Appunti di Storia moderna

lunedì 30 marzo 2009

Quattro mura

Uno degli aspetti più snervanti della maternità è la ripetizione: quel ciclico fare e rifare piccole operazioni uguali a se stesse più volte nel corso della giornata, tutti i giorni. Una mente dinamica, pensante e mai sazia di conoscenza, può vivere questo ridondare di azioni come un indebito limite. Dopo l'ennesimo bagnetto, cambio di pannolino, riscacquo accurato delle stoviglie e rigorosa preparazione degli alimenti del piccolo, può correre furente sul libro che da giorni è fermo alla stessa pagina, ma non come la voglia di superarla.
Infatti un altro aspetto frustrante è il particolarismo. Le mura domestiche circoscrivono inequivocabilmente e ineluttabilmente il campo d'azione. L'operatività vive della e nella routinaria cura di un essere non autosufficiente, e nella drastica decurtazione del tempo da dedicare, dico genericamente, al resto. Nella mente della madre questo resto può assumere dimensioni e attrattive oltremodo irresistibili: fuori, il mondo pulsa di eventi, di volti e di sensi, quella porta separa la madre dall'"universale".
Lui scopre, vuole, annusa, chiede, protesta o approva, cerca ed esplora, il suo corpo e la sua mente prendono forma; la madre accompagna e assiste: c'è del bello, ma può non bastare.

