Appunti di Storia moderna

giovedì 20 giugno 2013

Alcuni dubbi sul queer

Intorno alla normatività del legame tra precarietà economica e precarietà relazionale.
[Aggiunto: Questo post è  non esaustivo, non lineare, senza pretese e in fieri perché frutto di poche fonti "movimentiste". Si tratta di semplici appunti su un argomento che mi accingo a scoprire e che intendo in futuro approfondire in modo più serio e articolato].
Allo Sfamily Day, si paventava – in modo piuttosto accennato e sfuggente – la possibilità di un legame tra la precarietà del lavoro e quella delle relazioni. Ho letto e seguo con interesse l’approccio queer non solo alla sessualità ma anche all’esistenza in generale. Il “modello” queer, che per quanto rifiuti la definizione di modello lo è in qualche modo anch’esso, prende - fra l'altro - atto della precarietà strutturale di tutte le relazioni. Quello che mi chiedo è se tale legame vada inteso in senso normativo, o si tratti semplicemente di una constatazione. A primo impatto, sembra che prevalga la prima ipotesi.

Di fatto, queer o non queer, il legame c'è. Non ricordo più dove ho letto un articolo che sottolineava l’impossibilità, per esempio, di fare ricerca al contempo mantenendo una vita di coppia stabile. Le condizioni precarie del lavoro, la continua necessità di spostarsi, – che in questo caso è quello di ricerca, ma potrebbe adattarsi a qualunque altro ambito – mettono in crisi il modello tradizionale di relazione amorosa. [Comunque, penso che presto scriverò qualcosa su un libro di Richard Sennett che ragiona molto anche su questo, sia pure non da una prospettiva queer, poiché è senz'altro molto interessante e decisamente se ne parla troppo poco. Mi riferisco a L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli 2009].

Bene, ne prendiamo atto. Dal constatarlo al trasformarlo in modello normativo, però, il passaggio non è pacifico.

Mi sfugge cioè il perché sarebbe necessario far coincidere la vita relazionale  col modello economico dominante. Di fatto, la precarietà è grande sfaldatrice di relazioni. Ma di diritto? Perché dovremmo prendere quel modello a esempio emotivo, sessuale, eccetera? Semmai, argomentiamolo in altri modi. Non escludo che questo legame normativo fosse uno scivolone momentaneo: mi sembra troppo assurdo che si prenda a modello della vita relazionale il nuovo capitalismo.
Mi ha colpito in particolare, nel leggere il manifesto queer recentemente tradotto in italiano [cfr. link sotto], che il queer è “contro il trauma del divorzio”. Come nascono, le relazioni finiscono, e non bisogna farne un dramma, cambiando appunto a monte modello emotivo-relazionale. Il presupposto implicito sembra essere che se di solito si soffre per la rottura di alcuni legami, non è perché ciò faccia in quanto tale soffrire, ma perché la sofferenza deriva dall’interiorizzazione del modello tradizionale di relazione, quello cioè per cui – per esempio – la fine di un matrimonio è un lutto, un trauma e via dicendo. In sé non farebbe soffrire, è il modello sociale di riferimento la vera causa di questa sofferenza.
Ora, di fronte a quel poco che ne so, vorrei porre due punti di vista:

-         bene tentare di liberarsi di tutti quegli schemi relazionali opprimenti; dalla normatività dei modelli; dalla conseguente inautenticità di molti comportamenti e di molte scelte; dal concetto di possesso, di “per tutta la vita”, di esposizione al dramma che ogni relazione forte sembrava recare in dote di per sé, ecc;

-         domanda: non è che per caso, così dicendo, si vuole negare la realtà spesso dolorosa delle relazioni? Il fatto, cioè, che ogni legame affettivo forte ha un contenuto di angoscia, un nocciolo distruttivo e/o prensile, il desiderio di afferrare infinitamente l’altro sempre impossibile da soddisfare, e quindi un minimo di frustrazione profonda e un’inappagabilità strutturale? La paura dell’abbandono, l’attaccamento eccetera? O anche questa è una costruzione sociale deformante e oppressiva?

Ergo: che succede quando una "persona queer" si innamora? Ogni relazione profonda – diciamo così, amorosa – è in sé estremamente ambivalente, sicché accanto alla felicità convive un senso profondo di angoscia, per i più svariati motivi. Anche perché si cerca nell’altro quel qualcosa che colmi un vuoto interiore, e la libertà dell’altro coincide immediatamente con la possibilità, sempre presente, che esso ci abbandoni da un momento all’altro. Accanto allo stare insieme persiste sempre un più o meno vago senso di paura. Tutto ciò è ascrivibile semplicemente alla sezione "oppressività interiorizzata della monogamia", o è qualcosa di più intrinseco? Boh, pongo domande.

