(Sarò prolissa...!)
“Vivi per autoconservarti , autoconservati per vivere”. La "scelta" verte su due -quanto mai magre- alternative:
- lavorare mettendo nel cassetto il proprio–essere-io , la propria storia, il nugolo di sensibilità , emozioni , idee che si reca con sé, per inserirsi in modo forzatamente neutrale in un ingranaggio meccanico e contribuire – con uno zelo che sfida i confini che separano l’uomo dalla macchina, la scelta dalla reazione a uno stimolo – a farlo funzionare , per poi a fine turno , e con la stessa rapidità con cui si timbra il cartellino, reindossare se stessi e tornare a vivere come-nulla-fosse ;
- o fare continuando ad essere , coerentemente con la propria, come dire, natura?
Il punto di discrimine tra i due mondi sta , tra l’altro, nell’utilità. Oggi l’unica cosa per cui siamo insostituibili da una macchina, è scrivere poesie, comporre musica, dipingere un quadro, ideare. Tutte cose perfettamente inutili... (?!).E comunque neanche questi tipi di fare possono sussistere – nell’autosufficienza - senza un retroscena economico che, centralizzato, ne prestabilisca le direzioni.
Ciò vuol dire che l'unico modo per essere "utili" è "macchinizzarci", cioè fungere da prolungamenti delle macchine? Ma poi questo concetto di utilità mi è piuttosto sospetto. Magari riteniamo istintivamente utile ciò che siamo stati abituati - cioè indotti - a ritenere tale. Ma utile a cosa? Ho come l'impressione che ciò che originariamente doveva essere utile a noi, persone umane con dei bisogni da soddisfare, abbia via via lasciato il posto a ciò che è utile a quel sistema che si è formato (installato, rafforzato, radicato) inizialmente per soddisfarci e che ha poi rimpiazzato il complemento di termine (alla parola utile) "noi", subentrandogli zittamente e categoricamente. Il paradigma è, quindi, "utili al sistema". E noi, coi nostri bisogni, la nostra umanità da esprimere? Paradossalmente, i nostri stessi bisogni sono utili al sistema. Tanto che quelli -relativamente pochi- che abbiamo, non gli bastano, quindi (come qualcuno da qualche parte ha detto) ne crea - sempre zittamente eh, eppure quanto rumore sento io: un fracasso- di nuovi. Come? L'umanità da esprimere? Bè. Il sistema ha escogitato un modo per rafforzarsi anche con questa specie particolare di bisogno. Per distrarti c'è la tv, per non pensare al lavoro c'è la notte bianca, per non sentirti solo ha creato le agenzie di appuntamenti, per non sentirti depresso ti deprime di più. Ops! Mi è scappato. Ma tra l'altro e per di più, la natura non offre soluzioni a chi non sa scrivere poesie, comporre musica, dipingere quadri, ideare (e il sistema non le offre a chi pure sappia fare tutto ciò, ma non rispettando i suoi clichés - studiati a tavolino in vista del business). E chissà, forse rientra nell’equilibrio dell’(eco)sistema che vi siano inetti, meno inetti, geni, meno geni, mediamente scemi e mediamente geni; impiegati delle poste e poeti. Ad ogni modo, tutto questo purpurì va a riflettersi sulla propria considerazione sociale da parte della massa massificata e massificante . Un manager è un dio. L’operaio un poveretto. L’impiegato una brava persona. Il poeta “uno - che - sa - solo - piangere”. Il cantante, se non entra nel giro del business discografico, cioè se non propone ritmi mediamente dance con testi dalla funzione puramente decorativa (e che possibilmente abbiano per tema il sole, il cuore, l’ammore, con un ritornello che faccia pendant con la spiaggia) , e non è bello – cioè spavaldo, muscoloso, possibilmente con occhi verde smeraldo e nasino all’insù – è uno sfigato. Non sono faziosa: basta guardarsi intorno. E pensare che più o meno tutti gli appartenenti alle categorie che ho sopra sommariamente citato, reagiscono in modo da giustificare quel tipo di considerazione sociale e da nuovamente rafforzarlo. Si alleano, cioè, col “nemico”, dandogli man forte. Il cantante cerca di scrivere la canzone più adeguata possibile ai canoni richiesti dalla casa discografica (che segue, come si dice, i gusti del pubblico, ma , direi, a un tempo li forma) . L’operaio, non avendo alternative lavorative, si accontenta di appiccicare le etichette sulle centinaia di bottiglie che gli scorrono