martedì 17 marzo 2009

Monogamia ed eterosessualità istituzionalizzata

Scritto per www.liberareggio.org
Non possiamo negare il fatto storico che ha visto la monogamia affermarsi per motivazioni economiche, legate a una semplificazione nella trasmissione del patrimonio. Il fatto di avere un solo partner ha, cioè, una giustificazione culturale che non trova paragoni in natura. Si potrebbe tuttavia obiettare che non è la natura a fare l’uomo: anzi, l’uomo si distingue dalle altre specie, e in un certo senso deve se stesso, alla cultura.
Ma al di là dell’annoso problema dell’interazione tra natura e cultura, e di oziosi bilanci tra chi delle due più influisca nella definizione di ciò che siamo, quella della monogamia è una questione che merita un approfondimento e una messa in discussione.
La fedeltà al coniuge è l’istituto che principalmente - oserei dire - garantisce una qualche stabilità all’ordine costituito. La connessa convinzione che sia giusto avere un solo partner, che si debba sceglierlo implicando in questa scelta la concomitante esclusione di tutti i partner possibili, il senso di colpa che si accompagna al quello che (connotandolo negativamente) chiamiamo
tradimento, e il pensare alla fedeltà come a una questione di rispetto di sé e dell’altro, la gelosia nei suoi confronti, potrebbero essere un derivato psico-sociale del concetto di proprietà, e dei diritti a esso connessi. Ma non solo.
Si potrebbe pensare che una società poligama sarebbe disordinata e caotica, soprattutto se si considera la questione della maternità e della paternità: dovremmo rivedere moltissimi assiomi dati per certi nelle scienze umane, come ad esempio le teorie psicologiche che parlano della coppia che alleva il figlio come la norma, per cui tutte le situazioni che si allontanano da essa rientrerebbero nel patologico, senza tacere che sarebbe difficile tentare di spiegarle a partire da un terreno inconsulto, come quello della poligamia generalizzata. La questione della proprietà, poi, si farebbe seriamente complicata…come ripartire un patrimonio di media entità fra 5 , 6 mogli e, magari, altrettanti figli? I codici giuridici che regolano le nostre società perderebbero la giustificazione fondamentale delle loro norme: il matrimonio monogamo.
La poligamia, insomma, porterebbe a degli enormi risvolti politici, tali da determinare un autentico disordine sociale, economico, politico. Ho persino difficoltà a rappresentarmelo, il caos cui darebbe luogo…ma forse perché c’è in me innanzitutto la convinzione che di caos si tratterebbe.
Sotto questo punto di vista la monogamia e l’eterosessualità sono due facce della stessa medaglia. Lo scandalo e il timore che suscita nelle genti il pensiero che si possano legittimare famiglie omosessuali, è esattamente la causa e l’effetto del meccanismo di cui sopra: la promiscuità, la poligamia, una sessualità non regolatasovvertirebbero gran parte delle certezze che, pragmaticamente, permettono a una società - a questa società - di funzionare.
Ma - e qui mi ripeto - il fatto di dare per scontato che una società non funzionerebbe che così, la dice lunga sugli schemi che abbiamo inculcati nella mente, tali che per sradicarli dovremmo fare uno sforzo molto superiore alle nostre effettive possibilità: quelle dateci dallo status quo, dall’ordine costituito.
Se facciamo rientrare in questo discorso le controversie legate all’aborto, alle discriminazioni sessiste, alle rappresentazioni della madre come buona e altruista e del padre come quello che dà il seme e porta i soldi a casa, abbiamo forse meglio chiaro il quadro in cui si esplicano le nostre vite: un contesto fortemente pre-regolato, che agisce prima di tutto sulle nostre menti, e solo dopo, mediatamente e per derivazione, sulla realtà.
Pensiamo alla donna che si dà a più uomini: è facile che incorra nella riprovazione generale, se non, nei casi più sfortunati, nell’epitetoputtana. Il terrore del ragazzino che si scopre in flagranza di desiderio omosessuale, che lo porta a rimuovere quest’impulso censurandolo, o che gli fa tremare le gambe al sol pensiero di comunicarlo ai suoi genitori e amici; lo sfottò e l’espulsione da quel clima di approvazione sociale che lo attendono,cosa sono, se non realtà legate allo stesso meccanismo di potere?
Perché pensiamo al libertinaggio, alla promiscuità, alla poligamia per l’appunto (in senso lato) come a qualcosa di moralmente deprecabile? La nostra stessa forma mentis è pre-orientata nel senso di quest’ordine. E si vede bene come la funzione importantissima che, a livello conoscitivo, socio-psicologico e simbolico, ha il pregiudizio:lo stesso Rousseau vide nei dogmi e nei miti che ciascuno ospita in sé, una base stabile senza la quale - forse - ci sentiremmo persi.
Demistificare - a partire dalla conoscenza - può portare a esiti imprevisti, e l’isolamento nel quale la si pratica può portare all’alienazione: si finisce per non riconoscersi più nella società in cui si vive, e, di più, nei ruoli che essa pretende dai noi, sia pure paventando il caos come unica alternativa possibile ai suoi dogmi.

