia Bianchi presenta criticamente le diverse posizioni che si sono distinte sul tema nell'ultimo secolo: il modello del deficit, per il quale le donne parlerebbero un linguaggio inferiore e deficitario rispetto a quello degli uomini; il modello del dominio, secondo cui il linguaggio è una manifestazione del potere patriarcale, tanto pervasivo da impedire l'articolazione di "immagini alternative del mondo" (pag. 91); il modello della differenza, che vede i due sessi caratterizzati da "aspettative discorsive diverse" (pag. 92), quindi da stili di conversazione diversi, quello femminile cooperativo e paritario, quello maschile gerarchico e competitivo; il modello dinamico, che rifiuta la facile opposizione tra identità maschile e identità femminile, e teorizza una intrinseca mutevolezza dell'identità di genere, pensando al linguaggio nella sua "dimensione performativa, di azione e non di semplice espressione" (pag. 94), in virtù del fatto che "il genere non è qualcosa che possediamo, ma qualcosa che facciamo" (pag. 94).
Soltanto un'integrazione tra i modelli può portare a ovviare ai limiti di ciascuno, come evidenzia l'autrice, che conclude: "gli stereotipi sono il punto di partenza di molti lavori su linguaggio e genere, anche di quelli che si propongono di refutarli" (pag. 98) tanto da realizzare una "sostanziale conferma degli stereotipi" (ivi); ne risulta significativamente che "enfatizzare le differenze può essere allora una reazione alla paura di vedere destabilizzate le identità di genere" (pagg. 98-99).

Donne e scienza. L'oggettività è quel requisito ritenuto indispensabile per praticare la scienza, teso ad espungere dalla ricerca qualsiasi elemento che potrebbe contaminarla, comportando una radicale omissione degli interessi, del contesto storico-culturale, dei valori morali, della propria soggettività per rapportarsi impersonalmente alla realtà. Per questo motivo, osserva Alessandra Tanesini, sembrerebbe quasi incompatibile col femminismo, portatore di interessi e valori particolari. Tuttavia è possibile sciogliere la contraddizione formulando un nuovo concetto di oggettività, consapevoli che il suo significato è cambiato nei secoli, quindi forse "è possibile pensare che il modo contemporaneo di concepire questa nozione non sia necessario" (pag. 104), di conseguenza anche le relative concezioni femministe potrebbero sostituire il modello vigente. Il femminismo, attraverso la figura di Haraway, ha visto nell’oggettività un'‘illusione’ capace di generare una pretesa "di onniscienza e infallibilità" tale da rendere "il soggetto cieco di fronte ai propri pregiudizi" (pag. 108), poiché la conoscenza è parziale - nel doppio senso di incompleta e non imparziale - e credere il contrario può portare a una falsa coscienza nello scienziato. Si apre allora la possibilità di ripensare l'oggettività, rivalutando i cosiddetti "vantaggi della parzialità" (pag. 112): riprendendo un'idea marxiana, si può sostenere che gli individui di classi sociali svantaggiate vedano meglio gli aspetti oppressivi del sistema e siano privilegiati dal punto di vista epistemologico rispetto alle classi avvantaggiate. Pur nell'imperfezione della proposta, resta importante avanzare dei modelli alternativi al modello dominante di oggettività che benché si presenti come "la forma suprema di neutralità è invece maschile" (pag. 112).

