Appunti di Storia moderna

lunedì 19 gennaio 2015

Criccofobia

«La vita è quella cosa che non finisce mai di aggiungere nuove voci al DSM-V» (Anonimo)
Succede. Cominci a sudare, i battiti incalzano, gli spazi ti appaiono improvvisamente opprimenti, lo sguardo cerca convulsivamente la via di fuga più vicina, un fischio sordo serpeggia insidioso nelle orecchie (sembra dire: "vattene, prima che sia troppo tardi"). Impossibile resistere all'impulso di metterti in salvo. Di, assolutamente, tirartene fuori. Sì, insomma, sto parlando della criccofobia

Per via del mio essere criccofobica, ho un talento speciale: sento puzza di cricca anche dove i più non la sospetterebbero neanche da lontano. La tendenza risale alla mia più tenera infanzia. Giuro che ancora me lo ricordo, potevo avere sette, otto anni? Mi avevano portata in un posto tipo azione cattolica, dove c'erano gli animatori che ti dicevano mettetevi in cerchio e cantiamo questa bella canzoncina sulla felicità, con grandi sorrisi, di quei sorrisi che mettono a disagio perché decontestualizzati e indirizzati indistintamente a tutti. Dovevamo mimare le mosse di pipistrelli e vari ameni animali. Ecco, mi sembra ieri, ho quest'immagine lucida e presente: dovetti tirarmene subito fuori, mi venne una repulsione qui, difficile da spiegare. Un disagio strano, la sensazione netta e per certi versi violenta che no, io non c'entro.
Allora mi dissero ehi ma perché non hai partecipato come tutti i bambini! Ricordo che gli animatori non potevano accettare una cosa simile, dovevano insistere, mi vollero corrompere regalandomi un palloncino di tutto rispetto; una si inginocchiò davanti al mio metro e una virgola per dirmi dai, vieni a giocare con noi, è divertente! perché non giochi con noi? guarda gli altri bimbi come si divertono. 

Prima di declassare il fenomeno a trauma infantile, va detto che è universalmente sottovalutata l'abilità degli umani di aggregarsi in cricche, di promuovere cricche, di esportare cricche, di trasformarsi ontologicamente da insiemi disgregati in cricche. 
Ma in definitiva, che cos'è una cricca? Possiamo descrivere la cricca come la degenerazione di un gruppo di persone dallo status di gruppo di persone allo status di ammiccamento di gruppo. In pratica la cricca è un senso di approvazione che scaturisce dal fatto di far parte del gruppo stesso. E' la pacca sulla spalla, il "sei come noi e per questo ci piaci", è la nota di merito dell'appartenenza. C'è questa insopportabile aria di approvazione, che fa presto a mutarsi  in disprezzo per chi non appartiene - perché naturalmente non soddisfa i requisiti minimi di uguaglianza estetico-morale. Nasce un gergo, un certo modo di applaudirsi addosso, una tendenza specifica a strizzarsi l'occhio a vicenda e a reciprocamente congratularsi per questo. Sì, insomma, siamo sempre in qualche modo a quella categoria hegeliana, tanto da me vituperata, che è il fantastico mondo di patty. 

Tengo a precisare che non avviene tutto esplicitamente. Tutto accade dietro una fastidiosa facciata di buona educazione, di normale routine relazionale. Allora il radar della degenerazione in cricca si attiva non appena cominci a sentire un sottile senso di costrizione, quando cominci a capire che ci si aspetta qualcosa da te "in virtù del gruppo". Tutto fatto col sorriso, con la disinvoltura dell'ovvia normalità, naturalmente. Ma proprio questo rende la cricca più potente, più pervasiva. 
Generalmente si intende con "cricca" un gruppo chiuso di potere, che con le sue piccole grandi manovre riesce a perpetuare questo suo potere consolidato, in nome di una solidarietà basata sugli interessi. Io qua intendo il termine in senso più lato, perché ritengo che anche nell'informalità quotidiana si formino continuamente e inconsapevolmente piccole grandi cricche. 

