Tutto sommato, dico; sommando tutto, e più e più e più: mi so chiara. Limpida, non dico ancora effervescente, ma azzardo un "visibile". Bisogna notare, però, che una somma, paradossalmente non è un tutto. Tante cose messe insieme, non dicono tutto dell'insieme. Ad esempio, la società non è una somma di individui. E' di più. Questa casa non è una somma di mattoni. E' di più. Qualche materialista monistico direbbe "no, è solo una somma". E io no.
Vedi, per esempio, io non sono la somma delle mie idee, dei miei comportamenti, delle mie parole, come non sono la somma di mamma e papà. Bene. Comunque volevo solo dire che, tutto sommato (non mi viene un'espressione migliore) qualche idea ce l'ho chiara.
C'è gente , molta, che ha le idee chiare su tutto. "Io sono contro l'aborto!" , "Prodi è un coglione!", "Hai torto!", "So chi sono", e via tacendo. C'è poi la bolgia dei dubbiosi. Da queste parti si sta molto male. Qui vige una certa sincerità, vige il dialogo tra sé e sé, bazzicano, cioè, un mucchio di epigoni socratici.
Senza saperlo, ma io sì, costoro guardano dentro la chiarezza e ci vedono dell'opaco. Ci alitano sopra, provano a sgrassare con la manica , l'apparenza si fa più ambigua, sfumata, pallida. Non c'è luce che tenga.
C'è inoltre un fenomeno interessante. Pare che la sicurezza sia una virtù. Un attimo. Sicurezza nei giudizi? Se questa, ben venga. Ponderare un argomento, argomentare l'argomento, vivisezionare l'argomento, giustifica quella sicurezza (forse...?!?) nel dire: "Prodi è un coglione, perché perché e perché...". Sicurezza "caratteriale" (non saprei come definirla altrimenti)? Se questa, se ne vada. Dubitare è la ginnastica mentale che più mi ha riservato sorprese in my life: il rubinetto del mio lavandino, il polline del mio fiore, la secrezione incessante dei miei brufoli. Cioè, io dico: dubitare dà. Ansie, frustrazioni, alienazioni estemporanee, barlumi di psicosi, ma...: profondità.
Meglio un frustrato dubbioso che un sicuro felice e contento. E' una questione di comodità. Ma qui non stiamo a predicare che la scomodità è virtuosa. Diciamo (io, e i miei tanti me) che le grazie migliori sono quelle raggiunte col sudore - dell'ascella.
Personalmente la timidezza mi seduce parecchio. Chi arrossisce pensa.
mercoledì 22 agosto 2007
martedì 7 agosto 2007
Depiliamoci la lingua
Succede per esempio che una sera di un mese di un anno di un decennio di una “finità” nelle infinite possibilità, pochi poveri cristi seduti attorno ad un tavolino a due passi dal mare cerchino inconsapevolmente di prendere una broncopolmonite acuta favorita dall’
umidità. Succedeva poi che ad intervalli irregolari qualcun altro probabilmente uscito dalle onde un po’ come venere, ma non vergine e dall’aspetto decisamente più rustico, chiedeva con un calmo sguardo, con gesti forti e decisi, con urla isteriche se necessario,di aggiungere un posto a tavola che c’era un amico in più, di spingere un po’ la seggiola che assicurava si sarebbe stati comodi lo stesso…ma chi cazzo ti conosce scusa? Sta di fatto che tra un turbine di tempesta e l’altro, si parlava del più e del meno, più del più che del meno più o meno menomale. Quando ad un tratto qualcuno parlò, e non era Dio , perché Lui forse non fa domande, poteva essere la cameriera, ma perché mai avrebbe dovuto nuovamente avvicinarsi a quel tavolo che aveva portato come uniche entrate della serata una bottiglietta d’acqua ed un paio di succhi di frutta, e scroccato pure qualche fazzolettino? Tutti si guardarono sconcertati, finchè, come fa lo scorpione al buio e nel silenzio del deserto, che calcolando la distanza tra le onde che il povero scarabeo provoca muovendosi delicatamente nella sabbia,riesce ad individuarne la posizione e farne un cosiddetto sol boccone…beh…allo stesso modo i commensali di bottigliette d’acqua si voltarono di scatto, in barba al torcicollo, verso la sorgente dell’onda sonora.
