Appunti di Storia moderna

mercoledì 31 ottobre 2007

Chi non salta asociale è

Pare che oggi uno dei peggiori epiteti che si possano attribuire a una persona, sia quello di "asociale". Chi non sfoggia naturalezza nelle relazioni, chi non sorride spontaneamente nell'incorciare un proprio simile(perché non vede nel comune essere umani una ragione sufficiente per socializzare), chi non estrae da se stesso la battuta giusta nell'occasione giusta, chi non si presenta alla società come un prodotto allettante agli occhi del mondo-consumatore grazie al suo essere sbarazzino e leggero inside, è un... asociale. Non sia mai! "quello è un asociale" "chi? chi? ti prego, indicamelo " "quello lì seduto sulla panchina, con le spalle ricurve e lo sguardo sprezzante" "oohh. Un diverso, un diverso!".
Al di là delle caricature, l'asociale è uno in cui qualcosa nella sua natura di zoòn politikòn è andato storto. Si chiarisca che "storto" è in relazione a un "dritto" che ha ben poco d'universale e necessario: è il "dritto" della maggioranza. Tanto ormai lo sappiamo che è la maggioranza a fare da spartiacque tra bene e male, giusto e ingiusto. Così, se i più sono socievoli e dalle sembianze filantropiche, è giusto essere socievoli e sembrare filantropi. Ed ecco che il cosiddetto asociale ha in sé il germe di una colpa per cui dovrà scontare una pena imprecisata comminatagli al di là dello spazio e del tempo senza la formalità delle sentenze, ma con la drasticità del senso comune giudicante.
Ma andiamo più a fondo: perché il cosiddetto asociale, "è" asociale? Siamo sicuri che rinneghi integralmente la sua presunta natura di animale politico, ignorando il benché minimo interesse verso ciò che è umanamente altro-da-sé?
Qui non posso che esprimermi ricorrendo alla formula "io-credo"... che l'asociale sia sostanzialmente un timido. Contrariamente all'aggettivo incollatogli dalla società, è uno che di società ha bisogno, forse più intensamente di chi questo bisogno lo palesa senza troppe dissimulazioni. La sua timidezza è proporzionale al disprezzo per le formule sociali standardizzate, per l'entusiasmo a suo parere ingiustificato perché vuoto che tendenzialmente ricalca se stesso ad ogni occasione mondana, per quella che giudica una leggerezza gratuita che accomuna i più , incompatibile con la sua congenita pesantezza (nuovamente, ben poco universale e necessaria). L'asociale cerca relazioni intense. Non è forse quindi, più "sociale del socievole"? Almeno da un punto di vista qualitativo, sì.
Probabilmente non è il tipo che piacerebbe alla suocera né agli zii, ma uno di cui si parlerebbe a lungo durante il consiglio di classe come di un ragazzo problematico. Uno che in genere non viene invitato alle feste, e che se ci va sta in disparte eventualmente accompagnato dalla sola cosa che lo capisca in quel momento: una bottiglia.
Uno che a natale si rifiuta di regalare il panettone ai vicini, anche se mamma insiste. Uno che non frequenta più le chat perché sa come vanno le cose. Può arrivare a misantropizzarsi, oppure a una specie di saggezza, può arrivare a degradarsi o a fare delle pareti della camera il mondo.
E infatti, la sua diversità può sfociare ora nella degradazione ora in una risorsa di successo. Un successo che poco ha a che fare con la mondanità, ovviamente.
Chissà, probabilmente guarda il mondo da una prospettiva privilegiata. Ma, appunto, "guarda". Forse scrivendo la sua biografia, ci sarebbe poco da dire, giusto tre o quattro eventi importanti, due dei quali sono la nascita e la morte. Ma, come disse qualcuno, (cito a memoria...) : in queste persone ciò che conta non avviene fuori, ma dentro.

lunedì 1 ottobre 2007

Dipendenze

Ricordo un professore calvo e brizzolato, il naso dalle ampie narici convergenti in una punta angolosa, le sopracciglia appuntite come tetti a spioventi, la bocca larga, contornata da un paio di guance cascanti. La pancia tonda, arredata puntalmente da una maglia blu, alla cui estremità inferiore spiccava una cinta d'un nero ombroso.
Il suo sguardo socchiuso fingeva distrazione, mentre penetrava il suo obiettivo implacabilmente. Al suo cospetto, ci si sentiva senza aria, ché la risucchiava tutta lui: era ingombrante. Come quelle presenze che, pur taciturne, incidono il loro spazio assoluto nel silenzio, esigendo mutamente attenzione, benché disdegnino di darla. E' come se esistessero... troppo.
Nonostante tutto, l'asma emotivo che mi suscitava la sua figura, mi è servito. Predicava l'azione, la sua sarebbe definibile come una "filosofia del carpediem"; diceva, ricordo, "il tempo non si passa, il tempo si vive" mentre dal suo gozzo rimbombava l'eco impazzita di certi tuoni mutilati.
La sua superbia era ostentazione di sincerità, scimmiottamento di un ruolo. Lui era, nel suo intimo immaginario - apparentemente invisibile - , un D'Annunzio mancato. Il mito del poeta-vate, della creatività vitalistica, di un'immaginazione che riverbera quella di dio, emenava dalle sue parole come un suono stridente, un fischio stonato, una melodia strozzata.
Tanto tangibile era questa sua autocoscienza roboante, ampollosa, barocca.
Eppure. L'ipnosi al suo parlare era collettiva, le sue labbra un filtro magico incantatore, nelle sue parole c'era la colla.
Sì. C'era sempre un seguito emotivo al suo dire. Ognuno pensava, dentro, con soggezione. Ma pensava. Era l'immagine dell'intensità.
Criticava, odiava, distruggeva. Questo distruggere andava in due direzioni: una omologava tutto e tutti a indiscutibile bersaglio della critica, l'altra andava verso di lui, che criticando si pacificava con se stesso mentre si esaltava ai suoi occhi con l'immagine del critico acuto superiore alle masse.
Io tacevo incazzata. Volevo che nutrisse il mio narcisismo, quell'uomo: che mi dicesse che non ero come gli altri. Il narcisista soffre sempre del timore dell'anonima assimilazione al tutto umano. Il narcisista anela ansiosamente all'esclusività. Per questo, dico, due narcisisti insieme emanano energie dello stesso segno, e perciò inavvicinabili.
Con ciò voglio dire tante cose. Tra cui: sentirsi riconosciuti è necessario. Non credo a chi si proclama indifferente ai plausi o rimproveri altrui. Il riconoscimento è la base dell'identità, fra le altre cose. Esso è affettivo, morale, poi giuridico. La solidità di fondo del chi-siamo è proprio lì.
Ma quello del professore è solo uno spunto.
In ogni caso, non "si va avanti" quando la propria intima convinzione è insufficiente. Perciò un mancato riconoscimento è qui fatale.
In caso contrario, cioè godendo di una profonda convinzione sul proprio obiettivo, sulle proprie capacità, e venendo a mancare il riconoscimento, allora questa mancanza è un motivo in più per fare.
Il prof, in fondo, soffriva delle mie stesse ansie. Con ciò si spiega la sua ostilità a chi non ne riveriva le idee e la persona.
Questa sua eccentricità studiata a tavolino, l'irritazione che mi dava il suo mascherato bisogno di applausi, mi hanno insegnato lo sdegno della troppa visibilità, specie dell'intelligenza pronta per l'esibizione.
Comunque. Se gli altri sono l'inferno, lo si deve al fatto che, in un modo o nell'altro, ne dipendiamo.