mercoledì 11 marzo 2009

Revolutionary Road

Capita di vedere dei film che, per l’elevato legame col proprio vissuto autobiografico, sono oggetto di visione spasmodica e ansante. La sensazione è quella di vedere fuori ciò che si ha dentro: in forme diverse da come le si era pensate, ma pur sempre quelle. Al di là del nesso col proprio mondo, questi film sono un condensato di particolare e universale, perché mentre raccontano le ambiguità emotive del singolo raccontano le contraddizioni di un qualche tutto.
Mi riferisco a Revolutionary Road. E’ un film sui ricatti – ne avevamo già parlato, no? – cui la società sottopone i suoi membri; sull’ordine sociale che si pone come imperativo e prioritario rispetto agli impulsi vitali di chi vi appartiene ma non vorrebbe. Non posso andare, ma non posso neanche restare : non esiste una collocazione per chi abbia occhi e antenne sensibili al ricatto. L’esaurimento, l’alienazione, sono gli unici esiti possibili, le uniche conseguenze logiche, di questo vivere stretto dentro a un mondo disumano. Mi ricorda Carmelo Bene “finché lavoreremo non potremo parlare di libertà” o qualcuno che, su questo blog, mi faceva notare che chi lavora non può pensare, perciò è in un certo modo praticamente costretto a turarsi le orecchie, e a sentire solo quello che gli si vuole far sentire.
Dentro Revolutionary Road c’è Orwell, c’è Adorno, c’è Kafka, c’è Brazil , il ’68 , Ionesco e il teatro dell’assurdo, Madame Bovary, le forme deformi di Munch, la vita di tutti noi oggi.
Interessante, poi, notare come la verità spetti sempre ai pazzi dirla, come lo sfinimento della donna corrosa dalla percezione del ricatto venga relegata al mondo della psichiatria: sorge il dubbio che la pazzia sia una parola creata dallo status quo per rendere inerte di fronte a se stesso qualunque possibilità di sovvertirlo. E’ facile convincere il dubbioso di vagheggiare utopie infantili: è facile condannarlo alla solitudine del “ sognatore” dal momento che “realistica” è solo una cosa: accettare lo status quo come vero. La parola più pesante, più efficace, che un burocrata degno di se stesso possa pronunciare per convincere il potenziale ribelle che un mondo diverso da quello che gli propone è impossibile, è realismo. Cos’è il realismo, poi? L’ismo dello stato di cose, dell’ordine costituito: in una parola, la sua religione. E’ possibile, infatti, professare la religione dell’esistente, adorare le cose come stanno vedendo in esse l’epifenomeno della Verità, il rivelamento ultimo della nostra propria essenza, il senso del nostro stare al mondo . Ma, a ben guardare, questo professato realismo non è realista fino in fondo: se lo fosse, vedrebbe le istanze del cambiamento che, nella realtà, pulsano. L’angoscia del richiedente che si trascina di ufficio in ufficio, del funzionario stanco di timbrare le carte, della casalinga che guarda dalla finestra il giardino in cui giocano i suoi bambini mentre si fa un goccetto, dell’uomo sposato che desidera una donna d’altri, dell’alternarsi insignificante di buongiorno e buonasera – grazie e prego – non si preoccupi e si figuri, del volto sconvolto di fronte all’ennesimo “non sta bene”, è la tangibile realtà del rigetto della realtà così com’è. L’opera censoria , l’instancabile super-io che con impareggiabile lena si adopera per distruggere quel poco di vita che alberghiamo dentro, è il vero collante di una società tenuta insieme nel delirio di persone che fanno quello che fanno dimenticandone, specificamente, il perché , e che pure lo giustificano ciecamente.
Negli occhi di April  , la protagonista, brucia la contraddizione del perpetrarsi di quest’insensatezza collettiva : non posso andare, ma non posso neanche restare, urlano in quel silenzio che è la manifestazione più vera della vita che recalcitra tra le sbarre di una prigione che non vede quasi nessuno.
“Andremo da uno strizzacervelli” : dove si potrebbe andare, altrimenti? La maschera deformante che si pretende indossi non può che generare malessere, disagio, turbamento: dal momento che non possiamo spiegarceli, che non possiamo collocarli , zittiamoli a colpi di xanax ed elettroshock, e tiriamo avanti, continuando a far finta di essere sani.
Che poi la fine di April sia data da un aborto tragicamente autoprocurato, la dice lunga : nella questione dell’aborto si addensano i diktat di un sistema che premette i ruoli alle persone, la finzione alla verità,  per il quale rifiutare una maternità non voluta è un atto troppo sovversivo per ammetterne la semplice plausibilità. La sovversione è rispetto alla costrizione nel ruolo, e all’ordine anteposto in termini d’importanza a chi lo dovrebbe mantenere.
April muore. Poi se ne parlerà ancora, tra amici di fronte a una tazza di tè, sarà l’argomento di conversazione del giorno: ma c’è un turbamento nelle facce degli astanti, torniamo a parlare della partita di football , e sfuggiamo a quel disagio troppo scomodo da decifrare.    
AGGIUNTO                                           
Nel film, inoltre, si insinua la possibilità per April e compagno di sovvertire la classica borghese divisione del lavoro tra uomo e donna: lei lavorerebbe, lui dovrebbe "leggere, studiare". Alla fine lui, proprio come il protagonista di Les Rhinoceròs di Ionesco, ha una crisi: per analogia con la commedia, si potrebbe dire che avverta la difficoltà, allo specchio, di distinguere se sia ancora un essere umano o se rechi già i tratti del rinoceronte: animale nel quale, nel frattempo, tutti gli altri si sono già trasformati. E' il fatto che tutti si è in un modo a far dubitare che sia anche solo possibile essere in un altro. Di più, il sistema gli dà la sensazione che, in fondo, sia possibile scegliere, allo stesso tempo presentandogli come unica decisione semplicemente sensata quella della sua sottomissione a esso. Si ha perfino difficoltà a focalizzare su se stessi, tanto si è impregnati dell'identità preconfezionata che il sistema ha pre-scelto per ciascuno. Esso sottrae gli individui al "disturbo" di definire liberamente, tramite un percorso originale e creativo del tutto personale, il proprio essere se stessi.                                                                                                                                                                        Si è, letteralmente, espropriati della vita. 

