In epoca di
progressiva terziarizzazione dell'economia, parlare di potere operaio nel
vecchio gergo sembra privo di senso. La condizione è cambiata, sta cambiando.
La grande massa proletaria concentrata nelle fabbriche dell'Italia ricca è
oggi, così spesso, per strada a reclamare il reingresso nell'azienda fallita.
Nel centro-nord grosse imprese chiudono, come a catena, e i pluriennali
dipendenti sono smarriti. Da ciò non si può certo concludere che l’industria
sia in corso di dissoluzione – ma certo, in Italia, se la crisi economica si
abbatte sui lavoratori è anche perché le imprese ne sono direttamente
coinvolte; benché spesso ciò diventi un alibi per la perpetrazione dell'ingiustizia sociale.
Al contempo, la dose
di rilevanza economica del settore industriale in Italia lascia
progressivamente il passo al terziario, per diffondersi potentemente – con
tutte le ricadute concorrenziali – nei paesi a basso costo di manodopera,
l'Asia, l'Europa dell'Est.
A questi due fattori,
la crisi economica e la parallela terziarizzazione dell'economia, deve
aggiungersene un terzo: la progressiva de-regolazione del lavoro.