Appunti di Storia moderna

lunedì 30 maggio 2011

Appunti sul Capitale I

Credo che al di là di tutto il grande contributo di Marx consista nell’aver dato rigore teorico a un’idea straordinariamente semplice: la realtà si può cambiare. Marx è il più grande teorico del cambiamento. E il comunismo andrebbe considerato, come suggerisce il prof. Vinci, un’idea regolativa prima che una previsione con un certo grado di effettualità. E’ la tensione che va colta – laddove questa è generata dall'adozione di una nuova prospettiva.
Come sempre, forse, quello che importa di più è l’istanza di fondo di una teoria. Per questo trovo che l’involuzione accademica in senso puntigliosistico danneggi la filosofia. E’ vero che spesso il dettaglio cela l’essenziale, ma è bene al contempo che l’essenziale non venga sotterrato dall’eccessivo zelo della focalizzazione del dettaglio. L’analisi talora è una vivisezione di corpi morti. Anche se forse è dal suo obitorio che bisogna passare per giungere a una vera sintesi - e la sintesi di Marx risiede, probabilmente, nell’aver teorizzato questa fondamentale istanza.
La differenza sostanziale fra i vari approcci alla politica consiste, in fondo, nella risposta – delle due possibili – che si prospetta per questa domanda: il cambiamento è possibile? Marx risponde: sì. E nel farlo deve decostruire preliminarmente un’idea dura a morire, radicata nelle coscienze della gente e nelle teorie degli economisti classici: l’idea che le condizioni economiche e sociali odierne sono eterne, naturali, definitive. Più volte ho dovuto fare i conti, nei miei piccoli percorsi di riflessione, con il concetto pericoloso di natura quando viene inteso in senso ideologicamente strumentale, senza che di ciò ci si renda conto. Dimenticare la radice storica della realtà significa eternarla. Se, ad esempio, la storia ha fatto delle donne delle mogli e madri e nulla più, è possibile cancellare ogni meccanismo storico di potere che presiede a costumi e rappresentazioni semplicemente sancendone la naturalità. Ma cosa è la natura? Tra un albero di limone e una donna che passa la vita tra le mura domestiche c’è uno scarto: al primo manca la storia. E la storia è un succedersi di cambiamenti non prevedibili alla stregua della stagione di fioritura dei limoni.
Il capitalismo non è naturale, è un modo di produzione e una realtà sociale che come è nata – prima difatti non c’era – è destinata a morire: Marx deve denaturalizzarlo e per questo l’analisi dell’attualità capitalistica deve passare da un’indagine genetica. Per teorizzare la possibilità e la necessità del cambiamento bisogna passare per la distruzione della convinzione della sua naturalità.
Trasferire questo paradigma in ogni ambito politico-sociale è necessario per non sacrificare, sul nascere, ogni forza emancipativa.

9 commenti:

  1. Sarà anche innaturale, il capitalismo. E forse proprio a questo deve la sua vitalità.
    Marx di certo non sapeva che sarebbe sopravvissuto fino ad oggi dimostrando capacità di mutare e di adattarsi ai nuovi cambiamenti/ambienti paragonabile solo alle capacità di un virus. Ed i virus fanno parte della natura delle cose.
    Ma la domanda che vorrei porti è un’altra e riguarda proprio il cambiamento. Al di là dei dettagli e della storia del comunismo, mi chiedevo quale fosse stata la vera forza ideale che rese possibile il cambiamento nel secolo scorso. Dopo i "Dieci giorni che fecero tremare il mondo" nulla fu più come prima, quell'idea dilagò e ci fu davvero la possibilità di cambiamento. Ma allo stesso modo, dopo poco più di un decennio, quell'idea di Marx fu messa da parte e la parola comunismo mantenne solo un valore formale, capace di incutere timore tra i potenti del pianeta ma privata di un valore centrale (qualcosa di più importante e dirompente della stessa parola “comunismo”) e dunque resa inoffensiva, incapace di portare cambiamenti. Si trattò di qualcosa che, sebbene fosse già esistita, entrò nella testa di tutti anche se per poco tempo. Ed attualmente è quasi totalmente perduta, nonostante le apparenze. Secondo te, qual era stata questa tensione ideale che sarebbe in grado di portare cambiamento tutt'oggi?