Sesso e genere. Prima di affrontare sul piano teoretico la questione del rapporto fra donne e scienza, le femministe vi si sono confrontate su un piano storico, focalizzando sui fattori che per secoli le hanno allontanate dai circoli scientifici costituiti da uomini che ne hanno sottovalutato o ostacolato le prestazioni, dando forma a una prassi fedele al luogo comune per cui le donne non sarebbero "brave in matematica". Sorge così un interrogativo: le donne in quanto donne fanno scienza in modo diverso dagli uomini? Per Garavaso, le basi concettuali che giustificherebbero tale "privilegio epistemico" (pag. 127) consisterebbero nella prospettiva essenzialista e nel determinismo biologico, entrambe insostenibili: in primo luogo, "nessuno è mai solo una donna o un uomo, ciascuno di noi vive molte identità" quindi l'essenzialismo, che pretende di spiegare le differenze presunte o reali tra i sessi, si rivela indebitamente semplificatorio, poiché, come afferma Vassallo nell'Epilogo, "ci costringe ad appellarci ad un'oscura entità, la donna, entro cui costringere a ogni costo le tante differenze tra donne e varietà di donne, per sconfessarle o addirittura cancellarle"(pag. 142); mentre il determinismo biologico, per il quale sarebbe il sesso a determinare nelle donne delle caratteristiche cognitive diverse, non riesce a spiegare le così tante ‘eccezioni’ di donne che hanno contribuito significativamente al progresso scientifico e culturale. Di qui la nozione di genere, per Garavaso "il prodotto più importante dell'elaborazione teorica femminista" (pag. 124) poiché vede "un processo di indottrinamento culturale" là dove la tradizione ha visto un determinismo biologico. Come suggerisce Vassallo, se si finisce col vedere nel sesso un fattore determinante nella definizione dei tratti cognitivi e comportamentali, "si finisce con il dover cedere anche alla tesi razzista secondo cui le razze sentono, pensano e conoscono in modo differente" (pag. 138), quindi alla tesi classista, alla tesi eterosessista e via dicendo."In fondo, la donna non è che pura apparenza, una finzione al servizio dell'androcentrismo (...), uno strumento normativo utile per costringere gli esseri umani a comportarsi in determinati modi, per legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre" (pag. 142).

lunedì 4 maggio 2009

Sul potere dei genitori

Pur non sapendolo, i genitori fanno molti torti ai loro figli.

Propongo alcuni stralci del famoso libro di Alice Miller Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé : un libro che mi è parso profondo, inquietante, riduttivo, giusto e ingiusto, parziale e obiettivo, allo stesso tempo. Non m'importa stabilire il valore argomentativo del testo, né aderire a una presunta scuola milleriana o ad una qualche scuola di opposto orientamento, semplicemente riflettere a partire da alcuni spunti che l'autrice propone.

La rimozione delle sofferenze infantili non soltanto influisce sulla vita dell'individuo, ma determina anche i tabù della società.

Le esperienze traumatiche di ogni bambino rimangono avvolte nell'oscurità; e sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva.

Non sempre siamo così colpevoli come ci sentiamo, ma d'altro lato non siamo neppure così innocenti come ci piacerebbe credere.

Si può ricordare ciò che si è vissuto in modo cosciente, ma il mondo affettivo di un bambino leso nella sua integrità è già frutto di una selezione in cui è stato eliminato l'essenziale.

L'autonomia vera presuppone l'esperienza della dipendenza.

E viceversa, esistono persone molto dotate che soffrono di gravi depressioni. Come mai? Perché si è liberi dalla depressione quando l'autostima si radica nell'autenticità dei propri sentimenti e non nel possesso di determinate qualità.

(...) tragica illusione secondo cui l'ammirazione equivarrebbe all'amore.

Il bambino non ha difensori. Com'è ingiusta questa situazione in cui un bambino sta di fronte a due adulti, estremamente più forti di lui, come davanti a un muro!

(...) anch'essi dei bambini insicuri che avevano trovato finalmente un essere più debole di loro con il quale sentirsi forti. (...) Il bambino si sentirà umiliato e disprezzato per non aver saputo distinguere (...) e alla prima occasione trasmetterà quei sentimenti a un bambino più piccolo di lui.

La soppressione della libertà e la costrizione all'adattamento non hanno inizio in ufficio, in fabbrica o nel partito, bensì già nelle prime settimane di vita.

Il loro comportamento riproduce l'atmosfera che creavano i loro genitori e di cui essi non si erano mai resi conto.

