Appunti di Storia moderna

giovedì 23 agosto 2012

Ricatti affettivi a sfondo economico

Appunti
Nella mia breve vita, molto spesso mi è capitato di meravigliarmi nel constatare che molti genitori - non i miei, per fortuna - adoperano come strategia educativa o più semplicemente coercitiva, l'arma della dipendenza economica dei figli. Tale strategia può essere definita a pieno titolo nei termini di un ricatto, derivante da un puro e semplice abuso di potere: il genitore va da sé che è più forte del figlio, per motivi oggettivi e materiali detiene un potere, e questa condizione è inaggirabile. E' perciò fondamentale qualificare i termini in cui il genitore concepisce questo potere. Quando lo gestisce in modo cattivo - insistendo, nel suo operato educativo, più sul fatto del potere che sui contenuti della relazione, gli effetti sono devastanti. Il ricatto da dipendenza economica è infatti uno dei meccanismi relazionali più dannosi e ributtanti, a mio avviso.
Non smetterò mai, allo stesso modo, di meravigliarmi della totale trascuratezza del contesto familiare da parte di ogni discorso etico: ovviamente (forse fin troppo ovviamente, tanto da diventare  un fatto invisibile) è nella famiglia che ciascuno si forma le prime indelebili tracce di quel che sarà da grande - e in questo "quel" è compreso davvero tanto, etica compresa.
Sarebbe dunque interessante ragionare in termini propriamente etici della relazione genitori-figli, esulando da un ambito strettamente psicologico/pedagogico. Bisognerebbe cioè prendere in considerazione la domanda "è giusto?" nel valutare le dinamiche relazionali familiari.
E' giusto esercitare il proprio potere di genitori sui figli usando l'arma della dipendenza economica? Pensiamo, fra l'altro, a situazioni di conflitto in cui il figlio vorrebbe sottrarsi a un'imposizione del genitore, e il genitore reagisce con espressioni del tipo "ti mantengo io, quindi fai quello che dico io", oppure "se fai questo io non ti do più soldi", o ancora "tanto non puoi andartene, non sapresti come vivere, e io non ti pagherei niente". Trovo questi concetti estremamente imbarazzanti, anche perché so che sono estremamente frequenti. Un genitore che ricorra a concetti di questo tipo ha fallito in partenza: si tratta di un fallimento che non è da addebitare alle sole difficoltà di comunicazione, è un fallimento prima di tutto pedagogico e etico. Si tratta, banalmente, dell'uso della forza pacchianamente frammisto a motivi affettivi. Sappiamo che in ogni contesto quando si giunge all'uso della forza è sempre perché tutti gli altri tentativi di venirsi incontro hanno fallito: è cioè l'inconsapevole presa d'atto d'un fallimento. E' qualcosa di animale, di pre-etico, inconciliabile con il concetto di civiltà e di dignità. Il genitore promuove cioè un modello da legge del più forte, non un modello di giustizia, di rispetto, di reciprocità, di affetto disinteressato.
Nelle famiglie che adoperino spesso queste formule coercitive, credo che il concetto di dignità stenti davvero a essere presente oltre che trasmesso, sicché i figli si abituano a una relazione fondamentalmente animale, basata su un ricatto fondamentale, priva dello slancio etico che comporta la ponderazione e la scelta all'interno della relazione.
Il debole - il figlio - lo è per condizione naturale: è materialmente, oltre che psicologicamente, per forza dipendente dal genitore. Laddove quest'ultimo ricorra al motivo economico per indurre nel primo un determinato comportamento, l'insegnamento che ne trae il figlio è molto povero e il valore etico della relazione altrettanto. Il figlio di fatto sarà materialmente costretto all'imposizione del genitore, il quale appunto otterrà più o meno facilmente l'effetto voluto. La vita va avanti, ma uno strisciante senso di umiliazione percorre il figlio: quest'ultimo imparerà magari a giustificare il modello etico-educativo dei genitori improntato al ricatto, a ritenerlo naturale, normale. Ma qual è il contenuto di questo modello? Nessuno. Solo un barbaro: "dipendi da me", punto. Non conti come persona, come scelte, come responsabilità, come ragione. Sei materia, corpo che deve nutrirsi delle pietanze di cui solo io sono custode. E' minaccia e indimidazione: ricatto, mafia cognitiva. Si tratta di un legame che ha le forme della