Il tirchio ti anticipa i soldi al bar - non "offre" mai, ovviamente - per poi martellarti la testa di tornarglieli indietro- siano essi 20, 30, 50 centesimi - entro pochi minuti. Il tirchio è uno che ti chiede di fare a metà per comprare un pacco di sigarette da 10. E che poi le conta: ecco 5 a me, 5 a te, trattenendosi dal centellinare anche i numero di boccate da fare a testa. Il tirchio non sopporta che il suo territorio, costituito da tutto quanto è di sua proprietà, venga fatto anche solo semplicemente oggetto di uno sguardo. Il tirchio non dà in prestito mai nulla a nessuno. Soffre al sol pensiero di staccarsi momentaneamente da tutto quanto il suo inconscio considera come un intimo prolungamento di sé medesimo. Togliergli, sia pure a tempo determinato, un cd, un libro, uno stuzzicadenti usato anche solo per una estremità, equivale all'asportazione di un polmone o di una gamba, quanto a portata psicologica. Il pensiero del tirchio funziona in modo maldestro: si concentra oltrelimite sulle cose di cui è in possesso, e non vede oltre questo territorio accuratamente circoscritto. E' "mio", ripete il suo cervello ossessivamente. E non trova nei tali oggetti altre considerazioni da fare che non rechino con sé pronomi e aggettivi possessivi - i quali, di regola, ammettono solo ed esclusivamente la prima persona singolare. Ad esempio, di una penna si potrebbe dire che è una biro, che scrive nero, che è scorrevole, che ha in dotazione un tappo. E invece no. Il tirchio vede nella penna solo la relazione che la lega a se stesso.
Evidentemente, è un tipo un pò brusco, quasi rozzo. Magari anche dotato di una certa istruzione (da non equivocare con la "cultura"...) , la quale comprende anche numerose nozioni di galateo apprese nel corso della sua lunga formazione . Tutto questo retaggio, passa irrimediabilmente in secondo, terzo, quarto piano, di fronte al desiderio insopprimibile che ha di ribadire il possesso di quel particolare oggetto. Non vede, perciò, la possibilità di fare una brutta figura domandando indietro i 5 centesimi che gli devi dalla settimana scorsa. Quando invece riesce a mantenere in qualche misura viva la forza di quel retaggio di cui sopra, combina pacchianamente galateo e taccagneria: "non tornarmi indietro i 50 centesimi che mi devi, davvero, non fa niente, proprio non preoccuparti...no, non insistere, sono tuoi, cioè, erano miei, ma ora sono tuoi, non mi pesa affatto, assolutamente...giuro su mia nonna" e si diffonde in simili espressioni a intervalli regolari per tutta la serata che disgraziatamente siete destinati a trascorrere assieme.
Erich Fromm ne avrebbe da dire, su un tizio del genere. Noterebbe che fa uno smodato uso del verbo avere, anche quando parla di carie o del mal di stomaco. Entrambi, pur disgraziati, sono "suoi". Noterebbe che costruisce la sua identità con mattoni che recano il verbo avere a fronte, che misura il suo valore proporzionalmente alla quantità di oggetti di cui dispone. Che è in quanto ha.