Appunti di Storia moderna

giovedì 24 settembre 2009

Lo sborone.

A distanza di lungo tempo, dopo L'Asociale e Il Tirchio, torna a grande richiesta su questo blog la sezione antropologia a spizzichi e bocconi, la rubrica che getta luce sui tipi umani senza però mai illuminarli del tutto.
Oggi parliamo dello Sborone, di cui mi riservo di omettere le eventuali etimologie per motivi strettamente pudici, anche e forse meglio noto come lo spaccone, lo spocchioso, il vanitoso, il saccente, l'egocentrico, ecc ecc.
Lo Sborone è un tipo umano interessante da analizzare, perché è fondamentalmente un bizzarro. Tale bizzarrìa deriva dall'esasperazione di alcune caratteristiche che presso altri soggetti, comunemente, sono presenti in formato ridotto; vale a dire: l'autoesaltazione, il narcisismo. Ciascuno di noi, infatti, ha una certa dose irrinunciabile di narcisismo, presente in vari gradi e intensità, ma in genere limitato all'autocompiacimento per un presunto o reale o attribuito ma non verificabile successo, alla soddisfazione nell'udire un complimento, al desiderio di mostrare agli altri, eventualmente anche a mezzo finzione, la parte migliore di sé, al mostrarsi, come si dice, tendenzialmente splendidi in società, e al cercare moderatamente l'approvazione altrui. Qui, forse, siamo nella norma.

Lo Sborone invece, ha la mente pressoché del tutto ingombra da un solo pensiero: io sto apparendo. L'idea che qualcuno gli stia di fronte, eventualmente nell'atto di interloquire o di guardarlo, gli procura un' incontrollata libidine, un'autentica eccitazione che probabilmente porta anche all'erezione o al suo corrispettivo femminile, ma questo non so confermarlo dato che non è mia abitudine scrutare nei pantaloni delle persone che ho di fronte, men che meno degli sboroni.

Fatto sta che quest'eccitazione irrefrenabile è come se gli procurasse delle scariche neuronali più potenti del solito, e più diffuse nella corteccia cerebrale: c'è, come dire, un'iperattività mentale che sfocia di solito nella logorroicità.
Ma attenzione, non dobbiamo confondere Il Logorroico con Lo Sborone. In genere, in entrambi è presente il germe dell'altro, in specie Lo Sborone è quasi sempre logorroico, ma è difficile che Il Logorroico sia anche necessariamente sborone. La differenza sta in una caratteristica fondamentale: la chiacchiera a briglie sciolte dello Sborone è sempre autoriferita, mentre quella del logorroico verte su tutti gli oggetti possibili (cioè, nessuno). Ciò significa che, anche là dove dia l'illusione di partecipare a un dialogo, e l'oggetto di tale dialogo sia per esempio l'interlocutore e non lui stesso, anche in questo caso ogni sua parola è pensata e detta in vista dell'unico fine di autoincensarsi un pochino. Ogni conversazione per lo Sborone è un'opportunità di pubblicità, più che un'autentica possibilità di condivisione.
E' per questo che nello Sborone l'empatia è pressoché del tutto assente, infatti si pensa (meglio, io lo penso, NdR) che ci sia una disfunzione proprio nell'area cerebrale dei famosi neuroni specchio: sicuramente quelli dello Sborone o mancano o non fanno sinapsi, o ancora hanno in dotazione dei dispositivi chimici eccezionali che dànno loro una funzione opposta a quella comune: essi sono lo specchio dello Sborone stesso.