Natruralmente, parlo di sentimenti, non solo di sessualità. Da quel che ho visto, il punto di vista queer non restituisce se non molto vagamente la sfera dei sentimenti. Sembra cioè troppo "autocentrato", poco orientato a ragionare sulla dimensione affettiva della relazione e su tutto il corredo di dolore che, romantica o non romantica, la relazione amorosa sembra come tale recare in dote.

Poi, quanto all'identità di genere, il considerarla esclusivamente come frutto di una pratica discorsiva sociale può essere problematico: è indubbio che c'è un'imponente dose di normatività nella costruzione del genere, ma parimenti penso che ci sia un limite. Come ha detto Luce Irigaray [PS: NON 'ADERISCO' AL PENSIERO DELLA DIFFERENZA, nda], "non godiamo di una libertà infinita". C'è un limite. E non è detto che questo limite sia di per sé oppressivo. Anzi, il pensiero di essere tutto e niente può generare angoscia. L'identità è una cosa preziosa - siamo esseri situati o esseri astratti? penso la prima -, perché dovrei togliermela? [Al proposito, cfr. link sotto]. E' sede di oppressioni e costruzioni culturali, ma può anche essere sede del punto X (o G, come preferite) a partire dal quale essere e agire consapevolmente, direzione libertà, una volta che si sono riconosciuti e per quanto possibile problematizzati e decostruiti i livelli di normatività che esso contiene.

Insomma, pur riconoscendo molti aspetti positivi al punto di vista queer, come movimento "negativo", di decostruzione delle norme, di liberazione dai modelli istituzionalizzati di relazione-genere&sessualità, penso al contempo  - come si è convenuto con Eleonora - che nel rifiutare ogni norma come intrinsecamente lesiva della libertà si ponga esso stesso come norma potenzialmente non meno oppressiva e che inoltre si scontri con il problema principale del decostruzionismo che è appunto quello del limite. 
Avere una vagina e avere un pene, essere omosessuali, transessuali, bisessuali o etero è per il queer completamente indifferente? Mi si risponderà: puoi essere in certi momenti etero, in altri omo, eccetera. Si tratta di esplorare tutte le infinite sfaccettature del proprio potenziale sessuale, della propria sconfinata identità. Il che è molto interessante. Ma, ripeto: il limite? i sentimenti? il dolore? l'identità? tutte finzioni?
Si diceva da qualche parte, per esempio, che il coming out fosse un'esperienza derivata da una sorta di violenza epistemico-sociale, per cui definendosi come X si viene ingabbiati per sempre in X. Questo è un punto importante e condivido l'analisi sul coming out, ammenoché non sia frutto di una scelta di lotta politica ben definita (per cui definendomi lesbica in modo plateale irrompo nei codici usuali, eteronormati, e pongo il problema). Il coming out presuppone, cioè:
- da un lato, che l'essere diversi dalla massa etero, comporti di necessità il proprio rimarcarlo, e che quindi non affermando nulla si sarebbe per "tacito accordo" etero;
- dall'altro, un'irruzione nell'intimità della persona che, come insegna Foucault, è profondamente asimmetrica, perché questa società che ti entra nelle mutande non è prevista allo stesso modo per le persone etero.
In questo senso la prospettiva queer potrebbe fra l'altro dare degli embrionali strumenti per liberarsi da quello che in parte presiede al coming out, cioè il presupposto della fissazione in un modello sessuale/identitario/sociale immutabile.

Tuttavia, per tornare all'inizio del post, vorrei vederci semmai un minimo di critica del modello sfiancante e alienante di vita proposto dal nuovo capitalismo, e non un’imitazione dei suoi modelli trasposti nell’ambito esistenziale, emotivo e relazionale. Questo non vuol dire affatto che l’istituzione relazionale familiare classica vada preservata in quanto tale o che. Vuol dire che è necessario capire i termini con cui giustifichiamo tutto ciò e fare i conti con la dimensione affettiva, con il bisogno di stabilità emotiva, con il problema "dolore" spesso intrinseco a quello dei "sentimenti". 
Leggendo qualcosa sul queer ho sempre cioè avuto un'impressione di grande anaffettività. Ok, se vale soltanto per il sesso libero ok. Ma quando lo trasferiamo a una dimensione più articolata di relazione mancano punti di riferimento, mancano griglie di lettura. Che non escludo possano esserci, al momento mi limito a ragionare su quel - poco, riconosco - che ho letto e sentito sul tema.  