Poiché osano conoscere chi ha meritato il loro odio, si possono trovare a loro agio nella realtà, senza essere vittime della cecità del bambino maltrattato che deve risparmiare i suoi genitori e necessita perciò di capri espiatori. Il futuro della democrazia dipende da questo passo(...).

I genitori si vendicano inconsciamente sul bambino delle umiliazioni da essi patite. Nei suoi occhi curiosi viene loro incontro il passato di mortificazioni da cui sono costretti a difendersi col potere che hanno adesso conquistato. Con tutta la buona volontà, non possiamo liberarci dai modelli che abbiamo appreso in tenera età dai nostri genitori.

In molte società le bambine subiscono ulteriori discriminazioni in quanto femmine. Ma poiché come donne eserciteranno un potere sul neonato e sul lattante, faranno ricadere sul bambino, sin dalla più tenera età, il disprezzo che hanno subito. L'uomo adulto idealizzerà poi sua madre, perché nessuno accetta facilmente l'idea di non essere stato veramente amato; in compenso disprezzerà le altre donne, vendicandosi di lei su di loro. E queste, le donne umiliate, adulte, non avranno a loro volta molte altre occasioni di scaricare il loro fardello oltre a quelle offerte dal loro figlio. Qui tutto può accadere in segreto e restare impunito; il bambino non lo racconta a nessuno, se non forse, in seguito, in una perversione o in una nevrosi ossessiva, il cui linguaggio, comunque, è abbastanza cifrato da non tradire la madre.

Ciò che l'adulto combina con la psiche di suo figlio, riguarda lui soltanto; egli la tratta come una proprietà privata (...). Finché non ci sensibilizzeremo alle sofferenze dei bambini piccoli, nessuno presterà attenzione al potere esercitato dall'adulto, nessuno lo prenderà sul serio, ed esso verrà minimizzato, perché in fondo "sono soltanto bambini". Bambini che però tra vent'anni saranno adulti e faranno pagare tutto questo ai loro figli. Potranno pure impegnarsi, sul piano cosciente, contro la crudeltà "nel mondo", ma nello stesso tempo infliggerla inconsciamente a chi è loro vicino, perché porteranno in loro stessi una conoscenza della crudeltà, cui non sapranno più accedere, una conoscenza che rimarrà celata dietro l'idealizzazione di un'infanzia felice (...).

Si badi che l'autrice col termine "crudeltà" non fa riferimento (solo) ai casi ilimite, ai maltrattamenti manifesti, come la violenza e l'abuso, ma anche e forse soprattutto alla più semplice quotidianità del rapporto madre/padre-figlio/a.
Ci sono molti punti in sospeso, secondo me discutibili e imperfetti*, ma trovo che il testo sia bello per un motivo in particolare: riesce a rappresentare la per certi versi tragica disparità di potere tra i genitori e i figli, e quanto essa sia capace di orientare e condizionare l'intera vita. Il fatto apparentemente marginale di essere amati incondizionatamente, per quello che si è e non per quello che si fa, diventa una chiave d'accesso alla comprensione del "dramma del bambino dotato". Si tratta del bambino talentuoso costretto a sviluppare un falso Sé per rimuovere quella consistente parte di se stesso che i genitori mostrano di non amare. La minaccia di perdere quell'amore, il timore a essa connesso, segnerebbe l'inizio di una vita destinata all'alienazione e alla depressione, perché vissuta da un Sé inautentico e scisso.

(Il guaio è che, io, questo libro non so se leggerlo con occhi di madre o di figlia).

*Ad esempio, trovo che Miller parli del "dramma" solo in termini individuali, senza riconoscere alla società il suo enorme potere; inoltre sembra che l'unica redenzione possibile scaturisca dal percorso psicoterapeutico, l'autrice sembra negare qualsiasi fonte altra di "salvezza", dato che tutto sarebbe un sostituto simbolico di quell'amore vero, completo e senza condizioni che non si è mai conosciuto nell'infanzia.