innanzi. L’impiegato odia il suo lavoro, ma tiene famiglia, e magari per salire di grado – cioè guadagnare di più – sgomita coi colleghi inscenando una gara feroce a chi si fa notare di più dal capo – non escluse invidie, dispettucci , frecciatine, denigrazioni “funzionali allo scopo”, colpi bassi tra … “sodali”, quindi frustrazione e/o cattiveria. Facciamo pure che la figlia dell’impiegato, vedendo in casa l’esempio umano della frustrazione, ovvero di ciò che certamente non la riguarderà mai, e in televisione tutto brillare sotto l’instancabile luce della celebrità (come un tempio dedicato al piacere incondizionato), ha deciso di sfondare nel mondo della televisione, e usa i soldi di papà per studiare danza-canto-e-recitazione alla scuola di musical sotto casa, inclusi i continui viaggi per Roma e Milano dove si tengono i provini per entrare in quella o quell’altra trasmissione. Avendo visto che farcela è impossibile data l’immensa orda di aspiranti, decide di andare a letto col produttor tal dei tali. Ed ecco che ha la sua parte nella soap opera. Rilascia interviste, si lamenta del fatto che “questo lavoro non permette, a noi artisti, di coltivare l’amore”, ribadisce i suoi infiniti sacrifici, ringrazia mamma e papà e comunica al pubblico di Verissimo la sua scala di valori, che mette al primo posto l’amore (ahilei), poi la famiglia, poi l’amicizia, e all’ultimo il lavoro e i soldi. Pare desideri diventare mamma, un giorno. Conclude l’intervista esprimendo rammarico per il suo essere “troppo buona”. Penso che la libertà esca inesorabilmente lesa dal suo confondersi con la sfera dei soldi, cioè quando deve confrontarsi con questo “sistema”. Se libertà è avere l’alternativa, cioè poter scegliere realmente, quanto siamo liberi? Le alternative o te le dà la natura o te le dà il sistema. Ma se per lavorare devi innanzitutto alienarti ammenoché non fai quello che ti piace (il che richiede la possibilità economica di studiare o un talento naturale – ma di questo che dovemo di’? –) : quanto puoi scegliere? Quanto sei libero? Ci troviamo di fronte alla strana contraddizione per la quale se vuoi sopravvivere, devi condurre una vita mutila, alienata . Se vuoi condurre una vita "intera", alla massima espressione, coerente con la tua natura, come fai a sopravvivere? (Il problema non si pone per chi è come il sistema: mediocre. O che si sia mediocri perché così ci ha formati il sistema?).
Ho come il sospetto che si tratti di una cospirazione messa a puntino per rincretinirci tutti. (L'ombra di Orwell incombe: forse che ci ridurremo a tritare libri, un giorno? D'altronde, c'è chi è stato “tritato” dall'Azienda Radiotelevisiva Italiana - si scrive maiuscolo come Dio-). Qualcosa di economico che sfocia nel politico, per cui siamo tutti sotto sequestro, e non c’è riscatto che tenga. (Aggiungo che rientra nella logica dell’imbavagliamento il fatto di non mostrarsi come tale, ed è proprio questo – come dire – dualismo tra l’essenza e l’apparenza del sistema il suo punto di forza. Come se l’apparenza fosse funzionale all’essenza retroagendo su di essa in modo da alimentarla progressivamente … mi si perdoni il linguaggio forse qui inopportuno!) Imbavagliati, e non esagero, anche nel pensiero: nel senso che non ci è permesso di esperire qualunque realtà esuli dallo schema rigido e prefissato che il sistema (il vero feticcio della modernità) ha gentilmente predisposto per tutti noi. Ciò che è peggio è che pare nessuno sia responsabile di tutto ciò: come se il meccanismo ci fosse irrimediabilmente superiore, e non potessimo citare in giudizio - morale - il tizio e il caio responsabili. Hannah Arendt leggeva questo tra le righe del nazismo: non si capisce con chi dobbiamo prendercela. In pochi lo leggono a chiare lettere tra le piaghe del sistema. No, non ci sono i lager. Direi che da queste parti a morire è qualcosa del cui decesso non ci accorgiamo, perché troppo distratti dai troppi colori dei troppi cartelli pubblicitari, delle troppe tette sbattute in faccia qua e là, delle troppe cronache nere che amplificate riducono tutti gli altri suoni a 0 decibel, e, chissà, un giorno (Asimov non me ne voglia) a zero sarà ridotto qualcos’altro: la nostra intelligenza, per esempio.