Se volessimo polarizzare i modelli, da un lato quindi abbiamo il modello patriarcale, oppressivo e odioso, dall'altro il modello-non-modello queer. Il primo non mi riconosce come soggetto, o meglio mi riconosce solo previa accettazione di tutte le sue categorie normative (il che equivale a non riconoscermi). Il secondo mi riconosce come fantasma, asessuato o ipersessuale, potenzialmente tutto e niente, che in modo ostentatamente glaciale liberamente sceglie e rompe legami come fossero bruscolini.
Visto così, il queer sembra davvero l'irruzione del postmoderno nelle mutande. Tutto è sfaldato, tutto è decostruibile, tutto è mistificazione, quindi dobbiamo vivere in una zona franca di decostruzione - esiste? può esistere? - coincidente con la libertà (davvero?).

Ora, queer è buono nella sua istanza di allargamento delle maglie della libertà. Per una sessualità meno socialmente rigida. Per decostruire il modello, fallito, di "amore romantico" o il diktat sociale della "coppietta" e tutto il suo corredo. Per inoculare in modo più radicale il germe del dubbio sul carattere "naturale" dei generi. D'altro canto, "non abbiamo una libertà infinita" e non è detto che una libertà infinita sia una cosa buona e meno oppressiva della libertà zero.

Qui è possibile leggere il manifesto queer, molto suggestivo e interessante, fermi restando i dubbi che ho espresso e sono aperta a sciogliere una volta che ne avrò gli elementi. Qui invece una critica che a primo impatto sembra abbastanza sensata.

11 commenti:

  1. Cara Anacronista,
    volevo controbattere ad alcuni punti del tuo articolo. Tipo a tutti, ora che ci penso.
    Parto col dire che mi auto-colloco nella sfera queer e con questo non significa che sono uguale ad altre persone che si definiscono queer, con cui magari arriviamo a conclusioni anche abbastanza diverse. Questo, perché, il movimento queer è ben lungi dall’essere un modello in quanto, nonostante alcuni punti di partenza comuni, non offre un prototipo identitario o comportamentale o un’universalità di precetti, ma include tutte le forme che sfuggono o si pongono in maniera problematica verso le forme di essere e di relazionarsi “permesse” dalla società...Ti rimando al link per una risposta completa.
    Mina
    http://intersezioni.noblogs.org/post/2013/06/23/dubbi-sul-queer-alcune-risposte/

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  2. Premesso che sono uno che si ostina a non considerare l'amore romantico e la monogamia come qualcosa da dismettere forse anche per questo condivido molte delle obiezioni di Anacronista..penso che noi tutti siamo un mix di natura e cultura e credo che chi vuole il romanticismo, chi vuole una relazione monogama basata sulla fedeltà reciproca (che non è oppressivo di per sè) non sia uno schiavo del patriarcato, ma vada rispettato esattamente come chiunque altro.
    Il bisogno di definire se stessi, e anche il limite sono cose che esisteranno sempre come sempre ci sarà qualcuno che vuole superare questi limiti, a volte sbagliando, altre volte no. Ma nella nostra cultura il limite ci sarà sempre come ci sarà sempre il tentativo di andare oltre.
    Comunque mi chiedo, una persona queer può volere una relazione monogama, romantica eccetera, sperando che duri per sempre o non è più queer?

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    1. il romanticismo non esclude sesso e passione..anzi

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  3. e la gelosia se è tenuta a bada (poichè ogni aore si basa sulla fiducia reciproca) non è distruttiva..e il concetto di appartenenza reciproca continuo a trovarlo bello...poi è ovvio che quasi tutto, compreso il nostro modo di vivere i sentimenti è natura e cultura (la nostra natura è anche creare cultura) insieme e vale per chiunque, ma ciò non ci rende schiavi inconsapevoli incapaci di sapere cosa proviamo..i nostri sentimenti sono comunque nostri.
    Comunque Anacroniata, molti dei tuoi dubbi sul queer sono anche i miei

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    1. il punto non è nel non aver paura di perdere l'altro ma in come affronto e gestisco paure e gelosie..se le trasformo in ossessioni e opprimo la persona che dico di amare è ovvio che sto sbagliando

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  4. insomma non credo che il bisogno di stabilità sentimentale sia di per sè negativo come non è di per sè negativo non averlo,dipende dalla persona. Poi nella vita si cambia pure

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  5. insomma la monogamia è naturale? Bè esistono animali monogami quindi direi che è naturale quanto il suo contrario.
    La realtà è che siamo un mix di natura e cultura che non può essere separato con l'accetta e non ci rende memo liberi e autentici nessun modo di vivere l'affettività, il sesso e l'identità di genere è meno libero e autentico di un altro, diffuso o meno.

