Appunti di Storia moderna

martedì 26 gennaio 2010

La retorica delle Pari Opportunità

Ormai mi fido sempre meno di chiunque ricorra all'espressione Pari Opportunità. Direi piuttosto che pronunciarla costituisca il peggior biglietto da visita che si possa esibire. Le antenne rileva-sessismo che una donna che viva concretamente la condizione che si vuole "migliorare, contrastare", e che abbia una conoscenza più o meno approfondita delle cosiddette "questioni di genere" (altra espressione che rischia di cadere nel calderone della retorica) possiede ormai finissime, sussultano di fronte a chiunque la pronunci, pensando con rassegnazione "ecco, ci risiamo".
Pari Opportunità è diventato un luogo comune abusato in particolar modo dai suoi più concreti oppositori, esattamente come nel caso del Razzismo, e di chi sa quante altre parole.
State lontani da chi dica Pari Opportunità!, è falso e compiacente, esattamente come tutte quelle politiche per le Pari Opportunità che, a livello comunale, regionale, nazionale, stanziano fior di quattrini per contrastare il problema senza conoscere, esattamente, quale sia questo problema.

domenica 10 gennaio 2010

Gli stranieri non sono abituati alla mafia come gli italiani.


In poche ore è andata in fumo la nostra principale virtù! Del fatto che i calabresi avessero un cuore grande, abbiamo riempito tutto il mondo anche a suon di spot costati milioni di euro. La faccia convincente di Gattuso con la mano sul petto, le foto dei ragazzi di Reggio con gli slogan geniali di Toscani, la cura maniacale per i muscoli dei Bronzi di Riace, ci hanno fatto conoscere come la razza più generosa, accogliente e ospitale della specie umana. Veri maniaci della cordialità e dell’espansività, non risparmiate neanche a statue, pesci e sculture. (...) Ambiente, paesaggio, cinema e musica, fiction e superfiction. Da Mino Reitano a Tony Vilar, cantando amore e passione da Fiumara a Buenos Aires.

martedì 5 gennaio 2010

Quella cosa che dice quello che è impossibile dire.

Di G. Agamben (che in genere non adoro):
 
"Supponiamo adempiuti tutti i segni, scontata la pena dell'uomo nel linguaggio, tutte le possibili domande soddisfatte e proferito tutto quanto poteva essere detto, che cosa sarebbe allora la vita degli uomini sulla terra? (...) Ma supponendo che provassimo ancora voglia di piangere o di ridere, per che cosa piangeremmo o rideremmo, che cosa sarebbero quel pianto e quel riso, se, finché eravamo prigionieri nel linguaggio, essi non erano, non potevano essere altro che l'esperienza, triste o beata, tragedia o commedia, dei limiti, dell'insufficienza del linguaggio?
Dove il linguaggio fosse perfettamente delimitato, là comincerebbero l'altro riso, l'altro pianto dell'umanità".*
Vale a dire che le esperienze più assolute, più dense e più vive, fioriscono in una zona d'ombra che è priva del linguaggio.
Questo non vale, però, per la poesia, che è esattamente l'estrema, impossibile coincidenza fra quelle esperienze e il linguaggio.

"La poesia è l'unicità destinale del linguaggio".*
* G. AGAMBEN, Idea della prosa, Feltrinelli, Milano, 1985.