Ma chi sei tu ombra confusa dalle sembianze davvero simili a secondosessoachi? che nell’oscurità delle nove e mezza domandi: “ma perché noi donne dobbiamo depilarci?”
Appena si riuscì a tornare alla realtà dei suoni sentii il respiro strozzato della mia vicina di seggiola, un’amica dell’amico del cugino dello zio, sul quale viso sembrava stampato uno sbigottimento da apocalisse, non fosse che mancavano i tuoni. La povera malcapitata doveva repentinamente fermare l’ascesa di quella domanda all’aria libera che avrebbe potuto diffonderla, sputò quindi subito le sue parole gendarmiche affinché arrestassero i sovversivi:”Sei pazza? Che schifo, non se ne parla proprio…così una perde tutta la sua femminilità”. E tra silenzio e sudore qualche altro seguace concordò.
Individualisticamente si concluderebbe tutto con un, io faccio quello che mi pare, tu pure, e se non andiamo d’accordo non voglio più avere niente a che fare con te e così tutti felici e contenti. Ma io penso che nel mezzo ci sia il sentimento dell’uomo della caverna di Platone che sente la necessità di condividere i propri pensieri e le proprie conoscenze, senza il preciso scopo di plasmare a propria immagine e somiglianza le menti altrui, semplicemente per il bisogno di scoprire negli altri sensazioni e pensieri simili o opposti ai propri. Io la penso bianco, io nero, io a volte bianco, a volte nero, a volte grigio e a volte pure ciclamino. Probabilmente l’interagire che è mosso dal sentimento ha come scopo, tramite l’altro,tramite i sentimenti che lui fa scaturire in noi, tramite le sue conoscenze, il renderci più forti, più consapevoli, l’indurci al pensiero, nel senso che ci rende più critici. Ma c’è comunque qualcosa nel sentimento di puro, spontaneo, incontrollabile che lo rende inattaccabile, incontestabile. Beh che conclusione vuole essere questa, non penso di avere una conclusione, vedo solo la necessità del vivere in mezzo agli altri in un insieme di pensiero e sentimento che cercano di convivere rompendosi le balle a vicenda, sempre se “cuore” e “mente” possono distinguersi. Ne deriva insomma un grande punto interrogativo nel quale distinguo un sentire di non sapere ma una voglia di non fermarmi qui.
Succede per esempio che una sera di un mese di un anno di un decennio di una “finità” nelle infinite possibilità, pochi poveri cristi seduti attorno ad un tavolino a due passi dal mare cerchino inconsapevolmente di prendere una broncopolmonite acuta favorita dall’
umidità. Succedeva poi che ad intervalli irregolari qualcun altro probabilmente uscito dalle onde un po’ come venere, ma non vergine e dall’aspetto decisamente più rustico, chiedeva con un calmo sguardo, con gesti forti e decisi, con urla isteriche se necessario,di aggiungere un posto a tavola che c’era un amico in più, di spingere un po’ la seggiola che assicurava si sarebbe stati comodi lo stesso…ma chi cazzo ti conosce scusa? Sta di fatto che tra un turbine di tempesta e l’altro, si parlava del più e del meno, più del più che del meno più o meno menomale. Quando ad un tratto qualcuno parlò, e non era Dio , perché Lui forse non fa domande, poteva essere la cameriera, ma perché mai avrebbe dovuto nuovamente avvicinarsi a quel tavolo che aveva portato come uniche entrate della serata una bottiglietta d’acqua ed un paio di succhi di frutta, e scroccato pure qualche fazzolettino? Tutti si guardarono sconcertati, finchè, come fa lo scorpione al buio e nel silenzio del deserto, che calcolando la distanza tra le onde che il povero scarabeo provoca muovendosi delicatamente nella sabbia,riesce ad individuarne la posizione e farne un cosiddetto sol boccone…beh…allo stesso modo i commensali di bottigliette d’acqua si voltarono di scatto, in barba al torcicollo, verso la sorgente dell’onda sonora.
Ma chi sei tu ombra confusa dalle sembianze davvero simili a secondosessoachi? che nell’oscurità delle nove e mezza domandi: “ma perché noi donne dobbiamo depilarci?”