venerdì 6 marzo 2009

La burocrazia

Io quando vedo i carabinieri ho paura. Mi sono domandata il perché di questo sussulto repulsivo alla vista di quegli uomini senza volto nelle divise e ne ho concluso che è per il loro potere di avere ragione su di me. Potenzialmente, un timbro mancato, un documento non abbastanza recentemente rinnovato, un foglio senza il visto di chicchessia, potrebbe mettermi in una condizione di scorrettezza, e quindi di inferiorità: la cosa più insignificante può diventare la soglia che mi separa dalla legge. La voce dura che rimarca la violazione, accompagnata dall'invito a "a scendere dalla macchina", è la stessa del giudice che pronuncia una sentenza assurda per il solo rispetto della legge avulsa da ogni contesto reale. In ogni caso l'individuo viene scavalcato: è la regola ad assumere la "sua anima", a vivere di vita propria, dimenticando perché è nata.
Quell'uomo stanco con gli occhiali sulla punta del naso, con un pullover grigio pallido e l'aria assente, è l'uomo che ti risponderà, in caso di deviazione dal procedimento previsto, che non dipende da lui. "Provi a parlare con l'ufficio B", e il richiedente si trascina di edificio in edificio con la sensazione di lottare contro qualcosa di impalpabile ma prepotente. "Alla fine, decidono dei fatti tuoi" pensa esterrefatto il richiedente che, è vero, parlerà con l'ufficio non con la persona: il vero compito di entrambi, funzionario e richiedente, è quello di mettere nel cassetto la propria appartenenza al genere umano per entrare in forma mimetica in quello delle macchine e dei sistemi computazionali, dove vige un sistema improntato al sì/no in situazioni dove l'unica cosa che accade è la risposta allo stimolo, entrambi rigorosamente previsiti. Il particolare viene macabramente inghiottito da un universale falso, poiché non è tutti che rappresenta ma solo se stesso come microcosmo a sé stante.
Nella burocrazia le carte, gli elenchi, le sigle e i timbri, sono più vivi di coloro per i quali erano stati creati. I protagonisti non sono più gli individui, sia pure come massa, ma i procedimenti previsti. Il funzionario, per parte sua, è quel poveretto a cui è stato chiesto di alienarsi per sopravvivere in questo sistema. Ne risulta un mondo di zombie che, nevroticamente, si attaccano ai cavilli dei procedimenti previsti e a colpi di clausole e dettagli si fanno fuori a vicenda. Spaventati, ammorbati, incazzati, soli, non resta loro che chiudersi dietro le porte delle loro case con quattro giri di chiave, infilarsi sotto le coperte e accendere la tv.