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  2. Pardon, nella fretta di scrivere ho dimenticato di firmarmi.
    P.s. Mi sono già posto questo tipo di domanda e ho dato una risposta che non pretendo sia corretta. Piuttosto ho colto l’occasione del tuo post perché mi interessa sapere se ci sono altre interpretazioni rispetto a ciò che ho considerato. Non rivelo ancora la risposta che mi sono dato proprio per non condizionare nessuno nella risposta, non per mettere alla prova.
    Spero possa essere uno spunto interessante
    Giorgio

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. E' una domanda difficilissima. Penso che per tentare una risposta ci si potrebbe impiegare le pagine di un libro. O di un'intera bibliografia...
    Per la prima volta qualcuno proponeva un mondo alternativo a quello esistente. E lo faceva con una teoria articolata - con un Capitale che inizia dalla cellula elementare merce per abbracciare i meccanismi più complessi. Si trattava non solo di un cambiamento formale di prospettiva - ma anche di un'analisi che nascondeva una proposta concreta. Forniva un linguaggio e un sistema di pensiero sui quali si pensava edificabile un'alternativa effettiva.
    Io penso che una tensione ideale al cambiamento oggi ci sia, ma venga indebolita sistematicamente dalle promesse di felicità che il capitalismo stesso fa. In soldoni, c'è frustrazione e infelicità sulle condizioni di vita - legate naturalmente al sistema produttivo, mercato del lavoro, ecc - ma il capitalismo si presenta ancora come naturale e la differenza è che a distanza di un secolo sotto i ponti è passata la disillusione "storica".
    Però al di là della disillusione e dell'esigenza - credo - di un linguaggio del cambiamento organico e riattualizzato, un sistema alternativo cioè nuovo; il punto a mio avviso è che le condizioni per il suo perpetramento a oltranza sono intrinseche al capitalismo stesso: il capitalismo scoraggia ogni tentativo di opposizione. E lo fa a monte. Un esempio fra tutti: l'impiegato indignato per certe storture della società. Ha lavorato 10 ore ed è stanco per pensare. Dunque si guarderà intorno e fruirà degli oggetti che il capitalismo gli offre. Le alternative all'insoddisfazione e alla voglia di cambiamento sono preconfezionate dal capitalismo stesso. La voglia di cambiamento sarà in particolare tradotta in desiderio di evasione e ricondotta alla categoria a cui il capitalismo ha già pensato di "intrattenimento", vacuo e leggero, soprattutto innocuo e integrato. L'impiegato esce dall'azienda ma rientra nel capitalismo a ogni passo.
    Come canalizzare il cambiamento in un contesto perpetrato da un uguale che si maschera? Credo che la differenza da allora risieda in questo. Il capitalismo era commercio e industria, non era la faccia con cui ogni oggetto ogni luogo e ogni aspetto della vita si presentava. Oggi è dappertutto - e la voglia di cambiare, se c'è, prende le forme dell'evasione religiosa, delle ferie istituzionalizzate, della trasgressione della crociera, tutte forme che riconfermano la forma principale fortificandola.
    Infine, secondo me - ma non ci ho neanche pensato molto - solo un collasso esagerato del capitalismo - in termini proprio economico-finanziari, potrebbe riesumare la voglia e la forza di credere al cambiamento. Una stanza luccicante, piena di merci variopinte e promesse di felicità, difficilmente sarà abbandonata senza una crisi.

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  5. So che era una domanda complicata e forse un po’ fastidiosa, ma era qualcosa su cui riflettevo già da qualche giorno e sono stato troppo tentato. Mi fa piacere leggerne una interpretazione come la tua ed ora arrivo a quella che avevo in testa.