Appena si riuscì a tornare alla realtà dei suoni sentii il respiro strozzato della mia vicina di seggiola, un’amica dell’amico del cugino dello zio, sul quale viso sembrava stampato uno sbigottimento da apocalisse, non fosse che mancavano i tuoni. La povera malcapitata doveva repentinamente fermare l’ascesa di quella domanda all’aria libera che avrebbe potuto diffonderla, sputò quindi subito le sue parole gendarmiche affinché arrestassero i sovversivi:”Sei pazza? Che schifo, non se ne parla proprio…così una perde tutta la sua femminilità”. E tra silenzio e sudore qualche altro seguace concordò.
Individualisticamente si concluderebbe tutto con un, io faccio quello che mi pare, tu pure, e se non andiamo d’accordo non voglio più avere niente a che fare con te e così tutti felici e contenti. Ma io penso che nel mezzo ci sia il sentimento dell’uomo della caverna di Platone che sente la necessità di condividere i propri pensieri e le proprie conoscenze, senza il preciso scopo di plasmare a propria immagine e somiglianza le menti altrui, semplicemente per il bisogno di scoprire negli altri sensazioni e pensieri simili o opposti ai propri. Io la penso bianco, io nero, io a volte bianco, a volte nero, a volte grigio e a volte pure ciclamino. Probabilmente l’interagire che è mosso dal sentimento ha come scopo, tramite l’altro,tramite i sentimenti che lui fa scaturire in noi, tramite le sue conoscenze, il renderci più forti, più consapevoli, l’indurci al pensiero, nel senso che ci rende più critici. Ma c’è comunque qualcosa nel sentimento di puro, spontaneo, incontrollabile che lo rende inattaccabile, incontestabile. Beh che conclusione vuole essere questa, non penso di avere una conclusione, vedo solo la necessità del vivere in mezzo agli altri in un insieme di pensiero e sentimento che cercano di convivere rompendosi le balle a vicenda, sempre se “cuore” e “mente” possono distinguersi. Ne deriva insomma un grande punto interrogativo nel quale distinguo un sentire di non sapere ma una voglia di non fermarmi qui.
giovedì 2 agosto 2007
Al di là del "bene o male...".
Mi giuro che scriverò qualcosa di interessante. Nel giuramento è compreso un "non oggi, però..." che mi lascia perplessa. In fondo chissà quanta gente sta lì a spendersi per cercare di scrivere qualcosa che non induca allo sbadiglio continuato chi legge. Ed io, appena partorito il mio blog, mi ritrovo narcisisticamente a voler sedurre il lettore con qualche bella trovata che non ho trovato.
Questa fetta di web (ne parlo come se si trattasse di provola, lo so) sarà gestita da me e la mia socia, vecchia scaricatrice di porto dalle ambizioni letterarie. In realtà, queste ambizioni sono io che gliele attribuisco benché lei imperterrita neghi, eppure ne partorisce di bei raccontini, poesiuole, paginine alla Svevo (modello psicanalitico che fa sempre un certo effetto). Io, idem con patate. Ci furono anni (ps: ma a 20 anni ci si può permettere di usare il passato remoto?!) che covavo una certa mitomania, che consisteva più o meno in questo: leggevo le biografie dei più disparati intellettuali di ogni epoca e di ogni genere, e mi sforzavo di trovarci le analogie con la mia, di biografia. Tutto procedeva in modo divertente e promettente, finché non mi imbattei nella biografia di Leopardi. Lì, lì fu dura. Davvero. Studio matto e disperatissimo? Greco e latino con tanto di produzione autonoma di tragedie, all'età di soli 10 anni?
Allibita, mi ridimensionai, seppur con grande rammarico del mio narcisismo.
L'unico conforto mi proveniva dal mio piccolo quaderno sul quale melodrammatizzavo la mia vita facendone un cumulo di disgrazie e rovine, da cui difendermi solitariamente.
Lo scenario delineato faceva un pò Wasteland eliotiana. Preciso: "faceva un pò".
Ma non intendo spiattellare così, rapidamente e volgarmente , tutta la mia vita, per comprimerla in questa gattabuia virtuale di nessun conto. Perciò lascio tutti (tutti...chi?) col fiato sospeso nonché le lacrime agli occhi, per rimandare il resoconto sulla mia mitomania a data da destinarsi.
Ciò detto, lascio la parola alla mia socia, sperando che vi affligga di più. Tiè!
PS: siamo Denise ed Eva, e ditemi se è poco.
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