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  6. Paolo, io non so rispondere a tutte le tue domande. Di sicuro molti/e di noi avvertono come oppressive le "istituzioni relazionali" tradizionali e sicuramente il punto di vista queer va considerato da questa prospettiva e perciò anche valutato positivamente - dato che finora tutti i tentativi di decostruzione di quei modelli sono stati "parziali".

    Sì, finché non diventa anch'esso un modello normativo esattamente al pari del suo nemico: il patriarcato. E nella misura in cui è in grado di accogliere nel suo seno anche possibilità relazionali che a primo impatto sembrano escluse per principio, come "intrinsecamente" oppressive, il che non è affatto detto. Sulla gelosia io non so. Molti/e sono sicuri/e che sia frutto della civiltà patriarcale tout court, una specie di trasposizione della proprietà privata in ambito emotivo-relazionale; la mia risposta sarebbe arbitraria. Ho difficoltà a giudicarne la genesi. Qualcuno mi diceva che anche l'esigenza stessa di definire una "soggettività" sia frutto del sistema patriarcale. Di sicuro mi sembra troppo facile e superficiale giudicare "tutto" patriarcale a prescindere, tutto decostruibile a prescindere, senza criteri e senza distinguo; pur riconoscendo l'importanza fondamentale di questo passaggio. Ma proprio perché è importante, forse bisognerebbe farlo in modo meno vago e meno indiscriminato, altrimenti cade nelle stesse contraddizioni del postmodernismo, che si vuole fuori dalla cultura quando ci è dentro con tutte le scarpe e nell'ansia di decostruire tutto non trova la libertà che voleva ma solo un molle nichilismo.

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  7. Scopro il tuo blog grazie a un tuo commento un mio post e sono felice di averti scoperta. Meglio che in realtà tu abbia trovato me :D

    Concordo con questo tuo post parola per parola. Devo ancora leggere i due link che riporti, così come i commenti che mi precedono ma volevo commentarti subito.

    Il tuo post mi offre molti spunti di riflessione. Ne voglio proporre uno anche a te.

    Quando dici: "In questo senso la prospettiva queer potrebbe fra l'altro dare degli embrionali strumenti per liberarsi da quello che in parte presiede al coming out, cioè il presupposto della fissazione in un modello sessuale/identitario/sociale immutabile."

    Credo che il motivo principale di fare coming out derivi dal fatto che la nostra società non offre modelli identificatori socialmente condivisi di gay e lesbica. Che se rimango in silenzio, o nell'armadio la presupposizione di eterosessualità mi renda invisibile come gay o lesbica a meno di non vestire i segni esteriori ritenuti evidenti di questa difformità, oggi smepre più riassorbiti anche nella norma etero (i maschi metrosexual).

    credo che al di là della valenza politica, che rimane la ragione precipua del coming out esista anche la necessitò di un riconoscimento di quel che si è. Non gay o lesbiche ma persone che amano uomini da uomini e donne da donne.

    Sono convinto al diritto di indifferenza inneggiato in un bello spot della ILGA portoghese di qualche anno fa ma ancora non abbiamo raggiunto quel riconoscimento cioè che l'omosessualità e la bisessualità sono altrettanto di default come l'eterosessualità.

    La teoria queer per quel poco che ne conosco mi sembra naif e anarcoide poco consistente da un punto di vista epistemologico e politico convinta che dire non ci sono regole non sia imporre una regola comunque e naturaliter.

    ma se una penna come la tua ne apprezza portato e presupposti vuol dire che vle la pena di approfondire l'argomento, stimolo per il quale ti ringrazio.

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  8. Mi piace sentire che sul queer ognuno ha un'idea diversissima, di certo mette tanta carne sul fuoco. Io vorrei leggere bene Judith Butler per vedere se almeno lei soddisfa le mie domande. Non mi piace liquidarlo in fretta, ma devo ancora informarmi a dovere. Quando alla necessità di riconoscimento, penso che tu abbia ragione. Grazie a te.

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  9. Ciao. Ti ringrazio per aver dato una forma ed una struttura alle sensazioni che da anni avevo su questo "modello-non-modello". Vado a leggermi la risposta e la tua risposta alla risposta. Grazie di nuovo, Serena.

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