Insomma, ma perché la fai tanto lunga? Che c'è di male ad approvarsi a vicenda? Giusto. Allora, provo a spiegarmi. A me un contesto dove l'essere come noi ti vogliamo diventa un merito mi fa orrore. E mi fa paura quello strano, legittimo ma talvolta molto pericoloso bisogno di identità e di approvazione degli umani che è alla base dell'esistenza stessa delle cricche. Perché pericoloso? Perché spesso gli umani rinunciano a cose importanti pur di  essere approvati.

La cricca è una forma di relazione profondamente normativa. C'era per esempio una conoscente che voleva darsi arie di essere "alternativa". Masticava rumorosamente dei chewing-gum, si guardava bene dal sorridere troppo perché questo avrebbe potuto essere scambiato per un cedimento all'ideologia borghese, sembrava avere in orrore ogni forma di gentilezza considerandola anch'essa un cedimento al nemico capitalista, e stava sempre attenta a che i suoi amici "libertari" rispettassero la norma libertaria (proprio così: ho detto norma libertaria). "Hai visto quella stronza de Claudia? Ha fatto x e y, inconcepibile...ecc...". Come nel film Persepolis, che a un certo punto si vedono queste due signore iraniane che beccano la ragazzina vestita "all'occidentale", la prendono per il collo per farla giudicare dall'autorità perché è una vergogna ecc. C'è sempre qualcuno pronto a perseguitarti perché non rispetti la norma; c'è sempre qualcuno pronto a spiarti nelle mutande per vedere se sei conforme all'idea di giusta società promossa dalla cricca; è uno degli sport preferiti della gente, quello di dirti come devi vivere - sì, insomma, il solito sadismo mascherato da normalità di cui abbiamo spesso parlato. Senonché la conoscente di cui parlavo, pur professandosi libertaria, ecco il paradosso, aveva un che di persecutorio e di poliziesco, che neanche il più antipatico dei tanto odiati "piccoloborghesi". E lo dico proprio perché per molti versi mi piace il pensiero libertario, in specie per il mai abbastanza citato vivi e lascia vivere. Ed eccola che arriva, annunciata da un brivido lungo la schiena, la criccofobia. Sono in due e hanno quel gergo, quel modo fastidioso di essere intrinsecamente d'accordo in quanto accomunate dalla medesima epistemologia sociale, quel certo sguardo sul mondo strappato alla gestapo, sempre all'attacco o sulla difensiva. A me con questa gente qua mi prende l'ansia criccofobica, e mi do alla fuga. 

Perché non giochi con noi?
Ho preso il paradosso della libertaria che di fatto non lo è per niente, ma se ne potrebbero fare moltissimi, dato che le cricche sono come i batteri: si riproducono per gemmazione. Ci sono poi queste assemblee pseudopolitiche - che mi ricordava la commentatrice del blog Serena - in cui conta di più esibire uno status sociopostculturale piuttosto che intervenire progettualmente o che. Anche lì, tutto quanto esca dal tracciato "siamo qui per riconfermarci nella nostra identità culturale, più che per fare qualcosa di politicamente sensato, anche se l'obiettivo in teoria sarebbe quello", implica sospetto, la non poi tanto spiacevole condanna alla non appartenenza. 
Ma come ho fatto a dimenticare la cricca delle mamme? Quella è veramente atroce. Tranne rare e preziose eccezioni, ci tengo a dirlo, anche lì si avverte quella fastidiosa ma soprattutto fittizia pretesa di far parte di una comunità in virtù della comune esperienza del parto, da cui mi affretto scrupolosamente a prendere le distanze. Perché se non te ne tiri fuori subito, queste cricche ti fagocitano impietosamente, e finisci per parlare come loro, per pensare come loro, per guardare storto tutti quelli che non sono come loro, per abbandonarti alla semantica del martirio materno come loro. Non credo molto infatti nelle capacità umana di resistere a lungo senza farsi inghiottire dalla coazione ad essere uguali agli altri, e sento che anch'io, con l'abitudine, con una debolezza, sai quei momenti che perdi un attimo la lucidità, potrei senza accorgermene venire meno alle capacità di discrimine, e ritrovarmi così, all'improvviso, anch'io membro onorario di un mondo di patty qualsiasi. Per carità. 

