Appunti di Storia moderna

domenica 29 agosto 2010

Appunti sull'idiozia

Gli altri ridono.

La prima connotazione dell'idiozia consiste nella diversità, in un'alterità radicale. Semplificando, l'idiota  comunemente è considerato tale perché usa un linguaggio diverso dai più; con linguaggio intendiamo anche gli atteggiamenti, la forma mentis, insomma l'approccio globale della persona alla vita.
Il modo in cui il senso comune concepisce l'idiozia, se rapportato alla rappresentazione che ne dà Dostoevskij, apre la via a diverse considerazioni. Per il senso comune il giudizio di valore negativo è già contenuto nella parola diverso; in Dostoevskij l'aggettivo è semanticamente più aperto, cioè tendenzialmente ambiguo: non sottende giudizi di valore ma contrassegna un profilo umano particolare, il cui tratto distintivo consiste sempre nella diversità. La diversità che emerge dal romanzo è però tragica: un tragicità che scaturisce dall'attrito con gli altri e non dalla condizione in se stessa.

Se l'associazione di idee che istintivamente vi si accompagna richiama il campo semantico della stupidità, dell'ottusità, ecc, il senso in cui Dostoevskij usa il termine è ben più originale, ma non per deviazione dal significato originario - che non consiste in effetti nella stupidità come noi la intendiamo - bensì per il modo radicale con cui lo riprende. La scienza etimologica ci dice che idiota deriva da idiotès che significa "privato", probabilmente nel senso di "sottratto" ovvero di "particolare, non pubblico, non universale"; qualcuno ha suggerito il concetto di "straniero", in linea con la connotazione della diversità.

martedì 3 agosto 2010

Gioco al massacro




La visione del film L’inquilino del terzo piano (R. Polanski) mi ha colpita profondamente, anche in virtù delle ultime riflessioni sul dispettuccio. (Quella che segue non è una recensione).

Riassunto della puntata precedente
Dicevamo, che c’è un gioco al massacro quasi connaturato al vivere sociale. L’odio per gli altri e per se stessi, l’odio per questa vita che non può essere esternato, prende le forme della persecuzione più o meno velata e della distruzione sistematica dell’altro per vie verbali e comportamentali controverse e non direttamente codificabili. L’odio è a un tempo represso e generato dalla civiltà, ma deve sopravvivere in essa, perciò si esprime adottando le sue stesse forme: quelle dell’argomentazione, del discorso, della ragione. Dicevamo, del dispettuccio. Non ci si colpisce con le armi, con la bruta violenza fisica, ma attraverso il discorso adattato alle regole civili. Nel film questo gioco al massacro assume un’evoluzione incalzante, diventa un vortice di violenza di crescente intensità perpetrata nel quotidiano in un tragico insieme di voyeurismo e odio. 
Un odio normale.
L’ansia crescente diventa disagio soffocante, poi mania di persecuzione e il gioco al massacro prima subìto viene in seguito a propria volta perpetrato. Il condominio è il terreno fertile del gioco, che è tale perché si esercita nel semplice quotidiano, nella pretesa leggerezza della vita di tutti i giorni, ma è pesante poiché porta alla morte e passa per una costante lotta latente. Nel condominio coesistono diversi fattori chiave: la quotidianità, dunque l’intimità, l’isolamento del singolo appartamento e al contempo la convivenza con gli altri, il pianerottolo come crocevia e, nel film, come sede di scambio e di controllo. Il fatto che Polanski lo abbia scelto come ambiente predominante del film è dunque mirato.
In questo film convergono 1984 e Kafka. Il controllo sociale, il voyeurismo spregiudicato, si fondono con l’assurdità dell’espiazione di una colpa non identificabile. Come Joseph K. del Processo, il protagonista del film deve arringare e giustificarsi per una colpa non specificata, e per essa deve anche morire.