La fenomenologia dello Sborone si caratterizza per una scarna casistica, poiché, in fondo, si comporta sempre allo stesso modo, pressoché schematizzabile così: coscienza di apparire --> individuazione strategica dell'oggetto di conversazione--> tentativo disperato di piegarlo a vantaggio della propria immagine.Esempio. Lo Sborone, e, poniamo, Il Tirchio, s'incontrano al bar. Il Tirchio chiede allo Sborone di offrirgli un caffè, ma in modo velato, precisamente così Diamine, ho lasciato il portafoglio in macchina, peccato che stamattina ho chiesto un passaggio perché era a secco, altrimenti andrei a prenderlo. Lo Sborone coglie l'occasione per mostrare a tutti che per lui i soldi non contano (o che lui è ricco), così risponde ad alta voce in modo che nessuno presente nel bar rischi di non udire le sue parole, offro io! ma ho un pezzo da cento, chi sa se questa bellissima signorina può cambiarmelo.
Se l'oggetto della conversazione è un viaggio svolto di recente dall'interlocutore, Lo Sborone neutralizzerà ogni tentativo di raccontare qualche aneddoto divertente sulla vacanza, e lo farà parlare quel giusto che gli serva da spunto per un'ulteriore autoesaltazione. Facciamo che l'interlocutore sia stato in Francia, di cui ha apprezzato, dice, in particolar modo i formaggi. Lo Sborone, che non ha mai visitato la Francia, né assaggiati i suoi formaggi, spremerà le sue meningi al fine di trovare un appiglio per orientare la conversazione sull'eccezionalità della sua persona, senza però allontanarsi del tutto dal contenuto della conversazione, cioè in modo non troppo vistoso, ma poiché ciò non è possibile, lo farà inevitabilmente in modo troppo vistoso.
Cioè dirà la Francia? il padre del mio bisnonno ha vissuto in Francia, a Parigi mi pare . Sì che la caratteristica costante dei suoi disperati tentativi di orientamento egocentrico di tutto quanto lo circondi è la totale sconnessione di, appunto, ciò che lo circonda con lui stesso.
Questa eterogeneità costitutiva dello Sborone gli dà una coloritura kitsch, che, confesso, mi fa un po' tenerezza. Dài, parla un po' di te, se ti appaga. Egli è felice come un bambino, quando il palco è sgombro e puo' vomitare senza censure il suo io esondante fino a ricoprire di sé tutto quanto, come a seppellirlo.

Lo Sborone qui ritratto non soffre di disturbo bipolare, perché questo presuppone autocritica, una periodica retromarcia nel ridimensionamento, sia pure alternato con picchi di autostima. Lo Sborone propriamente detto non ha mai tentennamenti sulle immaginate dimensioni di se stesso. perché il dubitare presuppone un'empatia che lui, per via dei suoi neuroni specchio auto-rivolti, non ha mai provato se non in forme molto abbozzate e comunque emotivamente trascurabili.
E' talmente radicata nello Sborone la convinzione della sua eccezionalità, che solo difficilmente vivrà momenti di sconforto,e, se li vivrà, come è umano, farà in modo di fare anche di essi un'occasione di autocelebrazione. Per esempio, davanti a un'amica che lo consolerà fra le lacrime, sfoggerà un accorato monologo sulle sue sofferenze, sulla sua capacità di far fronte alle grandi miserie che gli sono capitate, sulla sua formidabile tenacia virile di fronte alle trappole che la vita gli ha teso. Sì che quella non potrà non provare ammirazione per un uomo così sensibile, e a un tempo così forte.
Lo Sborone infatti non può vivere se non in società. Da sé sa già di essere meraviglioso, per questo il suo compito principale è ora comunicarlo a tutti, in modo che nessuno non ne sia al corrente.Ci troviamo infatti di fronte a un paradosso umano: egli è un animale politico ma al tempo stesso il più impolitico degli animali.

Lo Sborone scivola sulla superficie di tutti gli avvenimenti, di cui opera una selezione cognitiva che riduce all'osso ogni possibilità di comunicazione, di condivisione, in una parola di fuoriuscita da se stesso per far spazio al mondo. Al contrario, in ogni contesto Lo Sborone è indaffarato nel trovare tutte i modi possibili con cui sottolineare la sua straordinaria presenza.
La sua ironia, così, si avvale di battute preconfezionate ad effetto, il loro scopo non è rallegrare bensì mostrare quanto egli è simpatico e colorito.
La sua partecipazione a discussioni sull'attualità, è finalizzata a mostrare a quello che propriamente dovremmo chiamare 'pubblico' anziché insieme degli interlocutori, che lui è informatissimo e sa analizzare al meglio i problemi della società di oggi; per questo utilizzerà vocaboli desueti, ampollosi, ricercatissimi incastrati in lunghi periodi, in modo che se ne possa al contempo apprezzare la straordinaria proprietà di linguaggio, che all'occhio disattento del pubblico preferito dallo Sborone sembrerà sintomo di una profondità d'animo sopra la media. Vedranno che so essere divertente ma anche serio e profondo, penseranno che sono un eclettico, sì, un eclettico! Nella mente dello Sborone scorrono velocemente fiumi di aggettivi che egli si prefigura di suscitare, con immensa libidine gioca a indovinare quale magnifica qualità gli verrà attribuita dopo l'ennesimo exploit.

La sua esistenza, dunque, non va pensata in termini di 'vita', ma semmai in termini di performance. Ogni situazione sociale accidentale o meno è vissuta dallo Sborone come una prova, un test di valutazione che, ne è convinto, supererà brillantemente.
In lui si compie parossisticamente il vecchio invito wildeano a fare della propria vita un capolavoro. Lo Sborone ha preso fin troppo alla lettera il messaggio di Oscar Wilde, provandosi a realizzarlo con una costanza, un'ostinazione, una cecità, che hanno del maniacale, praticamente facendo dela vita un esercizio instancabile di scolpimento sempre perfettibile benché mai imperfetto della propria immagine.

