Appunti di Storia moderna

lunedì 15 febbraio 2010

Il martirio dell'impiegato

"Mi faccio un mazzo tanto e pago le tasse"
E' raccapricciante l'orgoglio arrogante con cui così spesso si sentono pronunciare frasi di questa risma. In genere, è un modo per dare sfogo al proprio odio verso qualcuno che lo ha suscitato per motivi niente affatto legati al fatto di pagare le tasse o meno. Per esempio, scatta se il vicino di casa fa molto rumore, o se x parcheggia nel posto che avevamo adocchiato noi. E' evidente che non c'è alcun nesso apparente.
E' chiaro che non la stragrande maggioranza delle persone lavora e paga le tasse con piacere. Ergo: se potesse, di certo non lo farebbe; se fosse nelle condizioni di prendere i cosiddetti sussidi, non li schiferebbe. Dunque, perché trasfigurare delle azioni compiute così malvolentieri in meriti, a partire dai quali tracciare una linea di demarcazione fra i giusti e gli sbagliati?

venerdì 5 febbraio 2010

Chi è che comanda.


Ancora da liberareggio.org
Questa città è disgustosamente immersa nella ‘ndrangheta.
I riflettori che ha da un po’ puntati addosso non la intimidiscono: anzi, sembra che sia un’occasione di più per mostrare a tutti chi-è-che-comanda. Non ci sono limiti: non abbiamo paura della legge, non abbiamo paura di osare, sembra voglia dirci; anzi, è osando che infrangiamo l’aura pretesa solenne delle vostre istituzioni e delle vostre libertà, e così dimostriamo che il monopolio della paura è nostro.
La linfa vitale della ‘ndrangheta è, infatti, la paura. Intimidire, minacciare, ammazzare, alzare la voce, ricattare, sono i mezzi con cui comanda. Però sappiamo bene che basare il proprio potere sulla paura è da vigliacchi prepotenti. Da gente senza spina dorsale.
Non è giusto, comunque, parlarne alla terza persona: così si dà l’impressione che la ‘ndrangheta sia impersonale, un’entità anonima ed evanescente, mentre è un sistema di potere che scaturisce dalla desolante somma di azioni violente perpetrate da persone. E le persone hanno sempre un nome e un cognome.

mercoledì 3 febbraio 2010

Politiche di dis-integrazione


Pubblicato su liberareggio.org.
(Da buoni anacronisti, ne parliamo ora che i media se ne sono già dimenticati)
La Calabria, si sa, è una regione malata, con un’economia incastrata fra barbari meccanismi di potere, incapacità gestionali e un’endemica povertà. Il lavoro nero è l’indiretta espressione di questa malattia, e spesso sono gli immigrati a pagarne lo scotto più alto. A ciò si aggiungono l’indifferentismo e le corrispondenti politiche fasulle d’integrazione – come gli uffici di “orientamento al lavoro” o i vari villaggi della solidarietà – che, rientrando nella logica fatalista propria del sistema in cui viviamo, che stronca sul nascere, perché non ci crede, ogni possibilità di cambiamento, ne costituiscono l’avvilente contorno.
A Rosarno, e non solo a Rosarno, tutti sapevano. Centinaia di immigrati ogni mattina aspettavano sotto gli occhi di tutti di essere “graziati” con un trattamento che ha molto in comune – e imbarazzanti punti di sovrapposizione – con lo schiavismo. Un trattamento che per un emigrato africano è “sempre meglio della morte”.