Appunti di Storia moderna

lunedì 30 maggio 2011

Appunti sul Capitale I

Credo che al di là di tutto il grande contributo di Marx consista nell’aver dato rigore teorico a un’idea straordinariamente semplice: la realtà si può cambiare. Marx è il più grande teorico del cambiamento. E il comunismo andrebbe considerato, come suggerisce il prof. Vinci, un’idea regolativa prima che una previsione con un certo grado di effettualità. E’ la tensione che va colta – laddove questa è generata dall'adozione di una nuova prospettiva.
Come sempre, forse, quello che importa di più è l’istanza di fondo di una teoria. Per questo trovo che l’involuzione accademica in senso puntigliosistico danneggi la filosofia. E’ vero che spesso il dettaglio cela l’essenziale, ma è bene al contempo che l’essenziale non venga sotterrato dall’eccessivo zelo della focalizzazione del dettaglio. L’analisi talora è una vivisezione di corpi morti. Anche se forse è dal suo obitorio che bisogna passare per giungere a una vera sintesi - e la sintesi di Marx risiede, probabilmente, nell’aver teorizzato questa fondamentale istanza.

martedì 10 maggio 2011

Grazie, Hegel

Delirio dialettico.
Vorrei ringraziare Hegel per aver contribuito a dissolvere la nube nera che da tempo avevo gettato sulla filosofia. Vedere quella vecchia passione fossilizzata, agonizzante nel mio pensiero era uno spettacolo deprimente. Intanto sono arrivata a confonderla con la sociologia, persino con la politica, o con la filologia. Avevo dimenticato i voli pindarici del pensiero - per capirci, il gusto libidinoso di addentrarsi nel fascinosamente-vertiginoso-mondo dell'Ontologia. Il prurito sopraggiunto nell'udire parole come essere, essenza, cosalità, sostanza, ecc ha ora - di colpo - lasciato il posto al vecchio arcinoto gusto del pensiero inutile. 
Tanto pragmatismo industriale finisce per corrompere l'animo più volatile - "le ali, mettile da parte, con l'arte e tutto il resto" - così ci indottrina a ogni passo la società. Ma quest'indottrinamento è insopportabile per chi vuole superare il raso terra.

Ai confini del linguaggio.

Scritto per filosofipercaso.splinder.com
Cerco -
l'impossibile del linguaggio
lo stremo del fonema
il verbo liminare
lo strapiombo del dire
l'indicibile
affogato in un altrove

 
Wilhelm von Humboldt sosteneva che le lingue sono come dei recinti posti attorno alle menti dei parlanti - offrendo così un’immagine chiave per pensare il linguaggio: il recinto, che da un lato è limite e chiusura, dall’altro consente di non perdersi grazie alla possibilità di un movimento sicuro al suo interno. Nel linguaggio – nel recinto – il caos delle rappresentazioni diventa qualcosa, i nomi sono la soluzione preventiva al disordine, ancore sicure che rendono possibile un aggancio di senso alla realtà – immensa miniera semantica su cui le parole hanno agito come straordinarie cesoie storiche.
Ancora, Humboldt riteneva che le lingue fossero “visioni del mondo”: si può vedere solo nel linguaggio, le lingue sono rappresentazioni oltre che insiemi di parole e regole sintattiche. La geniale definizione ci rimanda ad almeno due osservazioni: da un lato, vediamograzie al linguaggio (o solo nel linguaggio), dall’altro, il nostro vedere è particolare – e potrebbe essere diverso in ragione della particolarità della lingua.