8 commenti:

  1. (il dramma di tutte queste perle di antropologia spicciola è che mentre leggo non riesco a fare a meno di domandarmi in che misura sono tirchio, asociale o sborone; sbaglio a farne una questione d'intensità e non d'essenza? o è la definizione che mi pare a maglie larghe?)

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  2. No non sbagli, come si intuisce da qualche riga (quelle sul narcisismo per esempio) è tutta una questione di gradi secondo me.

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  3. Bellissimo. Non so se frequenti un pò il mondo dei forum: lo sborone è uno dei tipi più diffusi.

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  4. fashionable nonsense.

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  5. Nonsense fascination is transhistorical

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  6. Ok. Rispondiamo.

    Ho scritto usando costruzioni linguistiche che si attengono a regole logico-sintattiche condivise: soggetto, verbo, complemento, non contraddizione, consequenzialità, premesse conclusioni. Quindi, nonsense de che.

    Ho usato un metodo empirico-domestico-valutativo: poiché, qualora il commentarium positivista non se ne fosse accorto, la sede è quella di un blog informale senza alcuna pretesa scientifica, non ho misurato la veridicità delle mie affermazioni facendo riferimento a una teoria sociale, psicologica, economica, politica, ho piuttosto delineato ironicamente (l’ironia, quella cosa postmoderna lì) un tipo umano ricorrente sulla base della mia personale esperienza (personale esperienza, quella cosa postmoderna lì).

    Quante espressioni vitali umane non sono direttamente riconducibili alla casella "positivismo", e sono dunque, per la banale opposizione concepita dai fautori di quello, postmoderne?

    Tutto.

    Il mare è postmoderno.
    I ciuffi d’erba a primavera sono postmoderni.
    Le chiacchiere fra amici sono postmoderne.
    Un bicchiere d’acqua è postmoderno.
    I social network sono postmoderni.
    Uno starnuto è postmoderno.
    Il prurito per una puntura di zanzara è postmoderno.
    La mia esistenza è postmoderna.
    Dio è postmoderno.

    Capisco: non sense = non positivista. Alla luce di ciò Jollyjokerreturns è decisamente un nick postmoderno, fashionable e anche nonsense (positivisticamente: ‘zzo significa?), ma soprattutto transhistorical, nel senso che è trasversale alla postmoderna molteplicità del darsi storico umano ahinoi irrimediabilmente nonpositivista.
    Già, un blog deve elargire (cfr link joker) grafici, statistiche, empirismi; dev’essere il naturale prolungamento dell’Accademia, unico luogo in cui è lecito pensare nell’unico modo lecito di pensare ammesso. Laddove se ne sancisca l’esclusività, il monopolio del razionale e dell’espressivo, abbiamo tecnocrazia imperialista, irrazionalità più irrazionale dell’irrazionale che si attribuisce all’onnipresente irrazionale fantasma postmoderno: uscire dai rassicuranti binari, dalla confortante dicotomia, in una parola vivere, fa perdere all’incallito fautore dello schema – inteso come categoria esistenziale legittimante universale - la segnaletica dell’orientamento intellettuale.
    Perso l’orientamento positivista, gettiamo tutto nella spazzatura postmoderna. Facile. Questo è sense, ma non tanto fashionable: per questo è epistemologicamente più fico. Cioè apparentemente più affidabile.
    Consiglierei a costoro di placare le proprie ansie antipostmoderne andando a dormire, la sera, coccolando un pupazzetto con su scritto “SONO UN FATTO. SONO POSITIVISTA”: l’angoscia del postmoderno svanirà, il sonno sarà conciliato dal materno clima positivista, e tra le coperte (almeno quelle) si potrà gustare la sicurezza empirica del dormire fattuale. Nessuno potrà ridurre a interpretazione il pupazzetto, nessuno potrà definirlo privo di senso (è un fatto, dopotutto), ma attenzione, dovrà essere vecchio e bistrattato, altrimenti correrà il rischio di essere fashionable; infine, cosa c’è di più transhistorical di un peluche: sin dall’antichità il mondo lo hanno eletto a conciliatore del sonno.

    Ebbene. Il post che costoro dovrebbero piuttosto leggere è L’OTTUSO, altra chicca postmoderna.

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  7. Incazzata, scherzi, per così poco. In realtà mi sono sbellicata dal ridere scrivendo :P

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