Beh, nessun problema, si direbbe. Fosse questo la rovina dell'umanità, ecc... Ma oltre alla nuda e cruda criccofobia, che come tutte le fobie ha qualcosa di ancestrale e radicato negli abissi dell'io, e che come tutte le fobie qualcuno ce l'ha altri no, credo che sia un problema almeno per due ragioni.
1) In termini di godibilità sociale. La criccotendenza colonizza il vivere sociale. Perciò, se nelle relazioni cerchi l'autenticità o qualcosa che anche pallidamente le assomigli, non ti restano che gli scarni residui non colonizzati: cioè le briciole. Ergo, non ti rimane che darti a un'asocialità per così dire forzata, e/o a più dure selezioni all'ingresso della compagnia che sei in grado di sopportare.
2) Che è il più grave - in termini di, come dire, accesso alle risorse (immateriali e non). Infatti, com'è noto, nella società attuale per ottenere qualcosa, difficilmente non devi passare per una cricca. C'è una criccotendenza molto più intensa e pericolosa proprio in quei passaggi chiave, in quegli snodi invisibili che si trovano in prossimità dell'accesso alle risorse. E' il caso per esempio del mercato letterario in Italia. Più che il talento in sé, si richiede di far parte del giro, di avere le conoscenze, di soddisfare i criteri di approvazione stabiliti dalla cricca, esibendo lo stesso gergo, le stesse staccionate cognitive tra "noi e loro", la stessa smorfia di disprezzo stampata sul volto, quel dono di stare sempre dalla parte vincente dell'opinionismo che conta, ma soprattutto la stessa straordinaria abilità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, ecc. 

Perché tutto sommato la maggior parte degli esempi che ho portato sono di dilettanti in tema di cricca. Ci sono poi i professionisti della cricca, davvero pericolosi. Gli uffici stampa di partito che si spacciano per giornali, per esempio. I faccendieri o i propagandisti di professione, che appunto per professione sono tenuti a eliminare chi non coincida con i loro standard di credibilità sociale. Gli intellettuali di cui ho spesso parlato che fanno sistema e con una certa apologetica del potere finiscono per fare propaganda piuttosto che adempiere al loro compito, che in teoria consisterebbe nel dire la verità. Questo è un argomento molto serio e troppo sottovalutato, perché riguarda un meccanismo decisivo, quello della spartizione delle risorse e dei diritti connessi, iniquamente distribuiti - con "risorse" intendo generalmente anche cose come il potere decisionale, la possibilità di esprimersi, l'accesso a un determinato tipo di lavoro, eccetera. 

Ora, trascurando in questa sede le cricche partitocratiche e para-istituzionali che sono il vero grande cancro di questa società, queste micro o macrocricche informali, non immediatamente visibili, non immediatamente riconoscibili come tali, non vanno politicamente sottovalutate, nella misura in cui questo loro modo del tutto arbitrario di graziare o condannare il prossimo è irrazionale, ingiusto, arrogante e particolaristico. E' fatto della stessa materia di cui è fatto il feudalesimo. 
Allora quel che bisogna fare, secondo me, è cercare di restare il più possibile fedeli a se stessi, nel senso di riuscire a non barattare il proprio umano, molto umano bisogno di identità e comunità con la propria autenticità. Di non farsi ricattare, insomma, e di riuscire a resistere alla tentazione di replicare a propria volta i barbari meccanismi da cricca. Non è per nulla scontato, ci vuole allenamento. (In questo senso, la criccofobia non è che una delle tante espressioni dell'istinto di autoconservazione). Perché, visto? anche dietro il più convinto libertario può nascondersi un criccotendente! O forse, diciamoci la verità, lo siamo un tantino un po' tutti? Non fa forse parte dei meccanismi di individuazione? Spero di no. 

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3 commenti:

  1. > Non fa forse parte dei meccanismi di individuazione? Spero di no.

    ci può essere una cricca dei criccofobici?

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    1. Ah beh, considera che le vie della criccofobia sono infinite ...

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