    La prima cosa che mi viene in mente quando penso a Marx e alla Rivoluzione russa non è il comunismo ma l’internazionalismo, fondamento del comunismo stesso.
    Credo che era stata proprio quest’idea che rese il comunismo così forte e temuto negli anni iniziali della Rivoluzione. Se ci penso, all’inizio del Novecento, in un’epoca dalle forti connotazioni nazionali, razziali ed in cui il senso di appartenenza ad una singola nazione era talmente radicato fino ad essere quasi un dogma. E l’idea di qualcosa che potesse valicare e annullare ogni confine o gerarchia e che potesse riunire chiunque sotto una idea condivisa, terrorizzava letteralmente non solo gli uomini di potere, ma anche la gente comune. Neppure la Chiesa poteva definirsi internazionale perché sebbene fosse presente in tutti i continenti, aveva un unico capo e un centro preciso da cui emanava il suo potere. Invece essere internazionale voleva dire condividere un’idea che non aveva un centro geografico: all’inizio l’Unione Sovietica non aveva alcun interesse ad imporre il proprio statuto e la propria centralità geografica ai comunisti delle altre parti del mondo, riconoscendone le differenze culturali, sociali ed economiche.
    Come ho scritto nel post precedente, l’idea non era nuova. Anche l’ebraismo era internazionale perché valicava i confini del luogo di nascita e la stessa idea di Patria, perché gli ebrei non ne avevano. Prima di essere argentini o polacchi, gli ebrei erano ebrei e non credo sia stato un caso che fu proprio Marx ad elaborare l’idea di internazionalismo. Prima del Comunismo, l’ebraismo era già temuto e odiato dalla notte dei tempi, proprio perché per gli ebrei il senso di appartenenza a un luogo e il senso di sottomissione al potere diventava meno importante al confronto di un’idea condivisa. Il fatto stesso che il comunismo facesse paura al pari dell’ebraismo e venisse assimilato o confuso con esso, è ampiamente testimoniato dall’associazione delle parole “ebreo rosso”. E cosa avevano in comune gli ebrei e i rossi, se non il fatto di essere internazionali?

    Ora che scrivo, mi rendo conto della complessità di spiegare la risposta che avevo in mente e di quanto fosse semplice gestirla con un pensiero non lineare piuttosto che per iscritto, ma provo ad andare avanti.

    A differenza del neonato comunismo, il capitalismo non era ancora pronto per essere internazionale e la stessa Russia pre-Sovietica ne era testimone come moltissime economie di sussistenza in tutto il mondo. Come sappiamo quando Stalin prese il potere, chiuse ogni frontiera e impose il ruolo guida dell’URSS sui comunisti di tutto il mondo, annullando di fatto l’idea propulsiva del comunismo stesso. Dopo circa dieci anni dalla sua nascita, il comunismo non era più internazionale e paradossalmente il capitalismo si andava impossessando di ciò che aveva reso rivoluzionario il comunismo. Così crebbe e si sviluppò a tal punto che oggi l’unica cosa rimasta di internazionale sono le banche, le multinazionali e la pornografia.
    Giorgio

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  6. Sebbene molti e soprattutto i ggiovani attribuiscano con fiducia incrollabile un ruolo salvifico ed internazionale ad internet, io credo che sia semplicemente uno strumento che offre solo un servizio di rapidità nella divulgazione delle informazioni più che dei contenuti e che abbia più un ruolo nello sviluppo dell’individualismo che dell’internazionalismo. Come noi c’è tantissima gente che discute su questo medium ma nella realtà è in grado di fare poco o niente proprio perchè non hanno un reale senso di cosmopolitismo. Di fatto non ci fu bisogno di internet né della televisione perché a pochi giorni dalla Rivoluzione russa venissero creati i primi Soviet in Italia e in molti altri paesi lontani ed è stato dimostrato che il ruolo di internet è stato in realtà marginale nelle più recenti rivoluzioni arabe. Credo che sia più un discorso di velocità che di contenuto. I contenuti viaggiavano bene (e forse meglio) anche senza internet o la televisione e forse anche per questo essere internazionali cento anni fa era più possibile di oggi.
    Poi è chiaro che ci sono cose che preferisco dire che scrivere, quindi chiudo qui il commento riprendendo l’idea sull’Ebraismo. Citando George Steiner, neppure l’Ebraismo è più internazionale oggi perché adesso ha il suo centro geografico, ideale e di potere in Israele. “La ricchezza della cultura ebraica è tutta nella diaspora e nel suo spirito cosmopolita.” scriveva qualcuno. La provocazione e l’umorismo nero di Steiner sta nell’idea che il nazismo in realtà non riuscì a eliminare gli ebrei fisicamente, ma li rese inoffensivi dal punto di vista intellettuale e ideale. Difatti se non ci fosse stato il nazismo, non ci sarebbe stato neppure Israele e gli ebrei paradossalmente sarebbero rimasti forti.
    In ogni caso, un'alternativa al capitalismo credo possa essere una tensione ideale di tipo internazionale che sia in grado di rifiutarlo, anche solo in parte e con degli atti ben precisi. In questo modo, ed è stato già sperimentato nella storia, le crisi si creano, si provocano e non si attendono.
    Cosa è rimasto oggi di internazionale oltre al capitalismo? Cosa aveva realmente la possibilità di abbatterlo? Forse un movimento che ha vissuto un momento di diffusione globale neanche dieci anni fa ma che ora ha perso la sua forza.
    Forse ho scritto troppo, prometto che non lo faccio più.
    Giorgio