coazione e non dell'affetto evolutosi in chiave etica. Mi riferisco cioè al rispetto per l'altro a prescindere dalla sua condizione materiale: un rispetto disinteressato, incondizionato. Quando si pongono le condizioni all'affetto usando l'ovvia dipendenza economica come strumento per tenere in piedi un legame - che evidentemente era già inconsistente- , la relazione è già povera e il figlio non potrà rappresentarsi come responsabile di se stesso, non sarà messo nella condizione di sbagliare o far bene con le proprie scelte, non potrà provare stima in se stesso. Si autopercepirà come intrinsecamente mancante. Implicitamente incapace di intendere e di volere. Perché il genitore non gli riconoscerà alcuno status etico, alcuna soggettività morale, alcuna dignità: il genitore, semplicemente, si pone in termini di sopraffazione. Se dunque la famiglia è di fatto - benché ciò sia stato trascurato da tutta la filosofia morale occidentale fino a buona parte del '900 - il primo laboratorio etico di ciascuno, se dunque in essa vige un rapporto affettivo basato sul ricatto, ne usciranno individui incapaci di concepire qualcosa come la responsabilità, il rispetto e l'affetto disinteressati; ma già segnati da questa piccola e ben nascosta barbarie che si perpetua tutti i giorni in  così tante case.
Ho sempre amato una frase, non ricordo l'autore e la cito a memoria: "Prima tratterai i tuoi figli come adulti, prima lo saranno".
Le cose peggiorano quando i figli sono adulti. I genitori temono di perdere l'autorità e l'importanza che hanno sempre avuto nella vita dei figli, e usano la parziale o totale dipendenza economica per continuare a dominare quella ancora. Si tratta di qualcosa che è frutto, probabilmente, della frustrazione della perdita di un ruolo che non si è saputo mantenere con altri mezzi (l'affetto puro e semplice, per esempio). I genitori si aggrappano con le unghie all'ormai quasi estinto potere derivante dall'intrinseca debolezza del figlio, e pongono condizioni all'affetto sventolando, più o meno implicitamente, banconote.
Di nuovo, è una degradazione morale oltre che la materializzazione di un fallimento relazionale, educativo, affettivo. Il genitore continua a considerare il figlio debole, non gli riconosce lo status di persona adulta, indipendente (in senso non materiale, ma etico e psicologico), responsabile. E il figlio è molto possibile che interiorizzi questa visione che il genitore ha di lui, sarà incapace di orgoglio, di un senso di dignità, e, azzarderei, libertà.
In sintesi, l'efficacia di questo comportamento è 1) unilaterale 2) a breve termine. Avvantaggia cioè di fatto solo il genitore, che potrà ottenere subito gli effetti voluti presso il figlio. Proprio per questo, il figlio non ha vantaggio alcuno, e dalla dinamica non apprenderà altro se non "sono debole, non posso farci nulla" ed eventualmente "non vedo l'ora di andarmene di qui".
Devo fare una postilla personale. La mia meraviglia per questa dinamica così frequente deriva probabilmente dal fatto che i miei genitori mi hanno implicitamente insegnato a ripudiarla. Sottolineo implicitamente, perché come sappiamo l'educazione è un processo che avviene e non un discorso esplicito: di fatto non mi hanno mai messo nelle condizioni di pensare con imbarazzo il mio legame con loro in termini anche solo in parte economici, e al contempo mi hanno messo nelle condizioni di misurare io stessa i termini di quella dipendenza, per una questione etica e affettiva consistente nel non voler troppo approfittare della loro generosità.
La generosità, a proposito. Non esiste più, credo: non la vedo più da nessuna parte.
Mi hanno quindi insegnato cos'è l'amor proprio, la dignità, il disinteresse nelle relazioni, la responsabilità. Per esempio non mi hanno mai ammorbato con sermoni "studia altrimenti ti tolgo il motorino", ecc. In partenza il modello etico di riferimento è sempre stato quello della responsabilità e dell'affetto limpido, che discute e spiega, magari litiga, ma che non risolve mai un conflitto con le armi del potere materiale.
PS: va da sé che non pretendo di esaurire la lettura della cosa, né ho la competenza per trattarla seriamente. Si tratta solo di osservazioni personali, etiche più che strettamente psicologiche.

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