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  7. c'è un errore a inizio del primo post che correggo qui:
    "Se ci penso, all’inizio del Novecento, in un’epoca dalle forti connotazioni nazionali, razziali, sessuali ed in cui il senso di appartenenza ad una singola nazione era talmente radicato fino ad essere quasi un dogma, l’idea di qualcosa che potesse valicare e annullare ogni confine o gerarchia e che potesse riunire chiunque sotto una idea condivisa, terrorizzava letteralmente non solo gli uomini di potere, ma anche la gente comune."

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  8. Buongiorno.
    Ammirata dalle vostre considerazioni ho deciso di provare ad intervenire anch’io. Chiedo scusa per la mia incapacità di essere analitica come voi, sono solo una grande ignorante che si aggira fra i blog.

    Giorgio, io noto una contraddizione in quello che tu scrivi. Come scritto sopra, ammetto di essere profana e scarsamente pensatrice, per cui forse scriverò una schifezza, ma mi ci provo.
    Se dici che l’ebreo resta ebreo al di là della nazione e della residenza, io più che internazionalismo ci vedo solo autoreferenzialismo. Come l’occidentale in vacanza, che crede di andare in luoghi esotici e di entrare in contatto con altre culture, ma tutto quello che ottiene è di portare con sé tutto il suo corollario capitalistico nel luogo di villeggiatura scelto.
    E qui torniamo al capitalismo. Conordo con la nostra Anacronista: checché se ne dica, la via d’uscita non è indicata. Il lavoro sembra essere l’unica aspirazione dell’individuo, per avere uno stipendio che gli permetta di raggiungere quei traguardi sociali che al giorno d’oggi appaiono essere gli unici adatti ad affrancare l’uomo dalle sue fatiche.
    I viaggi organizzati, i centri benessere, i ristoranti, i cinema, tutti gli svaghi che la società occidentale riconosce come fruibili per “staccare”, in realtà rappresentano essi stessi un anello del lavoro-guadagno-spendo. Siamo diventati autopoietici, non riusciamo più a capire cosa si può fare al di là del capitalismo.

    Da qui la riflessione che solo Marx, allora, disse che il nostro sistema non è Il Sistema, ma il luogo dove l’evoluzione ci ha portato, e che un cambiamento ci può essere. Ma nessuno riuscì realmente ad ascoltarlo allora (come giustamente ha detto Giorgio, la Russia con Stalin perse qualsiasi velleità comunista per diventare quello che tutti conosciamo) e parrebbe che oggi solo qualche disilluso riesca ad ascoltarlo.
    Dobbiamo quindi aspettare un collasso del sistema? Quand’è che la gente si renderà conto che i soldi che si affanna a guadagnare per spenderli in altri mangiatori di soldi non lo rendono meno alienato? (Io, ovviamente, da superficiale che sono non so rispondere. Ma sto fra i disilusi che cercano di ascoltare Marx, restando affascinata da vecchi-nuovi ideali quali il downshifting.)

    Ok, ci ho provato.
    Chiedo scusa se sono risultata superficiale, come ho detto, non sono una fine analista. Ma questo blog potrebbe essere un aiuto a intravedere qualche via di pensiero in più, per cui Anacronista, se mi vorrai, io continuerò ad abbeverarmi delle tue parole.

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  9. Risposi tempo fa ma il mio commento è sparito (era abbastanza lungo, vabè...). In sintesi: Giorgio, come sai, non condivido molto la scelta dell'ebraismo come esempio lampante di "internazionalismo". Qui mi riferivo ad altri aspetti, ma il tuo contributo mi ha fatto pensare alla chiave "universalismo" che in qualche modo è un'istanza del comunismo.
    Nespola, ma un po' di autostima? :) QUi non ci sono scienziati, ma gente che ama riflettere e condividere le sue riflessioni...perciò vai puree a ruota libera. Per quanto riguarda il collasso: non so, anzi penso che non sia neppure una buona idea. Forse ho parlato di collasso per non dire quello che in realtà penso. E cioè che finché le condizioni rimangono queste un cambiamento è un po' impossibile. Ma in parte gli esiti del referendum mi hanno piacevolmente smentita: c'è una metà dell'Italia che ragiona.

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